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Yemen, 26 marzo 2015-2022: sette anni di guerra, così muore un popolo "dimenticato"

Il 26 marzo sarà il settimo anniversario del conflitto in Yemen: una guerra dimenticata che provoca fame per 17,4 milioni di persone

Yemen, 26 marzo 2015-2022: sette anni di guerra, così muore un popolo "dimenticato"
Guerra in Yemen

Umberto De Giovannangeli

25 Marzo 2022 - 14.23


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Per Globalist non esistono morti di serie A e morti di Serie B. Non esistono guerra da copertina e guerre da prima delle brevi. In questo, per fortuna, siamo in buona, anzi ottima compagnia. A svegliare le coscienze “intorpidite” e “narcotizzate” da una stampa mainstream, ci pensa Oxfam.

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A 7 anni dall’inizio della guerra in Yemen, il prezzo pagato dalla popolazione è sempre più alto. Le vittime civili continuano ad aumentare esponenzialmente mese dopo mese, mentre un intero popolo – che per il 75% dipende dagli aiuti internazionali per sopravvivere – è costantemente minacciato dalla mancanza di cibo e acqua, dalle bombe che piovono dal cielo o dalle mine disseminate su campi e strade. Il conflitto in Ucraina poi sta facendo schizzare alle stelle i prezzi dei beni alimentari. Una tragedia nella tragedia che lega nel dolore e nella sofferenza due paesi, solo apparentemente distanti.

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È l’allarme lanciato da Oxfam alla vigilia del settimo anniversario del conflitto in Yemen, il prossimo 26 marzo.

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“Un altro anno di guerra porterebbe sofferenze inimmaginabili per 30 milioni di yemeniti – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – Se le parti in conflitto non deporranno le armi nell’immediato futuro e la comunità internazionale non aumenterà gli aiuti, due terzi della popolazione si troverà in una condizione di grave insicurezza alimentare entro la fine dell’anno. Al momento la comunità internazionale ha stanziato solo il 30% di quanto richiesto dalle Nazioni Unite per rispondere all’emergenza nel 2022, in media appena 15 centesimi al giorno per singolo abitante”. 

Il drammatico costo di una guerra dimenticata

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Tragici i numeri che riassumono il crescente costo della guerra pagato dalla popolazione:

• al momento 17,4 milioni di persone soffrono la fame, ma entro la fine dell’anno potrebbero diventare a 19 milioni (ossia il 62% della popolazione), con un aumento di oltre 8 milioni di persone colpite da malnutrizione dall’inizio del conflitto;

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• da quando le Nazioni Unite hanno cessato il monitoraggio sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle parti in conflitto, lo scorso ottobre, il numero di vittime civili è raddoppiato. Dal 2017, quando ha incominciato a funzionare il Civilian Impact Monitoring, si sono registrate 14.554 vittime civili; 

• dall’inizio del conflitto 24.600 attacchi aerei hanno distrutto il 40% delle abitazioni in tutte le città del paese;

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• la guerra ha costretto oltre 4 milioni di persone a lasciare le proprie case in cerca di salvezza, oltre 1 milione al momento si trovano nel governatorato di Marib, spesso in alloggi di fortuna, divenuto l’epicentro del conflitto. Qui negli ultimi mesi sono aumentati morti e feriti a causa delle mine intorno alla città, disseminate dalle forze in ritirata per rallentare i loro avversari.

• oggi 4,8 milioni di persone in più – rispetto al primo anno di conflitto – sopravvivono solo grazie agli aiuti umanitari.

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L’impatto della crisi ucraina nell’aumento dei prezzi dei beni alimentari

La crisi ucraina ha ulteriormente aggravato la situazione, mettendo in crisi le già ridotte importazioni di grano e olio da cucina. Fino ad oggi infatti lo Yemen importava circa il 42% del grano direttamente dall’Ucraina. La conseguenza immediata è il drammatico aumento dei prezzi, a cui una popolazione senza lavoro e altri mezzi di sostentamento, non può di certo far fronte. Solo nella prima settimana dallo scoppio del conflitto in Ucraina, nella capitale Sana’a, il prezzo del pane è aumentato del 35%.

“Spesso i miei figli vanno a dormire a stomaco vuoto – racconta Ali Hassan Hadi che vive assieme ai due figli piccoli ad Hajah, citta sulle montagne nell’ovest del paese – Quando riusciamo a pranzare non ceniamo e viceversa. I nostri pasti sono composti spesso solo di un po’ di pane”.

In Yemen con il caro benzina si resta senza beni essenziali

Sette lunghi anni di guerra hanno anche causato una grave crisi del carburante. I prezzi sono aumentati del 543% dal 2019, triplicando solo negli ultimi tre mesi. Si può stare in coda anche per tre giorni per riuscire a fare rifornimento.

Con un’impennata di tali proporzioni salgono inevitabilmente i prezzi di beni essenziali come cibo, acqua e medicinali e diventa difficilissimo portare aiuti nelle aree più remote del Paese.

Costretti a bere acqua sporca e restare senza elettricità 12 ore al giorno, mentre i pochi ospedali in funzione chiudono

“Lo Yemen ha disperatamente bisogno di pace e invece ha ancora di fronte morte e distruzione. Violenza e fame continuano ad aumentare e milioni di persone non hanno l’essenziale per vivere. – ha aggiunto Pezzati – Nelle aree più remote le persone non possono più permettersi di comprare l’acqua che arriva con le autocisterne e quindi bevono e usano acqua sporca. In città l’elettricità può mancare anche per 10-12 ore al giorno, chi ce l’ha usa i pannelli solari per ricaricare il telefono e avere piccole scorte di energia”.

Il costo dei trasporti è talmente alto che gli agricoltori non portano più i loro prodotti nei mercati, causando un ulteriore aumento dei prezzi; le persone non riescono a raggiungere gli ospedali; per mancanza di carburante molte strutture sanitarie potrebbero chiudere, come successo nei giorni scorsi a Taiz con l’ospedale Al Thawra.

I dipendenti pubblici non vengono pagati dalla fine del 2016. Le restrizioni imposte dalla pandemia hanno drasticamente ridotto la possibilità di andare a lavorare in Arabia Saudita, tagliando un’importante fonte di reddito. Con la svalutazione della moneta non si riesce a comprare l’essenziale, per questo Oxfam ed altre agenzie umanitarie hanno deciso di aumentare il trasferimento di denaro alle famiglie più vulnerabili. In una condizione tanto drammatica, spesso stretti nella morsa dei debiti, si fa ricorso a ogni mezzo per sopravvivere, anche l’elemosina.

L’appello per una pace immediata

“Solo una pace duratura potrà salvare il paese da una miseria ormai dilagante e profonda. Fino ad allora il finanziamento dell’aiuto umanitario sarà l’unica arma di salvezza per milioni di persone”, conclude Pezzati.

La risposta di Oxfam in Yemen

Dal luglio 2015 Oxfam ha soccorso oltre 4 milioni di yemeniti in nove governatorati del Paese. Dalla conferma dei primi casi di coronavirus ha rafforzato il proprio intervento per rispondere alla pandemia, distribuendo kit igienico-sanitari e acqua pulita nei campi profughi, realizzando campagne di sensibilizzazione sulle norme di prevenzione del contagio. Per rispondere all’emergenza alimentare, sta soccorrendo circa 280 mila yemeniti con voucher per l’acquisto di cibo, offrendo sovvenzioni in denaro a piccole imprese e agricoltori, e offerte di lavoro per la riabilitazione di infrastrutture idriche e stradali, rimaste distrutte nel conflitto.

Grazie alla campagna “Salviamo vite nelle emergenze”, oltre a garantire accesso all’acqua pulita per la popolazione, cibo, riparo e kit di primo soccorso, Oxfam potrà realizzare progetti in sostegno dei diritti delle donne più vulnerabili, attraverso formazione specifica, campagne di sensibilizzazione e assistenza diretta alle vittime e alle organizzazioni. Con 4 organizzazioni locali, lavorerà per migliorane servizi utili e prevenire episodi di abusi e violenze, aumentati del 63% negli ultimi due anni.

Una dimenticanza voluta

Scrive Camille Eid su Avvenire: “È una tristemente “classica” guerra dimenticata, quella nello Yemen. Il conflitto, che compie sette anni martedì prossimo, vede forse aprirsi uno spiraglio – l’ennesimo negli ultimi anni – con l’accettazione da parte dei filoiraniani Houthi di avviare colloqui indiretti con il governo lealista sostenuto dall’Arabia Saudita. Riad è dal 2015 a capo della coalizione militare che cerca di contrastare i ribelli sostenuti invece dall’Iran. 

L’effetto della guerra è stato devastante per i civili, tanto da essere definita «la più grande crisi umanitaria del XXI secolo». L’ultimo rapporto dell’Onu, pubblicato lo scorso novembre, parla di 377mila vittime, al 60 per cento per gli effetti indiretti del conflitto, come la scarsità di acqua e cibo, mentre sono circa 150mila gli yemeniti che hanno perso la vita negli scontri armati i bombardamenti aerei. Secondo l’Undp, l’Agenzia per lo sviluppo dell’Onu, «nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni». 

«Lo Yemen vive in uno stato di emergenza cronico, segnato da fame, malattie e altre miserie che stanno aumentando più rapidamente di quanto le agenzie umanitarie possano tamponare». Lo ha detto il 15 marzo di fronte al Consiglio di sicurezza dell’Onu Martin Griffiths, il capo dei soccorsi delle Nazioni Unite. 

Con lo scoppio del conflitto in Ucraina e la crisi energetica causata dal taglio alla fornitura di gas dalla Russia, qualcosa forse si sta muovendo sul fronte yemenita. Il Paese, che è sicuramente il più povero nella Penisola arabica, si trova all’imboccatura del Mar Rosso e tutti hanno interesse a non ostacolare il movimento della navi che transiteranno in numero superiore per quelle acque e raggiungere, attraverso Suez, il Mediterraneo. 

Pochi giorni fa, i ribelli sciiti Houthi hanno dichiarato di essere pronti a impegnarsi in colloqui di pace con la coalizione a guida saudita a condizione che siano tenuti in un Paese neutrale e non a Riad, come propongono i sauditi. Come per altri dossier, quello yemenita è in fondo legato a doppio filo con l’esito dei colloqui tra iraniani e sauditi a Baghdad e soprattutto con quelli in corso da mesi a Vienna sul dossier nucleare iraniano. Ridotta alla fame, la popolazione dello Yemen non ha che da aspettare”.

Allarme Unicef

Per l’intensificarsi del conflitto nel 2021, le violenze sono continuate ad aumentare nel 2022 e, come sempre, i bambini sono quelli che ne soffrono di più e per primi. Solo nei primi due mesi di quest’anno, sono arrivate notizie di 47 bambini uccisi o mutilati in diverse località in Yemen. Da quando il conflitto si è inasprito in Yemen – è cominciato sette anni fa – le Nazioni Unite hanno verificato che oltre 10.200 bambini sono stati uccisi o feriti. I numeri reali sono probabilmente molto più alti. La violenza, la miseria e il dolore, dunque, sono diventati normali nello Yemen, con conseguenze gravissime su milioni di bambini e famiglie. “È il momento, anche qui – si legge in una nota dell’Unicef – di raggiungere una soluzione politica sostenibile perché la popolazione e i bambini soprattutto possano vivere finalmente in pace”.

Rimarca, a ragione, Carlo Ciavoni su La Repubblica: “Lo Yemen – al di là del racconto umanitario che se ne fa – ha una grande rilevanza strategica, malgrado sia il Paese più povero del Medio Oriente. Del resto è sufficiente guardare la carta geografica, per capire come i gruppi jihadisti,  al-Qaeda prima di tutto, abbiano avuto facilie accesso e come gli Usa  e l’Arabia Saudita assieme siano lì a tutelare i loro interessi. Lo Yemen si trova nel punto più estremo della Penisola arabica e sotto i suoi occhi, ogni giorno, passano milioni di tonnellate di petrolio, milioni di tonnellate di merci. Il quadro del conflitto è dunque quello con l’Iran, che nello Yemen ha il suo presidio militare con gli Houti, protagonisti di un decennio di crisi politica ed economica e di sette anni di conflitto con una coalizione di Paesi a guida Saudita, con l’esito di una paralisi totale dell’assistenza sanitaria e di altri servizi sociali, che hanno provocato epidemie di colera e altre malattie, oltre che la malnutrizione diffusa”.

La complicità europea e i trafficanti di morte

A denunciarla è la Rete Italiana Pace e Disarmo (Ripd).

Che in un comunicato ricostruisce questa sporca guerra “dimenticata” e il ruolo dell’Europa.

“Domani – 26 marzo 2022 – ricorre il settimo anniversario dell’inizio dell’operazione “Decisive Storm”, una massiccia offensiva aerea lanciata dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU) nello Yemen contro Ansar Allah (i ribelli Houthi) e le unità militari fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh.
Dall’inizio del conflitto armato (quando gli Houthi e le unità militari fedeli all’ex presidente Saleh hanno preso Sana’a con la forza nel 2014 e dall’escalation nel marzo 2015) l’organizzazione yemenita per i diritti umani Mwatana for Human Rights ha documentato almeno 800 attacchi aerei e 700 offensive di terra che hanno causato la morte di oltre 3.000 civili e il ferimento di almeno altri 4.000. Molti di questi attacchi aerei non sarebbero stati possibili senza forniture di armamenti europei. Fino ad oggi i governi e le aziende europee hanno continuata a sostenere la coalizione a guida saudita esportando bombe, armi e pezzi di ricambio così come servizi di manutenzione e addestramento. Inoltre, si sospetta che questi armamenti siano stati utilizzati in potenziali crimini di guerra.

Pertanto lo European Center for Constitutional anda Human Rights (Ecchr) di Berlino, Amnesty International, la britannica Campaign Against Arms Trade, il Centro Delàs di studi della Pace di Barcellona, Mwatana for Human Rights e la Rete Italiana Pace e Disarmo  hanno presentato una Comunicazione presso la Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia nel dicembre 2019. Questo documento di 350 pagine ricostruisce gli eventi di 26 attacchi aerei della coalizione che possono essere classificati come crimini di guerra.

I responsabili in Europa che traggono profitto o alimentano il conflitto in Yemen devono essere ritenuti responsabili. La comunicazione si riferisce alle esportazioni di armi di Rwm Italia, Airbus Defence and Space e Bae Systems, tra gli altri. È necessario esaminare sia la responsabilità penale dei dirigenti aziendali che le pratiche e la responsabilità dei Governi di Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito.

Secondo le Nazioni Unite oltre 20 milioni di persone nello Yemen richiedono assistenza umanitaria a causa del conflitto: milioni sono a rischio di fame, sfollamento e morte. Ad oggi, la comunità internazionale non ha fatto nulla per fermare gli attacchi contro i civili e, nonostante le palesi violazioni dei diritti umani che sono state documentate, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha votato nell’ottobre 2021 contro l’estensione del mandato del Gruppo di eminenti esperti sullo Yemen (Gee) incaricato di documentare le violazioni dei diritti umani nello Yemen. L’impunità per gli attacchi contro le popolazioni civili deve essere fermata, ed è per questo che è necessario che la Cpi e le autorità nazionali di polizia indaghino sulla responsabilità penale degli attori aziendali e statali. Le strutture dell’industria europea delle armi richiedono indagini transfrontaliere e cooperazione per rintracciare completamente le responsabilità di tutti gli attori coinvolti. Aprendo un’indagine e coinvolgendo le autorità di polizia nazionali, la Corte penale internazionale potrebbe stabilire nuovi standard nella gestione cooperativa dei crimini internazionali.

  Le nostre organizzazioni esprimono apprezzamento per la rapida azione della Corte nell’indagare potenziali crimini di guerra commessi dalle forze russe e da altre parti in Ucraina. Crediamo che una simile attenzione e urgenza dovrebbe essere applicata per assicurare la responsabilità dei crimini di guerra commessi in tutti i conflitti, ovunque essi abbiano luogo. La guerra in Yemen è andata avanti per più di sette anni, senza sforzi significativi per accertare le reali responsabilità di chi ha favorito il conflitto armato. La Cpi e le autorità nazionali preposte all’applicazione della legge hanno un ruolo vitale da svolgere nell’indagare su potenziali crimini di guerra e garantire la giustizia per il popolo dello Yemen”. Sperando che, come a Berlino, vi sia anche un giudice in Olanda.

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