Good bye Gorby
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Una riflessione sulla vita e la politica di Mikhail Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus e primo e ultimo presidente dell'Unione Sovietica

Good bye Gorby
Mikhail Gorbaciov
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Giorgio Benigni Modifica articolo

3 Settembre 2022 - 16.52


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L’estetica

Anche nell’aspetto il più occidentale, il più familiare dei leader sovietici. Ci sono ragioni estetiche non solo politiche, che spiegano perché Mikhail Gorbaciov è stato così simpatico e così ben voluto dalla società civile occidentale e italiana in particolare (questo verrà approfondito più sotto). Una persona normale. Un sovietico normale con la moglie e con il sorriso.


Si il sorriso. Una rivoluzione estetica. L’unico suo predecessore di cui si ricordino immagini sorridenti è stato Stalin ma quella era propaganda: le foto con i bambini e con le ragazze russe, che ancora adesso girano sui social come meme, e forse qualche sorriso sotto i baffi nei fotogrammi della conferenza di Yalta, di cui effettivamente fu il vero vincitore. Poi basta. Di Kruschev è rimasta l’incazzatura all’ONU quando sbatte la scarpa, di Breznev il nulla, come di Andropov e Cernienko.


Gorbaciov rompe la distanza quasi sacrale che avevano costruito i leader del Cremlino e diventa addirittura una icona pop degli anni ‘80. La leggerezza tipica di quegli anni sarebbe stata la sua gloria ma anche la sua fine, possiamo dire noi oggi dopo oltre trent’anni dal crollo dell’URSS.


Una grande speranza che si rivela presto una tragica illusione. Non può bastare infatti l’aver compreso l’imminente collasso del sistema sovietico, al coraggio dell’intuizione avrebbe dovuto seguire un’alleanza con soggetti, forze nuove e nuova classe dirigente capaci di supportare la “perestrojka”. Quest’alleanza non arrivà mai.

La politica

Gorbaciov non capisce che la fine dell’internazionalismo avrebbe significato il ritorno del nazionalismo. E invece è rimasto fino alla fine un leader internazionalista, legato alle premesse ideologiche e culturali, eticamente elevate, del 1917. Negli anni successivi quando ormai era fuori dal potere ma ancora un interlocutore dell’opinione pubblica occidentale, nei primi anni del pensiero unico e della globalizzazione americana disse: “la rivoluzione d’ottobre è finita ma non sono finite, non si sono esaurite le cause che l’hanno fatta scoppiare, lo sfruttamento, la disuguaglianza, l’ingiustizia tra gli esseri umani”.

Gorbaciov ha cercato di fare negli anni 80 quello che aveva cercato di fare Dubcek in Cecoslovacchia negli anni 60. Una nuova edizione del socialismo dal volto umano. Non ce l’ha fatta come non ce la fece Dubcek.

Gorbaciov ha cercato di salvare l’Unione Sovietica ma facendo a meno del PCUS, o meglio facendo a meno dell’apparato militare industriale che era la spina dorsale del sistema, un tentativo che, mutatis mutandis, potrebbe essere equiparato a quello si Dino Grandi, il gerarca che voleva salvare il fascismo facendo a meno di Mussolini.

Se usassimo le categorie politiche russe dell’ottocento, ovvero slavofili e occidentalisi, mai più attuali di oggi, l’ultimo segretario del PCUS rientrerebbe senza dubbio tra i primi. Voleva legare indissolubilmente il destino della Russia a quello dell’Europa. Una speranza, abbiamo detto. Ma un’illusione nella realtà. La visione della “casa comune europea dall’Atlantico agli Urali” è stata una suggestione velleitaria, un miraggio. Forse anche per la miopia dell’Occidente e dell’Europa. Ma non ha senso riferirsi al leader di uno stato con espressioni piene di senso di colpa, tipo: “è stato lasciato solo dall’Occidente ”. Più realisticamente sono i suoi cittadini ad avergli negato il consenso.

Il consenso invece, Gorbaciov, ce lo aveva tra quelli che non erano i suoi elettori. Le opinioni pubbliche occidentali e in special modo quella italiana connotata dal più grande partito comunista dell’Occidente. Anche se il meno allineato con il Cremlino. Ma appunto, proprio per questo il più affascinato dal “riformismo”di Gorbaciov. Ma non solo anche nel mondo cattolico che non ha mai sposato la piena e totale coincidenza ideologica e strategica con l’atlantismo USA, Gorbaciov aveva non pochi estimatori. Il suo viaggio a Roma è ricordato più per la visita a Papa Wojtiyla che per la visita di Stato.

Prima di Blair, insomma, è stato proprio Gorbaciov la prima vera icona pop della Terza Via. Nessuno prima di lui seppe parlare a quei cittadini occidentali critici verso il proprio sistema economico e valoriale, e che quindi vedevano nei cambiamenti dell’Unione Sovietica un orizzonte possibile anche per il proprio paese.

Conclusioni

Le lunghe file di cittadini russi che stanno dando in queste ore l’estremo saluto all’ultimo segretario generale del PCUS testimoniano la dignità e la persistenza della sua testimonianza ma anche la latente possibilità di una effettiva convivenza tra Russia e Occidente ma più specificatamente tra Russia e Europa.

Gli anni che abbiamo alle spalle sono quelli in cui con notevole leggerezza per non dire superficialità una parte della classe dirigente economica italiana definiva la Russia: “il nostro Texas”, con evidente ignoranza di tutte le categorie storiche, politiche, culturali e militari.

Eppure la possibilità di una convivenza pacifica tra Russia ed Europa è l’unico orizzonte possibile l’unico scenario per cui lavorare. Questo comporta un salto di qualità della forza e della legittimità delle istituzioni comunitarie. Evidentemente lo schema della dipendenza energetica che generava reciproci vantaggi dal punto di vista geoecnomico, da quello geopolitico è ormai impraticabile eppure la ricostruzione di una nuova cortina di ferro danneggerebbe enormemente e permanentemente l’Unione europea.

Difficile pensare l’Europa etsi Russia non daretur, allo stesso tempo bisogna riconoscere che la Russia non vuole sentirsi Occidente e non vuole nemmeno sentirsi minacciata dall’Occidente. I tempi della Casa comune europea non sono maturi ma l’Europa ha bisogno di costruire una sua propria, originale e condivisa dottrina dei rapporti con la Russia.

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