Iran, quel 'velo' teocratico squarciato a metà
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Iran, quel 'velo' teocratico squarciato a metà

Il procuratore generale iraniano, Mohammad Jafar Montazeri, ha fatto un annuncio storico:  la polizia morale non ha niente a che fare con la magistratura, ed è stata abolita da chi l’ha creata

Iran, quel 'velo' teocratico squarciato a metà
Proteste in Iran
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

4 Dicembre 2022 - 19.07


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Un “velo” di speranza squarcia la ferrea tela del regime degli Ayatollah. Ma un “velo” a metà.

Quasi tre mesi di proteste diffuse in tutto il Paese iniziano a fiaccare la resistenza della Repubblica Islamica dell’Iran. Tanto che sabato il procuratore generale iraniano, Mohammad Jafar Montazeri, ha fatto un annuncio storico: “La polizia morale non ha niente a che fare con la magistratura, ed è stata abolita da chi l’ha creata”, ha detto mentre i i legislatori iraniani sono al lavoro per rivedere, entro due settimane, anche la legge sugli obblighi in materia di abbigliamento. Uno dei simboli della repressione del regime degli ayatollah sembra quindi pronto a cadere sotto i colpi delle manifestazioni di piazza scoppiate proprio dopo la morte di Mahsa Amini, la 22enne arrestata proprio dagli agenti della polizia morale per aver indossato male il velo e poi morta mentre era in custodia.”La polizia morale non ha niente a che fare con la magistratura, ed è stata abolita da chi l’ha creata”, ha detto nella città santa di Qom. Un rapporto confidenziale, trapelato di recente dall’agenzia di stampa iraniana Fars, che è vicina alle Guardie rivoluzionarie, afferma che solo il 37% degli iraniani è d’accordo con la legge sull’hijab, il velo islamico obbligatorio per le donne.

La strada resta in salita

Ma se, per alcuni, la dichiarazione arriva come una presa d’atto e di resa rispetto all’ondata delle proteste popolari che da settembre stanno attraversando l’Iran e sorte in seguito alla morte di Masha Amini, Montazeri ha invece subito specificato che “la magistratura continuerà a vigilare sui comportamenti a livello comunitario e ha sottolineato che l’abbigliamento femminile continua ad essere molto importante, soprattutto nella città santa di Qom”.

 La città di Qom è il centro teologico dell’Iran, dove si trovano i principali seminari sciiti, una città visitata ogni anno da migliaia di pellegrini e seminaristi provenienti da tutto il mondo che arrivano per studiare.

La giustizia iraniana continuerà quindi essere ufficialmente incaricata della funzione del rispetto dei valori tradizionali islamici: “La polizia morale non ha niente a che fare con la magistratura”, ha detto durante un incontro con il clero del Paese. 

Secondo Radio Farda, Montazeri ha riconosciuto anche che i recenti “incidenti,” in riferimento alle proteste, hanno portato l’apparato della sicurezza a cercare “una soluzione prudente a questo problema”. Il procuratore ha quindi annunciato che il parlamento iraniano sta lavorando assieme ad un organismo speciale presieduto dal capo dello Stato, Ebrahim Raisi, ad una modifica della legge sull’uso obbligatorio del velo islamico.

 “[…] Montazeri – spiega correttamente il Post – non ha dato dettagli su quali modifiche alla legge le autorità stiano valutando, ed entrambi gli organi da lui nominati – parlamento e magistratura – sono saldamente controllati dai conservatori, tradizionalmente contrari in Iran alla rimozione dell’obbligo del velo per le donne. Montazeri, comunque, ha detto che si sono svolti alcuni incontri lo scorso mercoledì e che «si vedranno i risultati [di questi incontri] in una settimana o due». Anche l’attuale presidente iraniano Embrahim Raisi, ultraconservatore, sembrerebbe diventato più aperto rispetto alle richieste dei manifestanti, anche se con parole ancora più vaghe. Sempre sabato, in un’intervista, Raisi ha detto che le fondamenta islamiche della Repubblica iraniana sono sì stabilite dall’attuale Costituzione (quella approvata dopo la Rivoluzione del 1979, che trasformò l’Iran in una Repubblica Islamica), ma che «ci sono metodi di attuazione della Costituzione che possono essere flessibili».

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Anche in questo caso parliamo di dichiarazioni molto vaghe. Fino a poche settimane fa Raisi non si era mostrato affatto disponibile a rivedere le sue posizioni sull’obbligo del velo.

In Iran il velo è obbligatorio dal 1983, anno in cui il regime instauratosi dopo la Rivoluzione del 1979 approvò una legge al riguardo. Nel corso degli anni furono poi introdotte altre norme, anche molto restrittive, per far sì che l’obbligo venisse rispettato: si andava dalle sanzioni economiche all’incarcerazione. Negli ultimi anni alcune di queste regole sono state rilassate: nel 2018 per esempio il regime sostituì alle multe e al carcere l’obbligo per chi non indossava il velo di frequentare corsi obbligatori di educazione islamica.

Come spiegato dalla studiosa Sahar Maranlou, però, le autorità hanno sempre goduto di una certa discrezione nello stabilire se una donna stesse o meno indossando correttamente il velo, ed era stata proprio una contestazione di questo tipo a portare all’arresto di Mahsa Amini lo scorso settembre.

Le proteste seguite alla morte di Amini si sono progressivamente estese e allargate fino a diventare una trasversale rivolta contro il regime, che ha risposto con una dura e violenta repressione.

Sono state arrestate migliaia di persone e ne sono state uccise diverse centinaia, tra cui molti minori. Sono state arrestate anche una serie di persone famose del mondo dello sport, della cultura e dello spettacolo che nel corso di questi mesi avevano espresso solidarietà nei confronti di chi manifestava. Tra le altre cose, le forze di sicurezza iraniane sono arrivate a usare le ambulanze  per infiltrarsi nelle proteste e arrestare i manifestanti, per poi picchiarli all’interno dei veicoli o portarli via, una pratica che violerebbe le norme internazionali sulla fornitura imparziale di cure mediche”.

Una tesi rilanciata su Il Fatto Quotidiano da Gianni Rosini. 

Annota tra l’altro Rosini: “ […]La svolta, però, non sarà indolore. Il nuovo governo è salito al potere sospinto proprio da quelle fasce più intransigenti e tradizionaliste del Paese, deluse dalle politiche più dialoganti, anche con l’estero, intraprese dal suo predecessore Hassan Rouhani, soprattutto dopo la decisione di Donald Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare del 2015, e dalla crisi economica nel Paese. Oggi, Raisi dovrà rendere conto proprio ai suoi elettori. Anche se va ricordato che la questione del velo attraversa trasversalmente tutte le anime della popolazione e della politica iraniane: esistono frange cosiddette riformiste che, comunque, rimangono fortemente legate agli obblighi relativi al dress code delle donne e, allo stesso modo, sacche conservatrici che, invece, si mostrano molto più aperte a cambiamenti in senso liberale su questo tema. Se anche il regime decidesse di abolire il velo, dopo aver fatto lo stesso con la polizia morale, non ci si deve certo aspettare una piena svolta democratica in un Paese che ha nel controllo ossessivo della popolazione e del dissenso uno dei suoi tratti distintivi, acuiti da manie di accerchiamento e da un parziale isolazionismo in campo internazionale. Mentre Montazeri annunciava gli allentamenti in tema di dress code, infatti, quattro persone sono state giustiziate per presunto spionaggio per conto di Israele, mentre sabato la casa della scalatrice Elnaz Rekabi, colpevole di aver gareggiato ai Campionati asiatici della Federazione internazionale di arrampicata sportiva a Seul senza velo, è stata demolita dalle ruspe di Teheran, mentre lei rimane agli arresti domiciliari. Una liberalizzazione dei costumi non comporta necessariamente una svolta liberale: Egitto, Siria e altri Paesi dell’area insegnano”.

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Vittime della repressione

Le autorità iraniane, come riporta l’agenzia di stampa Irna, hanno anche ammesso la morte di oltre 200 persone durante le proteste. Le vittime comprendono forze di sicurezza e manifestanti. Si tratta del primo bilancio ufficiale fornito da Teheran dallo scoppio delle proteste e risulta inferiore a quello di diverse organizzazioni. Secondo una stima dell’agenzia di stampa degli attivisti iraniani Human Rights Activists News Agency (Hrana), sarebbero almeno 448 i manifestanti uccisi, tra cui 63 minori, in oltre due mesi di proteste. La magistratura iraniana ha condannato a morte almeno sei manifestanti e migliaia sono stati incriminati per il loro ruolo nei disordini. Lo scorso 24 novembre, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, aveva invitato l’Iran a porre fine “all’uso non necessario e sproporzionato della forza” contro i manifestanti, sottolineando che circa 14 mila persone erano state arrestate finora.

“Le forze di sicurezza, con tutta la loro forza e senza tolleranza, faranno fronte a ogni nuova rivolta, che finora è stata sostenuta dai servizi di intelligence stranieri”, aveva fatto sapere ieri il Consiglio di sicurezza iraniano in una dichiarazione in vista di una nuova mobilitazione indetta dagli attivisti per tre giorni dal 5 al 7 dicembre, in continuità con le proteste contro l’establishment innescate dalla morte di Mahsa Amini il 16 settembre.

La denuncia della nipote della Guida suprema

Ne scrive Antonella Alba per Rai News: “Teheran è “omicida e sterminatore di bambini”.Con queste parole Farideh Moradkhani, nipote della guida suprema iraniana ayatollahAli Khamenei, denuncia e condanna la Repubblica islamica a guida sciita. Farideh da anni è nota come attivista per i diritti umani. A 10 settimane dall’inizio della rivolta antigovernativa in nome di Mahsa Amini, le sue parole risuonano più che mai importanti. 

Il suo appello è stato lanciato affinché “i governi stranieri taglino tutti i legami con Teheran”. Un appello contenuto in un video pubblicato online due giorni dopo il suo arresto, avvenuto mercoledì scorso a Teheran “dopo essere andata in procura a seguito di una convocazione”, ha detto il fratello Mahmoud che vive in Francia e ha caricato il video su YouTube.

Il video arriva mentre anchel’Unicefcondanna e chiede di fermare subito “le violenze che hanno causato la morte di oltre 50 bambini e il ferimento di molti altri durante i disordini di piazza in Iran”. L’organizzazione delle Nazioni Unite è “inoltre profondamente preoccupata per le continue incursioni e perquisizioni condotte nellescuole  che invece dovrebbero essere luoghi sicuri per i bambini” e fa sapere di aver “comunicato direttamente la propria preoccupazione alle autorità iraniane”.

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Il conteggio del massacro arriva anche dall’ongHuman Rights Activists secondo cui il numero dei bambini uccisi, poco più che minori, arriva quasi a 60. In particolare, 45 ragazzi e 12 ragazze sotto i 18 anni. Il pensiero va al piccolo Kian Pirfalak morto a 9 anni in mezzo al fuoco incrociato dei pasdaran mentre era in macchina con i genitori. La sua storia ha commosso tutto il paese, acuendo rabbia e frustrazione nei confronti del regime.

Nel video Farideh Moradkhani, di professione ingegnere, condanna la chiara ed evidente oppressione”a cui sono sottoposti gli iraniani ecritica l’inerzia della comunità internazionale. “Questo regime non è fedele a nessuno dei suoi principi religiosi e non conosce alcuna legge o regola tranne la forza e il mantenimento del suo potere a ogni costo”, denuncia, aggiungendo che le sanzioni imposte sono “ridicole” e gli iraniani sono stati lasciati “soli” nella loro lotta per la libertà. 

Vi è poi un altro appello lanciato dacirca 6.000, artisti iranianiche chiedono il boicottaggio internazionale delle istituzioni culturali gestite dalla Repubblica islamica. Artisti, scrittori, cineasti e accademici che vivono nella diaspora, dentro e fuori il Paese, chiedono il rispetto dei diritti umani nella gestione della protesta in nome di Mahsa Amini.  

Gli artisti condannano la “repressione di Stato sempre più brutale, violenta e mortale” contro i manifestanti antigovernativi, donne, studenti, uomini, in cui si stima che siano state uccise oltre 400 persone e arrestate 18.000. Una frangia cospicua di 223 parlamentari ha chiesto alla magistratura di avviare processi mirati in cui si evidenzia per i ribelli, il reato di fare guerra contro Dio e quello di essere considerato “nemico di Dio” reati che possono portare anche alla pena di morte. Sono già 6 le condanne a morte ufficiali, tra queste vi è quella contro il noto rapper Tomaj Salehi molto amato dai giovani e non solo: “Noi siamo i morti che non vogliono morire”, aveva cantato schierandosi contro il governo a favore della protesta. Sul suo account ufficiale di Instagram l’appello a richiamare l’attenzione su un processo avvenuto a porte chiuse.

E’ andata, invece, meglio a Hengameh Ghaziani. La celebre attrice 52enne era stata arrestata il 20 novembre scorso per aver sostenuto il movimento di protesta nel Paese. Secondo le agenzie ufficiali, le autorità iraniane l’hanno rilasciata su cauzione. Ghanziani aveva postato sul suo Instagram un video girato in una strada di Teheran in cui si mostraa capo scoperto, davanti alla telecamera senza parlare, e dopo pochi secondi si gira e fa una coda di cavallo ai capelli, come fanno le altre donne, prima di andare a manifestare. Rilasciata anche la star del calcio curdo ex giocatore della nazionaleVoria Ghafouri, arrestato giovedì per “propaganda contro lo Stato” e il noto blogger dissidente, prigioniero politico Hossein Ronaghiche era stato in sciopero della fame per giorni…”. 

La lotta continua.

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