Libia: ecco da cosa fuggono, ministro Piantedosi
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Libia: ecco da cosa fuggono, ministro Piantedosi

Se invece di chiedersi dove vogliono andare, e fare di tutto per impedirglielo, i sovranisti di governo, e la stampa che amplifica le loro gesta (sic), si chiedessero da cosa fuggono, forse acquisterebbero un po’ di umanità.

Libia: ecco da cosa fuggono, ministro Piantedosi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

6 Aprile 2023 - 18.02


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Se per una volta, soltanto una volta, invece di chiedersi dove vogliono andare, e fare di tutto per impedirglielo, i sovranisti di governo, e la stampa che amplifica le loro gesta (sic), si chiedessero da cosa fuggono, forse acquisterebbero un po’ di umanità. Per questo consigliamo caldamente la lettura dell’articolo di Antonio Maria Mira su Avvenire e la testimonianza raccolta da Fabio Greco per l’Agi.

Ecco da cosa fuggo

Scrive Mira: “«Ho visto la morte davanti agli occhi nel mio Paese in guerra. Ho visto la morte davanti agli occhi in mare, sul barcone che dalla Cirenaica ci ha portato in Italia. Ma lo dovevo fare e altri lo faranno ancora perché è molto meglio della guerra». È il racconto di Omar, 22 anni, siriano di Dar’a, città del Sudest del Paese, prossima alle frontiere con Giordania, Libano e Israele. È il racconto della rotta dalla Libia orientale, Cirenaica, dove comanda il generale Haftar, con l’appoggio della Russia. Omar non conosce le dinamiche della geopolitica, ma ha pagato, e non solo soldi, i trafficanti che godono, o sono protetti, da queste dinamiche. 

Lo incontriamo nel porto di Roccella Jonica dove è arrivato il 24 marzo su un barcone che trasportava 400 persone. E, grazie a due mediatrici culturali della Caritas della diocesi di Locri-Gerace, ascoltiamo la sua storia. E per la prima volta si alza un po’ il velo su questa rotta di cui si parla molto poco, malgrado nelle ultime settimane abbia portato sulle coste calabresi e siciliane più di 4.500 persone, su pescherecci che ne trasportano a centinaia, gli ultimi il barcone con 500 persone il cui salvataggio è in corso e quello che nella notte tra domenica 26 e lunedì 27 marzo, ha portato 650 immigrati a Roccella. Molti di loro sono ancora qua, o in altri comuni della Locride, assieme a parte degli arrivi precedenti. Omar è uscito dalla Siria nel 2021 raggiungendo Tripoli. «Non sono andato in Turchia perché pensavo fosse peggio. 

La mia famiglia è rimasti in Siria, sono partito solo io perché non avevamo abbastanza soldi». In patria faceva lo chef e anche in Libia aveva cominciato a fare lo stesso lavoro. «Ma poi mi hanno messo in carcere per quattro mesi. Sono stato malissimo e ancora oggi ho problemi ai reni e soffro di epilessia». Per uscire dal carcere ha pagato 4mila dollari. «I trafficanti pensano che noi siriani siamo pieni di soldi». Lui, intanto, ha deciso di lasciare anche la Libia, di partire per l’Italia. Ma non dalla zona di Tripoli. « Mi hanno detto che era meglio, più facile e più sicuro dalla Cirenaica. Così per tre giorni ho attraversato il deserto e ho raggiunto Kambut. Avevano promesso che ci avrebbero messo in una casa e invece per altri tre giorni siamo stati in un garage». Non le uniche promesse non mantenute. «Ci avevano detto che saremmo stati in un posto sicuro e poi in una barca sicura. Ma non è stato così». L’organizzazione, ci spiega, è composta da libici e egiziani, sia a terra che sulla barca, e non è la stessa che lo aveva tenuto in carcere a Tripoli. 

«Ho pagato a loro 4.200 dollari per il viaggio in barca. Siamo partiti martedì, un viaggio terribile. Ci hanno preso soldi e cellulari. Il mare era molto mosso, la barca vecchia e si muoveva in un modo pauroso. Ci avevano detto che a bordo avremmo trovato coperte e quindi di non portare nulla. Invece a bordo non c’erano. Non c’era niente. Un ragazzo pachistano è morto per il freddo». Poi venerdì il soccorso delle motovedette della Guardia costiera. «Quando le ho viste è tornata la nostra anima», spiega così le sue sensazioni in quel momento. Gli chiediamo se ha saputo della strage di Cutro. «Sì, l’ho saputo. Lo so che questi viaggi sono pericolosi, ce ne siamo accorti anche noi. Ma sono meglio della guerra in Siria e molto meglio di quello che abbiamo vissuto in Libia. Anche se abbiamo visto la morte davanti a noi in mare», torna a ripetere. 

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E ora? «Vorrei andare in Germania dove ho dei cugini. Ma non ho più neanche un euro. Non ho problemi a restare qui finché non avranno completato tutti i controlli, ma vorrei stare un po’ meglio. Sono stato trattato molto bene, soprattutto dai medici. Qui si rispettano i diritti. Ma il posto dove siamo ospitati non va bene, è sporco, fa freddo e abbiamo poche coperte».

Così mi hanno torturato

La testimonianza raccolta da Fabio Greco per Agi: Un mio amico aveva sognato ad occhi aperti di andare in Europa. Al mattino l’ho trovato morto e ho coperto il suo corpo”. È uno dei passaggi della testimonianza di Ochek (nome di fantasia) dall’inferno libico, attraversato prima di partire alla volta dell’Europa e di essere soccorso a dalla nave Geo Barents, diretta verso il porto di Ancona. “Fino al giorno in cui non ho lasciato la Libia – racconta Ochek -ho subito torture e maltrattamenti e ho visto con i miei occhi persone picchiate e maltrattate. Sono stato torturato. Mi hanno legato le mani e bruciato con una sbarra di ferro ardente. Ho il petto pieno di cicatrici. Ci colpivano con il fucile o ci bruciavano il petto con metalli ardenti. Ci costringevano a chiamare la famiglia per chiedere aiuto, per mandare i soldi del riscatto”.

La fuga dall’Eritrea, la vita in Sudan

Ochek ha 21 anni ed è eritreo. “Quando avevo 4 anni – racconta all’equipaggio della nave, che riferisce la sua storia – mia madreha deciso di andare in Sudan per salvarmi dal servizio militare.In Eritrea i bambini di 8 o 9 anni vengono arruolati nell’esercito. Un giorno il governo ha portato via mio padre e mia madre ha avuto paura che succedesse lo stesso a me. Ho vissuto in Sudan per circa 13 anni, ma da quando avevo 14 anni avrei voluto andarmene, non pensavo che sarebbe stato così tanto pericoloso. Pensavo sarebbe stato semplice arrivare in Libia e poi in Europa. In Sudan ho fatto diversi lavori, ho lavorato in un ristorante e in una miniera d’oro nelle montagne. Poi ho deciso di andare in Libia e lì le cose sono cambiate. Arrivo in Libia. Per andare in Libia ho pagato un intermediario”.

“Lui mi aveva detto che avrebbe pagato il trafficante, ma il trafficante mi disse che non aveva ricevuto niente e così avrei dovuto pagare di nuovo o avrei dovuto lavorare per lui. Non avevo nessun parente in grado di mandarmi del denaro e sono stato costretto a lavorare per lui in una fattoria, con il bestiame. Non sempre mi trattava bene, così dopo 3 mesi sono fuggito. In Libia gli eritrei sono costretti a vivere nascosti. Dobbiamo rimanere in casa, raramente usciamo perché se ci vedono ci rapiscono per chiedere il riscatto. Ci chiedono di pagare in dollari perché credono che abbiamo parenti in Europa. Sono stato rapito due volte ma entrambe le volte sono riuscito a fuggire. Sono stato rinchiuso in una piccola stanza sovraffollata, con una finestra piccola. La mattina ci davano un pezzo di pane e c’era una tanica d’acqua desalinizzata, era amara. Dentro la stanza c’era un bagno e dormivamo su un fianco, uno attaccato all’altro per terra”.

“Eravamo – continua – 70/100 persone ma non c’era un limite di persone, i trafficanti continuavano a portare gente. Un giorno siamo riusciti a fuggire.Le guardie bevevano e fumavano fino all’alba così alle due di notte siamo riusciti a scappare. Io sono andato in un posto dove vivevano altri sudanesi e ho trovato lavoro. Devi essere fortunato, qualcuno ti paga altri no. Io sono riuscito a guadagnare abbastanza per pagare un trafficante. Mentre ci stavano trasferendo verso Tripoli, però, siamo stati arrestati e ci hanno imprigionato di nuovo in una stanza sovraffollata. Maltrattamenti, abusi, umiliazioni erano all’ordine del giorno. Era una milizia. Siamo rimasti lì per 15/20 giorni”.

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“Di notte – continua Ocheck -ti puntavano una pistola alla testa, ti prendevano tutti i soldi e ti picchiavano. Sei costretto ad entrare in queste stanze dove ti fanno morire di fame. Se parli dei maltrattamenti ti picchiano ancora di più o sei costretto a rimanere lì per più tempo. Ci facevano mangiare pasta mischiata ai sonniferi e al mattino ti trovavi un morto accanto mentre quello dietro di te era stato torturato. In bagno trovavi chi si puliva le ferite mentre bevevi acqua amara vicino a lui. Quando mangiavi c’era chi ti vomitava accanto”.

La partenza, la traversata del Mediterraneo 

Poi, finalmente, la partenza per l’Europa. “In mare – racconta Ocheck – il gommone si muoveva su e giù. Un uomo ha visto una barca di pescatori in lontananza e ha cominciato ad urlare che era la guardia costiera libica. Tutti sono stati presi dal panico, le persone vomitavano, avrebbero preferito morire in mare. Prima di prendere il mare, ci hanno rinchiuso tutti e 70 in una piccola stanza lontano dalla riva. Non puoi parlare, aprire la bocca o muoverti. Eravamo seduti uno accanto all’altro, molto stretti, poi uno per uno ci hanno portato in macchina, dove eravamo accatastati uno sopra l’altro. Ci hanno portato in un altro posto più vicino alla riva, a pochi passi dalla spiaggia. La notte ci portavano fuori in gruppi di 10 persone. Ci hanno fatto portare il gommone e ce lo hanno fatto mettere in mare. Siamo saltati su e abbiamo pregato. Ci siamo affidati a Dio e siamo partiti”. 

Ecco da cosa fuggono, ministro Piantedosi.

Uno Stato fallito, un territorio conteso

Di grande interesse è il report di Agenzia Nova: “Il capo del governo designato dalla Camera dei rappresentanti della Libia, Fathi Bashagha, accetterà di incontrare il premier del Governo di unità nazionale (Gun), riconosciuto dall’Onu e basato nella capitale Tripoli, Abdulhamid al Dabaiba, solo nel caso di “consegna del potere”. Lo ha detto lo stesso premier del cosiddetto Governo di stabilità nazionale (Gsn) durante una conferenza stampa tenuta nella città di Sirte, nella Libia centro-settentrionale, dove ha annunciato un progetto dal nome “Sviluppo di una nazione” dal presunto valore complessivo di un miliardo e mezzo di dinari libici (286 milioni di euro). Il capo dell’esecutivo parallelo dell’est del Paese ha accolto con favore la formazione del comitato congiunto per preparare le leggi elettorali 6+6, formato dalla Camera dei rappresentanti e dall’Alto Consiglio di Stato, lodando il modo “armonioso e democratico” in cui ne sono stati scelti i membri. Allo stesso tempo, Bashagha ha elogiato il ruolo del Comitato militare 5+5, composto da alti ufficiali dell’est e dell’ovest del Paese, e le recenti visite reciproche tese all’unificazione delle istituzioni militari. Allo stesso tempo, il premier del governo non riconosciuto ha annunciato l’avvio della registrazione degli elettori per le elezioni di 14 consigli municipali (non meglio specificati).

Da circa un anno la Libia è spaccata tra due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalle Comunità internazionale e appoggiato dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale guidato dal premier designato Fathi Bashagha, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica, sostenuto inizialmente da Egitto e Russia ma ormai sempre più abbandonato a sé stesso. Le elezioni presidenziali e parlamentari in Libia avrebbero dovuto tenersi il 24 dicembre del 2021, nella simbolica data del 70esimo anniversario dell’indipendenza del Paese, ma sono state procrastinate “sine die”.

Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu Abdoulaye Bathily ha lanciato il 27 febbraio un piano per l’istituzione di un nuovo “Comitato di alto livello” che dovrà includere i principali “stakeholder” libici per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. La controversia nel percorso costituzionale per andare alle elezioni in Libia ha riguardato soprattutto la questione della doppia cittadinanza del futuro presidente: l’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, una sorta di Camera alta della Libia, è fermamente contrario al doppio passaporto, mentre la Camera dei rappresentanti è favorevole. Un altro nodo riguarda gli incarichi militari: per il “Senato” i potenziali candidati non dovrebbero provenire dalle Forze armate, mentre per il Parlamento dell’est del Paese, regione dominata dal generale libico Khalifa Haftar, la questione non sarebbe un problema. Non ci sarebbe accordo nemmeno sulla divisione dei poteri tra il premier e il presidente, così come sull’imposizione della Shari’a, la legge islamica.

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Il labirinto di un conflitto tribale, gli appetiti dei vicini ambiziosi

A darne conto è Leonardo Sgura, corrispondente dal Cairo di Rai News. Annota Scura: “L’Egitto, insieme agli Emirati arabi uniti, è vicino alla Cirenaica, ampia regione orientale confinante con l’Egitto, il cui esercito nazionale è comandato dal generale Haftar, protagonista della guerra civile divampata nel 2014, due anni dopo la caduta di Gheddafi, con l’obiettivo di prendere il controllo di tutto il paese, in particolare della compagnia petrolifera e della banca centrale, conquistando Tripoli e spodestando il Governo di Accordo Nazionale guidato all’epoca da Al Serrai, sostenuto da Turchia e Qatar.  Insieme all’Egitto, dunque, l’altro Paese direttamente coinvolto nella questione libica, è proprio la Turchia che nel 2020, quando la caduta di una Tripoli sotto assedio sembrava ormai imminente, è intervenuta militarmente nel conflitto salvando Al Serrai: sia inviando truppe, per lo più mercenari; sia impiegando i propri droni per bombardare l’esercito della Cirenaica. 

L’intervento turco spinse Serraj e Haftar alla tregua, arrivata ad agosto del 2020, e poi agli accordi – mediati dall’Onu – che insediarono a marzo 2021 il governo provvisorio di Dbeibeh, il quale aveva il compito di gestire le elezioni, fissate al 24 dicembre 2021, per la riunificazione politica del paese.

Quelle elezioni non si sono mai svolte, per una serie di contrasti sulle “regole” relative alle candidature. sia Dbeibeh che Haftar intendevano e ancora oggi intendono candidarsi alla guida della Libia, ma una serie di veti incrociati hanno impedito di trovare una base “costituzionale” condivisa che permetta ad entrambi di correre per la presidenza. 

Gli accordi prevedevano anche che, prima del voto, venissero ritirate le truppe straniere presenti nel Paese, compreso un contingente dei mercenari della Wagner, inviato dalla Russia a sostegno di Haftar. 

Altro punto da realizzare prima delle urne era il disarmo delle milizie private, seguito dalla riunificazione delle forze armate e degli apparati di sicurezza.

Tutti impegni che non sono mai stati rispettati, mentre la Turchia, nella confusione generale, ha chiuso con Tripoli accordi – contrari al diritto internazionale – in base ai quali comunque accampa pretese sui giacimenti di gas del mediterraneo orientale. 

Su tutto questo si continua a trattare. 

I colloqui tra le fazioni libiche da mesi si svolgono al Cairo, con la mediazione egiziana, tra delegazioni dei contrapposti organi legislativi, cioè la camera dei rappresentanti, che ha sede a Tobruk e sostiene il governo Bashaga, e l’Alto Consiglio di Stato, il “Senato” che ha sede a Tripoli e sostiene il premier Dbeibeh. Due settimane fa, dopo l’ultimo round di trattative, il portavoce della Camera dei Rappresentanti, Aguila Saleh, ha annunciato che c’è un’intesa sulle regole per le candidature, dicendosi ottimista sulla possibilità di andare alle urne entro il prossimo settembre. Ottimismo ridimensionato, poche ore dopo, dallo stesso Saleh, precisando che l’accordo è ancora in una fase embrionale. Parole identiche ha usato il capo del Consiglio di Stato, Khalid al Mishri, raffreddando gli entusiasmi degli osservatori internazionali.

Una tela di Penelope intricatissima, che spiega la ragione per cui, sul fronte internazionale, la diplomazia italiana sta lavorando anche a stretto contatto con Egitto e Turchia, Paesi cruciali per raggiungere l’obiettivo di una concreta stabilizzazione della Libia”. 

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