Motovedette alla Libia, soldi per nuovi muri: la "Fortezza Europa" fa sempre più schifo
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Motovedette alla Libia, soldi per nuovi muri: la "Fortezza Europa" fa sempre più schifo

Motovedette alla Libia, soldi per nuovi muri. La "Fortezza Europa" fa sempre più schifo

Motovedette alla Libia, soldi per nuovi muri: la "Fortezza Europa" fa sempre più schifo
Salvini e Orban
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

9 Febbraio 2023 - 14.05


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Motovedette nuove di zecca regalate alla cosiddetta Guardia costiera libica per rafforzare i respingimenti in mare. Finanziamenti a pioggia per realizzare altri muri anti-migranti. Benvenuti, si fa per dire, nella “Fortezza Europa”. Una “fortezza” che esternalizza le sue frontiere e si blinda rispetto a una invasione che non c’è ma che aiuta a vincere le elezioni.

Quei muri della vergogna.

Così li racconta Linkiesta: “Costruire muri per fermare i migranti, e pure con i soldi dell’Unione europea. La prima apertura c’era stata in una lettera della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen inviata a tutti i leader europei in vista del consiglio europeo straordinario che parte oggi. Nel piano in 15 punti, si prevede di «rafforzare le frontiere esterne attraverso misure mirate da parte dell’Unione». Tra queste, c’è la «mobilizzazione di fondi Ue per aiutare gli Stati membri a rafforzare le infrastrutture per il controllo delle frontiere». La parola «infrastrutture» non era presente nella precedente bozza, ma poi venne inserita dopo il confronto tra i 27 ministri dell’Interno a Stoccolma.

Oggi sarà il Consiglio europeo a discuterne formalmente la possibilità. Il via libera all’inserimento nell’ordine del giorno della riunione straordinaria è arrivato ieri dall’incontro degli ambasciatori che preparano i lavori del summit, spiega Repubblica. E l’Italia non si è opposta. Palazzo Chigi ha dato esplicitamente il via libera. Un “do ut des” per avere in cambio qualcosa. In particolare, il riconoscimento che le vie marittime della migrazione, quelle che toccano direttamente il nostro Paese, hanno una loro «specificità». Una formula su cui l’esecutivo Meloni ha insistito. Le frontiere di mare sono considerate la porta principale da cui far passare una “svolta”, anche militare, nel controllo dei flussi migratori. Un modo per non rompere quel filo ideale che ha sempre legato Fratelli d’Italia e Lega ai sovranisti di Ungheria e Polonia. Anche se la linea sta provocando una frattura nel governo. Con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha infatti fatto sapere che «non dobbiamo finanziarie muri ma un’azione forte in Africa». Nella bozza del documento finale, però, compare sia l’ipotesi dei muri già invocata in passato soprattutto dall’ungherese Viktor Orban – amico di Giorgia Meloni – sia il concetto della «specificità» marittima. «È probabile», ammette lo staff della presidenza del Consiglio europeo, «che il dossier sul finanziamento dei muri sia sul tavolo del summit europeo». Il punto cruciale è che può essere violato, per la prima volta dopo il 1989 con la caduta del muro di Berlino, un principio che sembrava inviolabile in Europa: mai più nuovi muri. Già nei mesi scorsi, nonostante la netta contrarietà politica della Commissione e di Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, aveva chiarito che non esiste alcun divieto giuridico in merito alla possibilità di finanziare barriere mobili o permanenti contro l’ingresso irregolare di extracomunitari. E stavolta un fronte molto ampio, dall’Ungheria all’Austria, ha insistito che proprio in virtù dell’assenza di una proibizione legale, si inserisse nelle conclusioni del vertice straordinario l’ipotesi di pagare con i soldi di tutti i cittadini europei la costruzione dei muri anti-migranti.

Resta il fatto che la presidente del Consiglio italiana ha dato il suo ok all’idea di costruire un muro nel cuore d’Europa, barattandolo con l’idea di poter controllare le frontiere del Mediterraneo a livello europeo. Nel documento finale è scritto esplicitamente che la migrazione «necessita una risposta europea». Sebbene al  momento Palazzo Chigi ritenga di sfruttare l’apertura sulla «specificità» delle vie marittime dei migranti chiedendo interventi «mirati» dal punto di vista del sostegno economico, da quello giuridico connesso al Paese di primo approdo e quindi alla redistribuzione degli extracomunitari, nel dossier italiano c’è anche una seconda e successiva possibilità. Quella di misure operative in mare. Dalla rivalutazione della missione “Sophia” con navi militari europee, fino al famigerato «blocco navale» meloniano”.

Sul nodo migranti “la ‘fortezza Europa’ non è una soluzione“.

 Ad affermarlo è l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera Josep Borrell entrando al vertice straordinario dei leader europei. “Il problema non è fermare l’immigrazione – chiarisce -, ma gestirla. Dobbiamo offrire corridoi di immigrazione regolare e occorre lavorare meglio con i nostri partner nel mondo”. 

“Possiamo chiedere alle persone di riprendere i migranti irregolari, ma dobbiamo offrire linee di migrazione regolare. Perché, in primo luogo, l’Europa ha bisogno dei migranti. E, in secondo luogo, è un modo per trattare meglio con i nostri partner in tutto il mondo”, ha detto ancora Borrell.

 Bocciatura bissata

Ne dà conto Dario Prestigiacomo in un documentato report per Today: “Dopo il Consiglio d’Europa, anche il Parlamento Ue si schiera contro il decreto del governo italiano che prende di mira le attività di ricerca e soccorso dei migranti da parte delle navi delle Ong. In una lettera inviata alla commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, gli eurodeputati contestano la legge sostenendo che potrebbe “avere un impatto significativo sul diritto alla vita sancito dalla Carta dei diritti fondamentali” dell’Ue.

La lettera è stata sottoscritta dai parlamentari della commissione Libertà civili, e fa il pari con una dichiarazione congiunta di 20 organizzazioni umanitarie europee che, sempre appellandosi all’esecutivo Ue, hanno puntato il dito sia sulla stretta sulle ong, sia sul nuovo memorandum di intesa con la Libia, da poco rinnovato da Meloni nel suo viaggio a Tripoli.   

Nella loro lettera, gli eurodeputati si dicono “preoccupati” per il decreto, sostenendo che questo “possa avere un impatto significativo sul diritto alla vita sancito dalla Carta dei diritti fondamentali (dell’Ue, ndr), in quanto le navi di soccorso civile sono ora obbligate a dirigersi immediatamente verso un porto italiano assegnato dopo ogni salvataggio, mentre altre persone potrebbero trovarsi in pericolo in mare e aver bisogno di soccorso”.  “Da anni, il governo italiano sta attaccando le Ong e gli attivisti di ricerca e soccorso attraverso la diffamazione, le molestie amministrative e una marea di procedimenti legali”, ha affermato l’eurodeputata di sinistra Cornelia Ernst. “L’ultimo atto è il decreto italiano sulla ricerca e soccorso, che in pratica è un invito a far annegare le persone”. Ernst chiede che la Commissione europea faccia pressioni sull’Italia affinché ritiri il decreto, “che viola il diritto marittimo internazionale, i diritti umani e il diritto europeo”. Nei giorni scorsi, il Consiglio d’Europa (organismo internazionale autonomo rispetto all’Ue) ha inviato una richiesta simile a Roma”.

 Venti Ong internazionali: quel Decreto è da cancellare

Così Giulia Tranchina, Ricercatrice, Divisione Europa e Asia Centrale di Human Rights Watch: “L’ultimo decreto sulla migrazione emanato dal governo italiano rappresenta un nuovo punto morto nella sua strategia di diffamazione e criminalizzazione delle organizzazioni non governative che salvano vite in mare. L’obiettivo del governo è quello di ostacolare ulteriormente il lavoro di salvataggio dei gruppi umanitari, facendo sì che il minor numero possibile di persone venga salvato nel Mediterraneo centrale. Il decreto vieta alle navi delle organizzazioni di ricerca e soccorso di effettuare più salvataggi nello stesso viaggio, ordinando che dopo un salvataggio le loro navi si dirigano immediatamente al porto assegnato dall’Italia e lo raggiungano “senza indugio”, imponendo di fatto di ignorare qualsiasi altro caso di soccorso in mare.


La norma, che non si applica ad altri tipi di imbarcazioni, viola il dovere di tutti i capitani di prestare assistenza immediata alle persone in difficoltà in base a molteplici disposizioni di diritto internazionale, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, il Protocollo di Palermo contro il traffico di migranti e il diritto dell’UE. L’impatto negativo della nuova norma è aggravato dalla recente prassi del governo di assegnare alle navi di soccorso porti di sbarco molto distanti nel nord e nel centro Italia, che richiedono fino a quattro giorni di navigazione, in violazione dell’obbligo di mettere a disposizione il porto di sicurezza più vicino. Ordinare alle navi di soccorso di navigare verso porti lontani impedisce loro di salvare vite umane nel Mediterraneo centrale per periodi di tempo più lunghi, le costringe a sostenere costi aggiuntivi significativi in carburante, cibo e altre spese e può aumentare la sofferenza dei sopravvissuti a bordo. Il decreto impone inoltre alle navi di soccorso non governative l’obbligo di raccogliere i dati dei sopravvissuti a bordo, compresa la loro intenzione di chiedere asilo, e di condividere tali informazioni con le autorità, in violazione delle leggi dell’UE, compresa la direttiva sulle procedure di asilo. Come hanno sottolineato 20 organizzazioni di ricerca e soccorso in una dichiarazione congiunta del 5 gennaio, il decreto rischia di aumentare il numero di persone che stanno già morendo nel Mediterraneo o che sono state riportate in Libia per subire orribili abusi. La Commissione europea dovrebbe chiedere l’immediato ritiro di questo decreto e la fine della pratica dell’Italia di assegnare porti lontani e intraprendere azioni legali contro norme che ignorano palesemente gli obblighi legali dell’UE nei confronti dei migranti e dei richiedenti asilo. Soprattutto, è tempo di una missione europea di ricerca e salvataggio guidata dallo Stato per evitare altre morti evitabili in mare”.

La ratio securista e la guerra alle Ong.

“Smantellare le Ong  – rimarca, sempre su Today, Cesare Triccarichi – fa parte del filone narrativo contro l’immigrazione degli ultimi anni che ha permesso ad alcuni partiti politici di costruire e foraggiare ampie basi di consenso politico. Con il decreto anti Ong il governo Meloni vuole dichiaratamente contrastare l’immigrazione “illegale”, ma al contempo mettere in atto il disegno più ampio di annullare le Ong. Oltre le limitazioni e complicazioni imposte dal decreto, ci sono i risvolti economici per i diretti interessati.  

Come visto, le navi Ong ora sono costrette a viaggi decisamente più lunghi rispetto al recente passato e quindi meno sostenibili. I costi stellari del carburante necessario per coprire tratte così lunghe hanno infatti già costretto molte navi a fermarsi: le Ong stanno puntando su campagne straordinarie di donazioni, ma al momento non sono sufficienti a ripartire. Sono gli effetti della Dottrina Piantedosi, definiti dal Consiglio d’Europa “intimidatori”.

Come detto, il decreto prende di mira le Ong e riesce molto bene nel suo intento di ostacolarne l’attività, ma fallisce nel suo scopo primario di “fermare le partenze illegali”. Nonostante il Codice di condotta, in Italia non sbarcavano così tanti migranti a gennaio da sette anni, dal 2016. Il ruolo delle Ong – oltre quello di salvare vite in pericolo -, è rimasto lo stesso: limitato, ora più del solito a causa del decreto.

Da quando vengono raccolti i dati sul numero degli sbarchi mensili – il 2013 -, il mese di gennaio 2023 è il secondo per il numero più alto di migranti sbarcati (4.959), dietro gennaio 2016 (5.273). Anche se a gennaio gli sbarchi sono aumentati, dunque il peso delle Ong sugli arrivi totali rimane limitato. Secondo i dati raccolti dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a gennaio 2023 sono sbarcati 527 migranti salvati nel Mar Mediterraneo da navi di Ong, su un totale di 4.959: poco più del 10 per cento sul totale.

L’incidenza delle Ong rimane in linea con quella degli ultimi anni. Il restante 90 per cento dei migranti è arrivato in Italia con sbarchi autonomi o con l’aiuto della Guardia costiera. 

Meloni nella storia, ma da quale parte?

“Abbiamo scritto la storia. Ora scriviamo il futuro dell’Italia”. Erano le parole di Giorgia Meloni Dopo la cerimonia della campanella che davano inizio al suo governo. L’elezione della prima donna come Presidente del Consiglio è un fatto storico, che verrà tramandato e ricordato. Le azioni però contano. Come primo atto politico del nuovo anno il governo Meloni si è scagliato contro chi salva vite in mare. Risultati: sbarchi aumentati – il vero motivo è il meteo – ostacoli ai salvataggi e morti. Da gennaio 2022 sono 1440 tra morti e dispersi. Di questi, la maggior parte è morta a causa di annegamento.

Cosa accadrà quando con il bel tempo aumenteranno ancora gli sbarchi autonomi, quelli che incidono per il 90 per cento degli arrivi totali? Cosa farà il governo? Non il blocco navaletanto citato, certo. Per anni è stato un cavallo di battaglia di Fratelli d’Italia, citato spesso da Giorgia Meloni anche nell’ultima campagna elettorale come “unico modo per fermare l’immigrazione clandestina”. Anche in questo caso l’idea non avrebbe raggiunto gli scopi che si prefissava e avrebbe cozzato con diverse norme internazionali.

Non resta alternativa che pensare al decreto sulle Ong come strumento di dannosa propaganda. Come passerebbe alla storia chi mette a rischio delle vite per tornaconto politico? Se si vuole, si può tornare indietro. Dopo aver fatto la storia con la sua elezione, Giorgia Meloni deve chiedersi per cosa passerà realmente alla storia, chi si chiede di essere per chi verrà dopo: il futuro si costruisce anche così, facendosi le domande giuste”.

Il Foglio critico.

Così Luca Gambardella sul Foglio: “
Il commissario europeo per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, lunedì ha definito come una “pietra miliare nella nostra lotta contro l’immigrazione illegale” la consegna di una motovedetta alla Guardia costiera libica, finanziata con il bilancio dell’Ue. “Oggi facciamo un passo significativo insieme per fermare le morti e le sofferenze nel Mediterraneo”, ha detto Várhelyi, spiegando che le motovedette permetteranno di intensificare gli sforzi di “soccorrere migranti a rischio”. C’è un’enorme ipocrisia nel linguaggio usato dal commissario ungherese, che dentro l’esecutivo dell’Ue incarna la linea del suo ex capo Viktor Orbán. Le motovedette non servono alle attività di ricerca e soccorso in mare, ma a perseguire un’altra attività: intercettare i migranti prima che possano raggiungere le coste dell’Ue o essere salvati da imbarcazioni che battono bandiera europea. Ci sono anche dubbi sull’opportunità di fornire alla Libia motovedette che vengono poi utilizzate per sparare contro le navi delle Ong o sequestrare pescherecci di Mazara del Vallo. La verità inconfessabile per l’Ue è che dietro la promozione del “search and rescue” della Guardia costiera libica si nasconde la politica dei muri e dei respingimenti. I migranti intercettati in mare vengono riportati in Libia dove sono rinchiusi in centri di detenzione, spesso torturati e ricattati con richieste di riscatto”. 

Così stanno le cose. Ma ai leader europei va bene così. 

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