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Giorno di guerra numero 365: ecco come è cambiato in un anno di conflitto il mondo

Gli equilibri globali, le conseguenze politiche e quelle economiche, la percezione dell'opinione pubblica

Giorno di guerra numero 365: ecco come è cambiato in un anno di conflitto il mondo
Un anno di guerra in Ucraina

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23 Febbraio 2023 - 15.27


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Un anno lunghissimo. Dalla notte fra il 23 e il 24 febbraio 2022 a oggi, una sequenza di notizie sempre più gravi ha scandito la cronaca di una guerra, quella aperta con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha riportato in Europa la morte, la paura e la sofferenza imposte da un conflitto. Dopo la Seconda guerra mondiale, solo la crisi in Kosovo, seppure con dimensioni più contenute, aveva coinvolto il Vecchio Continente in un contesto di guerra che non fosse solo una delle tante guerre ‘degli altri’.

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Questa è una guerra europea, lo racconta bene sull’adnkronos, Fabio Insenga, ed è una guerra che pesa sul futuro dell’Europa. Le conseguenze di quest’anno sono evidenti su tutti i fronti: quello degli equilibri internazionali e delle forze in gioco a livello geopolitico, quello economico e quello sociale, con la corsa dei prezzi e un inevitabile processo di redistribuzione della ricchezza, quello politico a livello nazionale.

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Sono cambiate molte cose, rispetto a 365 giorni fa, alcune in maniera irreversibile, altre avranno bisogno di tempo per essere ‘riassorbite’. Soprattutto, a un anno dall’inizio della guerra, non si è sciolta e anzi si è infittita la nebulosa che riguarda il possibile epilogo del conflitto. Una soluzione non sembra a portata di mano e, anzi, in questi giorni la prospettiva di una ulteriore escalation sul piano militare, con un nuovo attacco russo su larga scala e la resistenza ucraina che si prepara a contenerlo, torna ad agitare anche lo spettro del nucleare. Tutto questo ha evidentemente una ricaduta sui rapporti tra mondo occidentale e mondo orientale, con l’asse, che resta solido, tra Russia e Cina. E il rischio di lungo periodo è che si possa chiudere il dialogo, tornando a una rigida separazione delle sfere di influenza e degli spazi economici di riferimento.

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L’idea stessa della pace ha subito una trasformazione. Uscendo dalla logica, legittima, del pacifismo ‘senza se e senza ma’ che ripudia le armi, il dibattito sulla pace ‘giusta’ che non può essere pace a qualsiasi prezzo si è ampliato rispetto alle mille sfumature possibili. Si è rafforzata la consapevolezza che la fine della guerra con una vittoria della Russia sarebbe un precedente pericoloso, per il resto dell’Europa e anche per gli equilibri globali. Ma è difficile immaginare fino a che punto si possa spingere la resistenza ucraina e quella del fronte occidentale che la sostiene, evitando che il conflitto si allarghi e diventi ‘mondiale’.

E’ cambiata intanto la percezione della guerra nell’opinione pubblica. A una prima fase di condivisa partecipazione al dramma del popolo ucraino, sono seguite fasi diverse, in cui hanno prevalso in ordine sparso l’assuefazione, la paura di pagare un prezzo troppo alto, la divisione per fazioni rispetto alla disinformazione e alla propaganda, ingredienti sempre presenti nel menu delle guerre.

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L’incontro di Kiev tra il premier Giorgia Meloni e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è servito a mettere alcuni punti fermi. La posizione italiana è stata ribadita con nettezza, “con l’Ucraina fino alla fine”, ma la reazione di Zelensky alle parole di Silvio Berlusconi, che più volte ha ribadito la sua interpretazione ‘filo putiniana’ delle cause e delle conseguenze delle guerra, ha rimesso al centro dell’attenzione il tema dei rapporti pregressi con la Russia e delle potenziali falle nella maggioranza politica che sostiene il governo Meloni. I fatti, a partire dai voti in Parlamento, come ha ribadito Meloni, dicono che la tenuta finora è stata assicurata. Ma, guardando avanti, il prolungarsi della guerra e le decisioni che il governo potrebbe essere chiamato a prendere potrebbero pesare.

Le conseguenze principali della guerra erano attese soprattutto sul piano economico. A distanza di un anno, ci sono alcune evidenze che si possono dare per acquisite. La crisi dell’energia c’è stata ma per ora è stata in buona parte assorbita grazie agli sforzi fatti da tutti i paesi europei per neutralizzare la dipendenza da Mosca. Il conflitto in Ucraina non ha provocato una recessione, che sembra scongiurata almeno per l’Italia dall’andamento del Pil. Ha innescato una corsa dell’inflazione e la reazione alla corsa dei prezzi ha indotto la Bce ad alzare i tassi di interessi, e quindi a far salire il costo del denaro. La principale conseguenza è che il reddito disponibile e la capacità di acquisto sono scese, soprattutto per le fasce di popolazione a reddito fisso e più basso. L’economia russa sta pagando il prezzo delle sanzioni occidentali, soprattutto considerando la qualità della vita e le pressioni che stanno crescendo sul fronte interno, ma non è crollata come alcune frettolose previsioni di Fmi e Banca Mondiale avevano indicato. La ricostruzione dell’Ucraina, volendo spingersi ad immaginare uno scenario post bellico, richiederà uno sforzo economico immane.

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