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Ucraina in Europa, 3 non fanno 27: la porta resterà chiusa ancora per un po', o forse a lungo

Emmanuel Macron, Mario Draghi, Olaf Scholz, nella loro missione nell’Ucraina in guerra, hanno affermato solennemente il loro sì convinto all’ingresso di quel Paese nell’Unione. Ma bisogna convincerne altri 24.

Ucraina in Europa, 3 non fanno 27: la porta resterà chiusa ancora per un po', o forse a lungo

Umberto De Giovannangeli

17 Giugno 2022 - 17.17


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I tre hanno detto la loro. Molto bene. Perché i tre in questione sono i leader dei Paesi che furono tra i fondatori dell’Unione Europea. Emmanuel Macron, Mario Draghi, Olaf Scholz, nella loro missione nell’Ucraina in guerra, hanno affermato solennemente il loro sì convinto all’ingresso di quel Paese nell’Unione. Un fatto politicamente rilevante ma quanto ai tempi di attuazione, beh, questo è un altro discorso. Perché c’è da convincerne altri 24 di leader. E non sarà cosa né facile né breve

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Tempi lunghi. Corsa a ostacoli.

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A darne conto è una condivisibile analisi de Il Post: “Venerdì mattina la Commissione Europea ha dato parere favorevole a concedere all’Ucraina lo status di paese candidato a entrare nell’Unione Europea. La decisione della Commissione è arrivata dopo che giovedì nella loro visita a Kiev, il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz avevano detto a loro volta di essere favorevoli.

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È dall’inizio dell’invasione russa che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede che i paesi europei approvino con urgenza l’adesione del paese all’Unione, e queste dichiarazioni dichiarazioni sono state considerate da alcuni un passaggio importante in questo senso. Ma su cosa comporteranno nel concreto ci sono parecchi dubbi. L’adesione di un paese all’Unione Europea è infatti un processo molto lungo e complicato, e di certo non basteranno il sostegno della Commissione Europea e di Italia, Francia e Germania per permettere all’Ucraina di entrarvi da subito.

Il giornale online Politico ha commentato le dichiarazioni con molto scetticismo, giudicandole soprattutto simboliche. Ha inoltre sottolineato come i tre leader non si siano esposti su temi più concreti, quelli in cui annunciare un impegno significa poi avere la diretta responsabilità di rispettarlo, come per esempio dare all’Ucraina le armi che chiede: «Nonostante la retorica incoraggiante, i tre leader – che rappresentano i paesi più grandi, ricchi e potenti dell’Unione Europea – non hanno annunciato alcun nuovo decisivo aiuto militare o finanziario per l’Ucraina, che potrebbe aiutare a ribaltare la guerra a favore di Kiev».

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Gli scettici evidenziano inoltre come la visita sia arrivata in netto ritardo rispetto a quella di altri politici europei, e ricordano che nei mesi scorsi Macron e Scholz fossero stati criticati da Zelensky per le loro aperture verso la Russia. Macron ha ripetuto in più occasioni, di cui l’ultima pochi giorni prima della visita a Kiev, che i paesi occidentali non devono «umiliare la Russia» in questo momento, in vista di una ripresa dei dialoghi diplomatici quando finirà la guerra. Giovedì il presidente francese ha cercato di rimediare alle dure critiche ricevute per quelle dichiarazioni, sostenendo che adesso l’unica cosa che conta è che l’Ucraina vinca la guerra.

Altri giornali internazionali hanno commentato la visita dei tre leader europei a Kiev in maniera meno critica, evidenziando però ugualmente le difficoltà che nei prossimi mesi incontrerà l’Ucraina per poter aderire all’Unione. Innanzitutto l’Ucraina avrà bisogno del sostegno unanime di tutti i paesi dell’Unione Europea, e comunque la fase più difficile arriverà dopo: «Potrebbero volerci mesi o addirittura anni prima che inizino le trattative effettive», scrive il Wall Street Journal  al riguardo.

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L’Ucraina ha chiesto che l’adesione venga approvata con una procedura accelerata, motivandola con l’eccezionalità della guerra in corso. Ma alcuni governi europei si dicono da settimane molto scettici su una procedura di questo tipo. Danimarca e Paesi Bassi sono i paesi maggiormente contrari a un’adesione immediata, preoccupati che possano ripetersi casi come quello dell’Ungheria, un paese che utilizza i fondi europei per arricchire la propria classe di oligarchi. Per aderire un paese deve rispondere ad alcuni criteri fondamentali, tra cui il rispetto della libertà, della democrazia, dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto. Ci sono anche alcuni criteri economici da rispettare, tra cui la presenza di un’economia di mercato libera e concorrenziale.

Analizzare tutti questi criteri richiede molto tempo e lunghissime trattative, e non è chiaro come questo processo possa essere velocizzato per l’Ucraina: l’ultimo paese a entrare era stata nel 2013 la Croazia, e c’erano voluti dieci anni perché i paesi dell’Unione accettassero la sua richiesta. I paesi più scettici all’entrata dell’Ucraina nell’Unione temono inoltre che a causa della guerra in corso il paese avrà bisogno di ancora più tempo per adeguarsi agli standard europei, dato che dovrà letteralmente ricostruire un paese semidistrutto dagli attacchi della Russia”. 

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Così Il Post.

Il momento della verità

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Annota in proposito Emanuele Bonini su La Stampa: “La prossima settimana i capi di Stato e di governo si ritroveranno a Bruxelles per il vertice del Consiglio europeo (23 e 24 giugno), e sarà quello il momento della verità. Italia, Francia e Germania sposano la linea della Commissione, come mostrato e confermato in occasione della visita congiunta a Kiev di Mario Draghi, Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Ora bisognerà convincere gli altri partner, poiché tutto ciò che riguarda l’allargamento dell’Ue, incluso il riconoscimento dello status di candidato, richiede l’unanimità.
Olivér Várhelyi, il commissario per il Vicinato e l’allargamento, è consapevole dei dubbi attorno al tavolo, e quindi tende a chiarire che non ci saranno trattamenti di favore. «Ci aspettiamo che gli Stati membri prendano decisioni nei prossimi giorni, ma i nostri paesi partner Ucraina, Moldova e Georgia dovrebbero già iniziare a lavorare per realizzare dalla loro parte le riforme chiave delineate nella nostra raccomandazione». Nel caso dell’Ucraina «è fondamentale che le riforme in Ucraina vadano di pari passo con gli sforzi per la ricostruzione», aggiunge von der Leyen. Il messaggio è chiaro. L’Ue deve lavorare insieme a Kiev per permettere di ridisegnare la cartina geo-politica e i confini dell’Unione europea.
La sfida a Putin è lanciata. Anche perché ai Paesi con lo status di candidato si riconoscono istituzioni stabili che garantiscono democrazia, stato di diritto, diritti umani, e rispetto delle minoranze. Una chiara critica alla Russia di oggi”, rimarca ancora Bonini.

Se non ora, quando?Di grande interesse è quanto annota Gerald Knaus in un lungo articolo pubblicato in Italia da OsservatorioBalcanieCaucaso:Scrive tra l’altro Knaus: “Non ci sono buone ragioni per non concedere a giugno all’Ucraina lo status di candidato. I leader dell’UE hanno concesso lo status di candidato alla Turchia 23 anni fa, nel 1999, quando in Turchia vigeva ancora la pena di morte. Lo hanno concesso alla Macedonia del Nord nel 2005. In entrambi i casi, lo status di candidato non ha comportato una rapida adesione.

Allo stesso tempo, l’apertura di colloqui di adesione con molti più paesi pone all’UE delle domande cruciali. Quanto l’UE è pronta per un altro allargamento in grande stile, per un’Unione di 35 o più membri? In questo momento la risposta onesta, sicuramente a Parigi e all’Aia, a Berlino e a Copenaghen, sarebbe: non lo è.

Non è un dibattito che l’UE risolverà nei prossimi giorni, anche se un giorno dovrà iniziare a discuterne. Tuttavia, ciò che si può fare ora, in risposta alle candidature ucraine e moldave, è ripensare l’attuale disfunzionale processo di adesione.

Se il 2022 vedrà l’apertura di nuovi negoziati di adesione, questi dovranno essere accompagnati da negoziati che portino anche a una Comunità (economica) europea aperta a tutte le democrazie europee, compresi i Balcani occidentali. È necessario uno strumento potente per accelerare, nella tradizione di Schuman e Monnet, “l’eliminazione delle barriere che dividono l’Europa”.            

Questo sarebbe sia visionario che familiare, poiché qualcosa di simile è già stato fatto in passato. È così che Finlandia, Svezia e Austria hanno aderito prima al mercato unico nel 1994 e poi all’UE nel 1995. Questa era la visione del leggendario presidente della Commissione Jacques Delors. Nel suo discorso inaugurale al Parlamento europeo, nel gennaio 1989, Delors si è chiesto come “conciliare il successo dell’integrazione dei Dodici senza respingere coloro che hanno lo stesso diritto di chiamarsi europei?”. Delors si riferiva ad Austria, Svezia, Norvegia e Finlandia. Egli propose loro un “partenariato più strutturato con istituzioni decisionali e amministrative comuni”.

Tre anni dopo, il 2 maggio 1992, Austria, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia firmarono l’accordo sullo Spazio economico europeo (See). Il 1° gennaio 1994 entrarono a far parte del mercato unico.

Questo processo in due fasi non è stato una deviazione, tutt’altro. Ha aumentato le probabilità di un’adesione all’UE. Veli Sundbäck, ex negoziatore capo della Finlandia, concorda su questo: “Per noi finlandesi, il See ha facilitato enormemente i nostri negoziati di adesione”. 

Lo ha sottolineato anche Anders Olander, ex negoziatore svedese: “Per il mio paese, la Svezia, è stata una tappa fondamentale verso la piena adesione all’UE. Senza l’accordo SEE e il processo che lo ha preceduto – la migliore scuola di integrazione europea che mi viene in mente – non saremmo stati in grado di concludere i negoziati di adesione così facilmente e rapidamente come è poi avvenuto”.

È il momento della leadership            

Il momento attuale della storia europea richiede l’immaginazione pratica di un Jacques Delors. Riuscirà Ursula von der Leyen a fare qualcosa di simile?            

Il momento attuale richiede l’audace realismo di coloro che hanno negoziato la Comunità del carbone e dell’acciaio e il Trattato di Roma. Charles Michel può essere il Paul-Henri Spaak, Emanuel Macron il Robert Schuman e Olaf Scholz il Konrad Adenauer di questa generazione?

Il momento attuale richiede una visione di audacia alla Churchill, che deve però tradursi in passi tecnici concreti nella tradizione del venditore di Cognac Jean Monnet, che ha sempre puntato su quelle che Robert Schuman chiamava “realizzazioni concrete che creano innanzitutto una solidarietà di fatto”.            

Naturalmente, l’Ucraina del 2022 non è la Svezia o l’Austria del 1994. È un paese in guerra in un continente in bilico, all’inizio di una nuova guerra fredda. Ma questo rende più, e non meno, urgente una solida strategia per la futura integrazione europea.

L’attacco all’Ucraina del 24 febbraio 2022 ha reso evidente che anche l’Unione Europea deve prepararsi a difendere i suoi membri dalla minaccia di una Russia revanscista. Negli ultimi decenni le democrazie europee hanno raggiunto la propria sicurezza grazie all’alleanza con le grandi democrazie d’oltreoceano, Stati Uniti in primis, ma anche Canada.

Tuttavia, se un giorno le democrazie europee non potranno più contare sugli Stati Uniti per la loro sicurezza, dovranno essere in grado di difendersi da sole per difendere il loro progetto anti-imperiale. Avranno bisogno quindi di avere dalla loro parte il maggior numero possibile di democrazie. Un’Ucraina democratica, che abbia sfidato una Russia ostile, sarebbe un alleato prezioso”.

Così Knaus.

Ma la strada è ancora in salita.  E soprattutto ci vorrà ancora del tempo, molto, per aprire quella porta europea a Kiev.

Lo spiega molto bene un recente report di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale)

“Al di là delle ‘raccomandazioni’ della Commissione, a decidere se l’Ucraina ha le carte in regola per candidarsi all’ingresso nel blocco Ue è il Consiglio Europeo, con una decisione all’unanimità. Ma sul tema i governi dei 27 hanno posizioni distinte. Ai paesi del B9 e a un endorsement arrivato anche dal Primo ministro greco Kyriakos Mitsokatis 

 si contrappone la ‘freddezza’ di diversi paesi dell’Europa Occidentale. A rivelarlo è stato il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi a margine dell’ultimo Consiglio europeo, definendo l’Italia l’unico fra i ‘grandi Stati’ dell’Ue favorevole ad accordare la candidatura. Anche il primo ministro portoghese e quello austriaco di recente hanno fatto trapelare il loro scetticismo. Mentre altri paesi che non si sono espressi finora sarebbero contrati o comunque non così convinti da votare favorevolmente e lo stesso presidente francese Emmanuel Macron, presidente di turno dell’Ue, ha avanzato l’ipotesi di una ‘comunità politica’ che rafforzi le relazioni di Kiev con l’Ue, ribadendo che anche se l’Ucraina fosse ammessa come candidato, ci vorrebbe più di un decennio secondo le procedure di adesione prima che si unisca al blocco. Per l’Ucraina dunque non ci saranno ‘corsie preferenziali’ che le consentirebbero di superare paesi che – come la Serbia, il Montenegro, l’Albania e la Macedonia del Nord – sono in attesa da anni di aderire all’Ue. Ma non c’è solo questo a pesare sulla sua candidatura. Ammettere lo status di Kiev, infatti, sarebbe una scelta densa di conseguenze. Economiche, strategiche e demografiche. In molti sono preoccupati del fatto che l’attuale funzionamento delle istituzioni sarebbe incapace di sostenere l’ingresso di un paese con problematiche così impegnative sotto tutti i profili. Eppure, se l’invasione russa del 24 febbraio ha chiarito una cosa è che l’allargamento a est del 2004 è stata la scelta giusta. Vilnius, Varsavia, Riga sarebbero oggi minacciate direttamente da Mosca. “Per quanto tecnici o lenti possano sembrare i negoziati di adesione, è un segnale simile che gli europei devono inviare ora”, osserva Laurent Marchand su Ouest France, secondo cui “Putin, con la sua guerra, ha indurito l’area europea. Eliminando ogni possibilità di spazio intermedio”.

Così è. Tra lo Zar e l’Europa è guerra totale. Neanche fredda.

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