Turchia, il giorno più lungo: "Il Gandhi di Istanbul" contro il "sultano di Ankara"
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Turchia, il giorno più lungo: "Il Gandhi di Istanbul" contro il "sultano di Ankara"

È il giorno della verità per la Turchia, chiamata oggi al voto per rieleggere presidente e Parlamento. Alla vigilia Erdogan che la governa da 20 anni dichiara che accetterà il risultato delle presidenziali e si dimetterà in caso di sconfitta

Turchia, il giorno più lungo: "Il Gandhi di Istanbul" contro il "sultano di Ankara"
Elezioni presidenziali in Turchia
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

14 Maggio 2023 - 14.57


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Poche ore ancora e si saprà se in Turchia è finita l’era del “sultano”.

Il giorno della verità

È il giorno della verità per la Turchia, chiamata oggi al voto per rieleggere presidente e Parlamento. Alla vigilia Erdogan che la governa da 20 anni dichiara che accetterà il risultato delle presidenziali e parlamentari e si dimetterà in caso di sconfitta. Ma intanto dà del “terrorista” al rivale e fa arrestare il sondaggista sgradito. La tensione politica è alta in Turchia in vista delle elezioni, che sono considerate cruciali per il futuro del paese e della regione del Medio Oriente. Si dimostra democratico in tv, rispondendo ad una domanda sulla possibilità di aggrapparsi al potere. Erdogan ha affermato che in Turchia si è arrivati al potere “attraverso strumenti democratici” e che se il Paese decidesse diversamente, egli farebbe “ciò che la democrazia richiede”.

Promette che il suo schieramento rispetterà qualsiasi risultato delle elezioni, ma si è mostrato comunque convinto di essere rieletto per un altro mandato dopo due deceni anni al potere. Toni concilianti smentiti però da alcuni fatti. Ad esempio l’arresto di Kemal Ozkiraz, il fondatore dell’istituto di sondaggi Avrasya che ha previsto una sconfitta per Erdogan, messo in custodia ad Ankara. Il sondaggio più recente pubblicato dalla sua compagnia mostra Erdogan fermo al 44,2%, mentre il leader dell’opposizione Kemal Kilicdarogluè previsto vincitore con il 51,3% dei consensi al primo turno.

Non sono poi mancati attacchi allo sfidante Kiliçdaroglu, bollato come terrorista“. “Ora chiedo da qui: i miei giovani affiderebbero il loro futuro a loro? Sono terroristi. Affiderebbero il mio Paese a coloro che camminano mano nella mano e a braccetto con i terroristi?”. Così durante un comizio del suo partito, l’Alleanza Popolare, a Ümraniye. “Il signor Kemal Kilicdaroglu prende ordini dai terroristi. Noi prendiamo ordini dal nostro Dio e dalla nostra Nazione. Questa è la differenza tra noi”. Il leader si è scagliato con queste parole contro l’opposizione. L’attacco a Kilicdaroglu, principale candidato dell’opposizione e sfidante di Erdogan, con l’accusa di presunti legami con il Pkk (considerato “organizzazione terroristica” dal governo di Ankara) è arrivato durante un comizio a Istanbul.

Il “Gandhi turco”

Lo sfidante Kemal Kilicdaroglu, 74 anni, è il leader del partito laico e di centro sinistra Chp che sogna di battere Erdogan lancia un messaggio sui “Diritti, legge, giustizia” che era poi lo slogan gridato del 2017, quando Kilicdaroglu guidò ‘la marcia della giustizia’, una manifestazione politica da lui ideata per protestare contro gli arresti e le purghe di migliaia di dissidenti all’indomani del tentato golpe del luglio 2016. Molti di loro non avevano nessun legame con i golpisti, ma erano semplicemente critici. La marcia di 450 km da Ankara a Istanbul, partecipata da centinaia di migliaia di persone in circa tre settimane, fu pacifica ma ricevette comunque attacchi da parte di militanti del partito del presidente e dei suoi alleati. Kilicdaroglu continuò imperterrito a marciare, invitando i suoi sostenitori a non rispondere alle provocazioni, cosa che gli valse anche all’estero il soprannome di ‘Gandhi turcò.

Kilicdaroglu ha lavorato negli scorsi anni soprattutto per spostare il Chp verso posizioni più socialdemocratiche e concilianti verso segmenti della società turca che la formazione politica aveva tradizionalmente ignorato, per non dire osteggiato, come i religiosi o la minoranza curda. In questo modo è riuscito a creare un’ampia alleanza di opposizione per fronteggiare Erdogan formata da forze molto diverse tra loro, tra cui partiti islamisti, e soprattutto a trovare il sostegno della principale formazione filocurda, lo Ysp, che ha chiesto ai suoi elettori di votare per Kilicdaroglu. Durante la campagna elettorale il leader dell’opposizione ha rotto un altro tabù parlando esplicitamente delle sue origini aleviti, una corrente minoritaria dell’Islam – non sunnita né sciita – presente in Turchia e regolarmente al centro di attacchi e discriminazioni. “Le nostre identità sono le risorse che ci rendono ciò che siamo”, ha detto Kilicdaroglu rivolgendosi ai giovaniper convincerli a votare per lui.

 “Abbiamo tutti perso la democrazia”, ha detto al momento del voto Kilicdaroglu.  “A tutti noi è mancata la democrazia.

Ci è mancato stare insieme, ci è mancato abbracciarci. Vedrete, la primavera tornerà in questo Paese se Dio vorrà e durerà per sempre”, ha dichiarato il candidato presidenziale dell’opposizione turca, dopo aver espresso il suo voto ad Ankara. 
    Anche il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan ha votato nelle elezioni dove è candidato nuovamente per la presidenza della Repubblica. Lo rende noto la tv di Stato Trt, facendo sapere che Erdogan ha votato nel quartiere di Uskudar, sulla sponda anatolica di Istanbul.

Potere presidenziale

In Turchia il presidente ha un ruolo molto influente, soprattutto dopo la riforma costituzionale introdotta proprio durante il governo di Erdogan nel 2017. La riforma ha trasformato il paese da repubblica parlamentare a presidenziale, dando al presidente molti più poteri e abolendo la carica di primo ministro: col nuovo sistema il presidente viene eletto direttamente dalla popolazione. Per potersi candidare  deve essere un cittadino turco, avere almeno 40 anni e una laurea, oltre ad essere indicato da partiti che abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti alle precedenti elezioni o che abbiano almeno 20 seggi in parlamento. Il mandato dura cinque anni.

Per poter essere eletto al primo turno il candidato presidente deve ottenere almeno il 50 per cento dei voti totali: altrimenti i due candidati più votati vanno al ballottaggio, che nel caso si terrà domenica 28 maggio. Hanno diritto di voto circa 64 milioni di cittadini, di cui oltre 6 milioni potranno votare per la prima volta, mentre 3,4 milioni potranno votare dall’estero. Alle scorse elezioni l’affluenza fu dell’86 per cento.

Per quanto riguarda il voto per rinnovare il parlamento, in Turchia il sistema è proporzionale, che assegna cioè alle liste i seggi in proporzione ai voti presi. I 600 deputati del parlamento rappresentano 87 distretti elettorali: i distretti ottengono i seggi in proporzione alla propria popolazione, e per poter entrare in parlamento un partito deve aver ottenuto almeno il 7 per cento dei voti o far parte di un’alleanza di altri partiti che prendano almeno il 7 per cento.

Gli schieramenti

Alle elezioni i partiti turchi si presentano grossomodo riuniti in tre grossi blocchi. Il primo, l’Alleanza del Popolo, è composto dai partiti che sostengono Erdogan: il suo partito Adalet ve Kalkınma (Giustizia e Sviluppo, AK) che oggi ha 285 seggi, il partito di estrema destra Milliyetçi Hareket (Movimento nazionalista, MHP), che ne ha 48, un altro partito di destra, il Partito della Grande Unità (BBP) e uno islamista, il Nuovo Partito del Benessere (YRP).

Il secondo blocco, l’Alleanza Nazionale, è quello dei partiti d’opposizione che sostengono Kilicdaroglu: il suo partito, l’CHP di centrosinistra, che ha 134 seggi, e altri cinque partiti: quattro di centrodestra – l’IYI (Partito Buono), il DP (Partito Democratico), il DEVA (Partito della Democrazia e del Progresso), il GP (Partito del Futuro) e il partito islamista Saadet Partisi (Partito della Felicità). Questo secondo blocco è molto eterogeneo e riunisce partiti molto diversi, coalizzati attorno ad alcune riforme di principio, per esempio abolire il presidenzialismo e ridurre la concentrazione del potere nelle mani del presidente, e soprattutto in nome dell’estremo tentativo di rimuovere democraticamente Erdogan.

Anche il terzo blocco, l’Alleanza del Lavoro e della Libertà, sostiene  Kilicdaroglu: comprende il principale partito filocurdo, l’Halkların Demokratik (Partito Democratico del Popolo, HDP) che ha 56 seggi ed è il terzo in parlamento, il Partito dei Lavoratori della Turchia (TIP), di sinistra, e il Partito della Sinistra Verde (YSP), di sinistra e ambientalista.

Un Paese diviso

Lo racconta su Avvenire Marta Ottaviani, inviata a Istanbul, che della realtà turca è una profonda e documentata conoscitrice. Così alla vigilia del voto: “La Turchia domenica va al voto e non è mai stata più divisa di così. Non solo fra chi sostiene il presidente della repubblica, Recep Tayyip Erdogan, e il capo dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ma anche fra chi è sicuro che saranno elezioni tranquille e chi teme che subito dopo possano scoppiare proteste o addirittura qualcosa di peggio. L’unica certezza è che oggi andranno alle urne milioni di persone e che sarà una lotta all’ultimo voto. Il Capo dello Stato nella prima parte della campagna elettorale, spesa soprattutto nelle zone del terremoto, ha puntato tutto sulla ricostruzione post sisma e la ripresa dell’economia, il tema per eccellenza di queste elezioni. Oggi è venuto fuori l’Erdogan più radicale, che ha chiuso i suoi comizi con la preghiera della sera a Santa Sofia, da lui trasformata in moschea nel 2000, e che prima è tornato a Kasimpasha, sulle rive del Corno d’Oro e dove è nato, 69 anni fa.

Un Erdogan quasi intimista, che ha ricordato la sua infanzia, in una famiglia turca come tante altre e le sue partite al pallone nella piazza di Okmeydani. Poi, però, è partito l’affondo all’opposizione e il tono è diventato incendiario. Si è rivolto direttamente al suo avversario, Kemal Kilicdaroglu, chiamandolo per nome, accusandolo di aver stretto patti con i terroristi, nello specifico, i curdi del Pkk, e con chi vuole minare l’unità nazionale. Un presidente sicuro di sé, convinto di chiudere la contesa elettorale al primo turno, e di non dover aspettare il ballottaggio del 28. Ma a Istanbul l’aria è tesa. Alle quasi 50mila persone che si sono recate a Kasimpasha, Erdogan ha chiesto di «non accettare provocazioni», facendosi promettere di «non partecipare a scontri». 

Il rais ha affermato di «essere pronto ad accettare il risultato» di una possibile sconfitta, ma subito dopo ha aggiunto: «Domani sera usciremo per le strade a festeggiare», davanti a una folla in delirio, con tantissime donne e bambini, che scandivano a gran voce lo slogan «Tek Millet, tek bayrak, tek vatan», un solo popolo, una sola bandiera, una sola patria. 

Nell’altra Turchia, quella che sostiene Kilicdaroglu, e che è formata da una coalizione dagli orientamenti politici diversi, con l’appoggio esterno dei curdi, la parola d’ordine è prudenza. Oggi il capo dell’opposizione ha tenuto il suo ultimo comizio ad Ankara. Un bagno di folla, nel quale Kilicdaroglu ha parlato di pace e di una Turchia dove lui è pronto ad ascoltare tutti. «I giovani e le donne di questo Paese cambieranno un governo autoritario con mezzi democratici» ha detto, rassicurando subito dopo che non ci saranno brogli: «Lavoriamo per la sicurezza delle urne elettorali da 1,5 anni. Abbiamo testimoni e rappresentanti in tutti i seggi». Una tranquillità che contrasta con le catene di messaggi che circolano da giorni sui telefoni e sulle principali piattaforme social nei quali si chiede di non manifestare troppo la propria posizione politica, di votare e di andare subito a casa. Qualche messaggio, particolarmente inquietante, consiglia anche di non uscire per tutto lunedì. Nel Paese, c’è chi bolla tutto ciò come una paranoia inutile e chi ritiene che, nonostante tutto, la Turchia sia una democrazia matura, in grado di accettare qualsiasi risultato elettorale uscirà dalle urne. Sarà anche un caso, ma ieri era difficile trovare qualcuno che di dichiarasse a favore di Kilicdaroglu, nonostante nei sondaggi il candidato dell’opposizione nella megalopoli sul Bosforo sia attestato a un 49% contro il 43% di Erdogan. «C’è molta tensione – spiega Gulsah, studentessa che voterà il Chp –. Ma io credo che alla fine non ci saranno disordini. Questa volta siamo davvero troppi a volere che Erdogan se ne vada». 

Per i sondaggi, il presidente è davvero a rischio. E se la passa male anche chi i sondaggi li fa: Kemal Ozkiraz, fondatore dell’istituto Avrasya che ha previsto una sconfitta del reis e la vittoria di Kilicdaroglu al primo turno, è stato messo in custodia cautelare ad Ankara. Per strada si incontrano tante persone che rivoteranno Erdogan, riconoscenti per quello che ha fatto in questi anni e accusando Kilicdaroglu di non avere un programma e aver stretto un accordo con curdi e Stati Uniti. Ce ne fosse uno che parli di diritti umani”.

Testimone scomoda

Il racconto di Emanuela Irace giornalista free lance in Turchia per seguire le elezioni del 14 maggio dal kurdistan turco era insieme a una delegazione di osservatori elettorali, rappresentanti sindacali, cobas, giuristi e esponenti dell’associazione ‘No Bavaglio’. A darne conoscenza è Claudio Pelagallo su In Libera Uscita: “Ieri verso le 15 mi hanno arrestata all’aeroporto di Istanbul senza fornirmi alcuna spiegazione.-racconta la giornalista- Ero in transito per imbarcarmi su un volo interno diretto nel sud est anatolico. Al controllo passaporti mi hanno fermata e impedito di prendere il volo interno per Mardin. Mi hanno perquisita, sequestrato passaporto, medicine e i prodotti per l’igiene personale. La polizia mi ha rinchiuso per circa 5 ore in una camera di sicurezza interna all’aeroporto. Mi hanno preso le impronte digitali e fatto le foto segnaletiche. Non mi hanno dato nessuna motivazione del perchè mi abbiano fermata e “Deportata “come si legge dal verbale della polizia che mi hanno costretta a firmare. Mi hanno espulsa dal paese insieme a una decina di subsahariane, maghrebine, pakistane, Uzbeke, iraniane e afghane- e continua- Mi hanno imbarcata sul volo delle 21.45 per rientrare in Italia. Scortata dalle istituzioni turche e relegata da sola in fondo all’aereo al posto 32 senza possibilità di muovermi. All’atterraggio a Roma sono stata prelevata da poliziotti italiani, gentili e attoniti per quello che mi era successo. Non sono mai stata più fiera di essere cittadina italiana e mai mi sono sentita più al sicuro come in quel momento. Mi hanno rifocillata e supportata.- conclude la Irace- Ringrazio per la l’attenzione fraterna dimostrata nei miei confronti dagli uomini della polizia di turno presenti ieri notte al presidio dell’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma”.

Sultanato o democrazia? La Turchia è appesa a un filo. Una spaccatura destinata a rimanere viva anche quando si saprà il nome del presidente eletto. 

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