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Scontro nucleare, guerra del gas: la tempesta perfetta che rischia di travolgerci

La Russia è economicamente in ginocchio ma non è detto che anche l’Europa non paghi un prezzo esorbitante e devastante. La buona notizia è che i 27 Stati membri si muovono ormai quasi all’unisono, a cominciare dalla Germania.

Scontro nucleare, guerra del gas: la tempesta perfetta che rischia di travolgerci
Guerra in Ucraina

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Settembre 2022 - 14.25


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Il “giallo” dei gasdotti

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Nel 216° giorno di guerra in Ucraina è diventano un intrigo internazionale le fughe di gas che stanno interessando i gasdotti Nord Stream 1 e 2. Il governo danese alza il suo livello di allerta, quello tedesco ritiene possibile che i gasdotti siano stati danneggiati da attacchi. La pista ritenuta più plausibile è quella di un attacco commesso per mano di sommozzatori della marina o con un sommergibile. L’istituto sismico svedese comunica che sono state registrate due esplosioni sottomarine «molto probabilmente dovute a detonazioni». E sebbene nessuno dei due gasdotti fornisca attualmente gas all’Europa, gli incidenti sollevano preoccupazioni sulla sicurezza. Secondo le dichiarazioni delle autorità, riportate da Reuters, gli incidenti ostacoleranno qualsiasi tentativo di avviare o riavviare i due gasdotti per le operazioni commerciali. “Le rotture di gasdotti avvengono molto raramente. Vogliamo garantire un monitoraggio approfondito delle infrastrutture critiche della Danimarca per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti in futuro”, ha dichiarato il capo dell’agenzia danese per l’energia, KristofferBottzauw.

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Attualmente i pericoli più immediati riguardano la navigazione. La presenza di gas potrebbe compromettere la navigazione nell’area coinvolta. Un’operazione di sabotaggio, la pista ritenuta più plausibile da alcuni esperti, potrebbe essere stata commessa soltanto da un attore statale, per mano di sommozzatori della marina o con un sommergibile. Lo sostiene il giornale tedesco Tagesspiegel, ma è ancora ignota l’attribuzione. Anche la marina danese e gli specialisti della sicurezza tedesca stanno cercando di chiarire quale sia stata la causa del calo di pressione nei due gasdotti. Sul caso è intervenuto anche il Cremlino, che definisce la diminuzione della pressione sulle linee del gasdotto Nord Stream “una situazione senza precedenti che richiede un’indagine urgente”.

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«Ho parlato con la premier danese Mette Frederiksen dell’azione di sabotaggio del Nord Stream. E’ fondamentale ora indagare sugli incidenti, ottenere piena chiarezza sugli eventi e sul perché. Qualsiasi interruzione deliberata delle infrastrutture energetiche europee attive è inaccettabile e porterà alla risposta più forte possibile». Lo scrive in un tweet la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha parlato di «sabotaggio» commentando l’imponente fuga di gas dal gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, in Danimarca. ««Non conosciamo ancora i dettagli di quello che è successo lì, ma possiamo vedere chiaramente che c’è stato un atto di sabotaggio», ha detto Morawiecki citato da Dpa ieri a Goleniow vicino a Stettino, in Polonia, dove ha assistito all’apertura del gasdotto Baltic Pipe. Questo atto di sabotaggio è «probabilmente il prossimo livello di escalation con cui abbiamo a che fare in Ucraina».

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Le fughe di gas dal Nord Stream sono sotto indagine, i primi report indicano che siano state causate da un attacco ma sono solo le prime notizie». Così il segretario di Stato americano, Antony Blinken, in una conferenza stampa a Washington con il ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar. «Nei prossimi mesi dobbiamo lavorare per mettere fine alla dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia», ha sottolineato il segretario di Stato Usa.

Geopolitica, armi e  partita energetica

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Ne scrive su Limesonline Niccolò Locatelli, tra i più brillanti analisti della rivesta di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo: “Poche ore prima dell’inaugurazione di Baltic Pipe,che da ottobre trasporterà il gas norvegese a Danimarca e Polonia, sono state registrate nelle acque attorno all’isola danese di Bornholm delle perdite di gas da Nord Stream 1 e Nord Stream 2, i due gasdotti che dovrebbero collegare a livello energetico la Russia e la Germania attraverso il Mar Baltico (Nord Stream 1 è stato chiuso a tempo indefinito dall’impresa energetica russa Gazprom a inizio settembre, Nord Stream 2 non è mai entrato in funzione per scelta politica tedesca; in entrambi i gasdotti c’è gas per motivi tecnici). Il Cremlino si dice molto preoccupato; tedeschi e danesi non escludono il sabotaggio, del quale è certo il premier della Polonia. È molto poco plausibile che si sia trattato di una serie sfortunata di incidenti.

Perché conta 

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Queste fughe di gas arrecano un danno che oggi è nullo ma domani può essere molto grave. Non tanto sotto il profilo materiale: Berlino e le altre capitali d’Europa danno da tempo per scontata la prossima interruzione dei flussi di gas russo e stanno cercando alternative; anche i mercati operano in questo scenario. Il danno maggiore è il rischio di un’escalation derivante dall’atto in sé o dalle narrazioni confliggenti che se ne possono fare.
La Russia ha già dimostrato di voler usare il gas come arma per fare pressione sui paesi europei e in particolare sulla Germania: il calcolo sinora errato del presidente Vladimir Putin è che la preoccupazione per l’impennata dei costi dell’energia dovuta all’interruzione dei flussi gasieri e per le sue ricadute industriali e sociali induca Berlino e il resto dell’Ue a un ripensamento sulle sanzioni contro Mosca. Sabotare i gasdotti sarebbe inutile per i russi dal punto di vista pratico – basterebbe continuare a non inviare gas – ma potrebbe rientrare nella strategia di spaventare gli europei, innalzando il livello della tensione.

Se avesse la certezza che si è trattato di un sabotaggio russo, il campo occidentale dovrebbe interpretarlo come il segnale della disponibilità a colpire infrastrutture strategiche per i paesi dell’Unione e a spezzare anche fisicamente i legami tra Mosca ed Europa (nel consorzio proprietario di Nord Stream Gazprom è in maggioranza, ma il 49% è in mano a imprese tedesche, olandesi e francesi). La concomitanza tra i guasti a Nord Stream e l’inaugurazione di Baltic Pipe non sarebbe una coincidenza, ma un avvertimento, tra l’altro precedente di poche ore il riconoscimento dell’esito dei referendum-farsa in Donbas, a Kherson e Zaporižžja.
Da qui una serie di domande inaggirabili – Putin è pronto anche a colpire i convogli che trasportano armi occidentali all’Ucraina? O addirittura i gasdotti che trasportano gas non russo? – che potrebbero portare alla conclusione che sia attualmente impossibile pensare di negoziare e bisogni piuttosto aumentare il sostegno all’Ucraina e la pressione sulla Russia.

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Il Cremlino potrebbe cercare di rovesciare il ragionamento. Visto che il danneggiamento di Nord Stream non porta alcun beneficio pratico a Mosca, i sabotatori vanno cercati altrove. Per esempio in quella stessa Polonia che avversa non solo la Russia ma anche qualsiasi intesa russo-tedesca che non preveda il transito del gas sul suo territorio. O in quella Danimarca che arma l’Ucraina (l’incidente al Nord Stream 2 è avvenuto appena fuori dalle acque territoriali danesi). Oppure direttamente negli Stati Uniti, protettori di Varsavia e Copenaghen, esplicitamente contrari  aNord Stream 2 in quanto nemici giurati di Mosca (e sommessamente di Berlino, dunque dell’asse Mosca-Berlino) e in prima linea nel sostegno a Kiev.

Il sabotaggio e la successiva attribuzione della responsabilità alla Russia sarebbero dunque l’ennesimo complotto a stelle e strisce. Questa ricostruzione aiuterebbe a giustificare presso l’opinione pubblica il proseguimento dell’invasione e la rottura totale dei rapporti con l’Occidente; potrebbe essere inoltre diffusa tra i filorussi d’Occidente per incrinare il fronte anti-putiniano.
Un’alternativa a questo conflitto di narrazioni sarebbe ridimensionare il sabotaggio per evitare l’escalation; questa alternativa implicherebbe la rinuncia a capitalizzare geopoliticamente l’ondata emotiva generata da episodi così allarmanti”. Così Locatelli

Le ricadute sulla nostra bolletta energetica

Di grande interesse è un recente report dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica internazionale. “Il forte aumento dei prezzi spot sui mercati europei spiega perché, pur avendo ridotto i volumi di gas esportati del 75%, la Russia continui a guadagnarci. In parte è anche per questo che si potrebbe ritenere poco probabile la chiusura totale delle forniture russe: sarebbe come darsi la zappa sui piedi.

A cambiare le carte in tavola ci sarebbe però l’imposizione di un tetto europeo al prezzo del gas acquistato dalla Russia. Se così fosse, le entrate russe subirebbero un forte contraccolpo che potrebbe portare il Cremlino a percepire come molto meno costosa una ulteriore riduzione di forniture all’Europa, e anzi come vantaggiosa per punire i paesi europei.

Ad oggi Mosca fornisce solo il 15% delle importazioni totali europee, rispetto al 40-45% degli anni scorsi. Già così, il prezzo spot del gas naturale è aumentato di 10-13 volte. Un taglio totale delle forniture costringerebbe gli europei ad andare a cercare quel 15% (equivalente a 60-65 miliardi di metri cubi l’anno) sui mercati internazionali, e quasi certamente di farlo guardando solo al Gnl. Ciò genererebbe grandi ulteriori contraccolpi sul mercato Gnl mondiale, spingendo all’aumento il prezzo. Inoltre, l’Europa non avrebbe neppure un numero sufficiente di rigassificatori per importare tutto il gas necessario (salvo nel caso della Spagna, che tuttavia è energeticamente isolata dal resto del continente).

Insomma: un tetto al prezzo del gas russo potrebbe rapidamente portare a una chiusura delle ultime forniture russe verso l’Europa, e per questa via a un prezzo del gas non russo alle stelle. Con la certezza di razionamenti in tutti i Paesi europei nel corso dell’inverno.

In Europa si sta discutendo anche di un secondo tipo di “tetto”, quello al prezzo dell’energia elettrica generata con il gas.È un tetto che all’apparenza funziona: imponendolo lo scorso giugno, Madrid sembrerebbe essere riuscita a contenere le impennate dei prezzi dell’elettricità verificatesi quest’estate negli altri paesi europei.

È però un’arma a doppio taglio: pur riducendo il costo della bolletta nel breve periodo, il costo finale della misura sarà comunque sopportato dai cittadini. Il motivo è che lo Stato dovrà ricompensare i produttori di elettricità che utilizzano gas, che altrimenti produrrebbero in perdita, o con una maggiore imposizione fiscale ai cittadini o aumentando il debito (e, per questa via, facendo crescere l’imposizione fiscale futura). Madrid e Lisbona contano già di spendere 8 miliardi di euro in nove mesi, oltre a scaricare comunque parte del costo finale nuovamente sulla bolletta dei privati.

Inoltre, il costo per ricompensare i produttori di elettricità che usano gas naturale sale quanto più il sistema elettrico di ciascun Paese utilizza gas naturale. Qui l’Italia sarebbe fortemente svantaggiata rispetto agli altri Paesi europei, dal momento che nei primi otto mesi del 2022 abbiamo utilizzato gas per produrre il 476dell’elettricità nazionale, una media molto più alta rispetto ad altri paesi come Germania (10%) e Francia (11%)”.

Avverte Francesco Anfossi su Famiglia cristiana: “Se siamo arrivati a questo punto, è perché la strategia di Putin sull’energia, la sua guerra parallela, non lascia più alternative. Abbiamo stoccato riserve per sopravvivere all’inverno ma la legna portata in legnaia l’abbiamo pagata a peso d’oro, per la legge della domanda e dell’offerta. I prezzi sono schizzati alle stelle. Come nella guerra del Kippur, l’Europa sta pagando la crisi più degli Stati Uniti.  Famiglie e imprese non riescono più a reggere tale pressione, l’Unione, dopo aver speso 200 miliardi di euro per calmierare i prezzi deve agire, la Bce, che sta a Francoforte, ha sempre presente lo spettro inflattivo di Weimar.

La Russia è economicamente in ginocchio ma non è detto che anche l’Europa non paghi un prezzo esorbitante e devastante. La buona notizia è che i 27 Stati membri si muovono ormai quasi all’unisono, a cominciare dalla Germania, la più riottosa finora rispetto alle decisioni prese a Bruxelles. Il tetto al gas preso all’unisono può calmierare i mercati senza alimentare le importazioni sottobanco. Serve un’autorità centrale (anche questa un paradosso, un’abiura rispetto al vangelo liberista dell’Occidente), altrimenti è impossibile dominare i prezzi. Sempre che ci riescano. Perché fissare i prezzi, per legge, con un editto, in un mercato globalizzato, è sempre molto difficile (lo sappiamo dai tempi di Diocleziano con il suo Editto sui prezzi massimi miseramente fallito).

Va detto che tutto questo, la strategia per combattere le contro-sanzioni di Putin, richiede tempo. Tempo soprattutto per creare un mercato europeo dell’energia, anche se gli accordi con i Paesi del Maghreb fanno ben sperare. Ma arrivare all’autonomia energetica – rimarca Anfossi – per un Paese energivoro ma privo di materie prime come il nostro, mettere in pratica una transizione anche ecologica, eolica, solare, nucleare, richiede anni, se non decenni, non illudiamoci”.

Non illudiamoci. Ma allarmiamoci, questo sì. Perché l’incubo della tempesta perfetta si fa sempre più concreto. 

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