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Yemen-Ucraina, non esistono morti di serie B: un rapporto di Oxfam

In Yemen milioni di persone soffrono la fame e rischiano di morire senza un aiuto immediato, ma i grandi paesi donatori ieri hanno deciso di stanziare appena il 30% di quanto richiesto dalle Nazioni Unite

Yemen-Ucraina, non esistono morti di serie B: un rapporto di Oxfam
Guerra in Yemen

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

18 Marzo 2022 - 14.17


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È una delle guerre più brutali al mondo. È la crisi umanitaria più grave al mondo. Eppure non fa (quasi) mai notizia. Non è una “guerra dimenticata”. È una guerra volutamente ignorata.

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In Yemen milioni di persone soffrono la fame e rischiano di morire senza un aiuto immediato, ma i grandi paesi donatori ieri hanno deciso di stanziare appena il 30% di quanto richiesto dalle Nazioni Unite, per fronteggiare quella che resta la più grave emergenza umanitaria al mondo: 1,3 miliardi di dollari contro i 4,27 necessari per alleviare le sofferenze di un popolo martoriato da 7 anni di una guerra che ha già causato centinaia di migliaia di vittime tra cui oltre 18,500 civili. Mentre negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli attacchi su civili inermi.

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È l’allarme lanciato da Oxfam all’indomani della conferenza sulla crisi che si è chiusa mercoledì.

Un’economia distrutta dalla guerra che sta lasciando 17,4 milioni di persone senza cibo, a cui si sommano la crisi valutaria, di rifornimento del carburante e l’emergenza sanitaria in corso, non sono bastati a muovere i grandi Paesi donatori. –rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – Ed è purtroppo un trend preoccupante che si sta confermando anno dopo anno. Basti pensare che anche prima che il conflitto in Ucraina facesse salire i prezzi dei generi alimentari e ne minacciasse le importazioni, due terzi dei principali programmi di aiuto alla popolazione erano già stati ridotti o chiusi a causa della mancanza di fondi”.

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Italia, maglia nera

I numeri sull’impegno per il 2022 per Paese, parlano chiaro e collocano l’Italia, in fondo ai grandi Paesi europei.

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“L’Italia conferma 5,6 milioni di dollari (5 milioni di euro), una cifra che pone il nostro paese in basso nella lista dei donatori, lontano dagli USA che si sono impegnati per 585 milioni di dollari, Germania per 123 milioni, Gran Bretagna per 118 milioni. – continua Pezzati – Ma anche nettamente sotto ad altri paesi europei come Svezia (35M), Danimarca (19M) e Francia (16M) e assestandosi agli stessi livelli dell’Irlanda. Pur comprendendo la difficoltà del momento e le sfide che il nostro paese sarà chiamato ad affrontare, ci si aspetterebbe un impegno maggiore verso un dramma di cui non si intravede la fine”.

Per questo Oxfam rilancia un appello urgente alla comunità internazionale, sia per un maggiore impegno a sostegno della risposta umanitaria nel Paese, sia perché lavori per arrivare prima possibile a trovare una soluzione politica che porti ad una pace duratura.

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Denuncia Onu

La più grande crisi umanitaria del XXI secolo, la guerra che uccide ogni giorno oltre cento persone. Sono 377mila, stando al rapporto dell’Onu pubblicato lo scorso novembre, le vittime del conflitto in Yemen dal 2015 ad oggi. Il 60% delle vittime è stato causato dagli effetti indiretti della guerra, come la scarsità di acqua e cibo, le malattie, mentre sono circa 150mila ad aver perso la vita negli scontri armati o nei raid aerei. Come in passato, a patire maggiormente gli effetti della guerra sono i bambini.

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“In Yemen nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni”, denuncia il rapporto dell’agenzia per lo sviluppo dell’Onu -Undp – presentato a novembre dello scorso anno. La coalizione saudita è intervenuta nel conflitto interno nel 2015, dopo l’attacco alla capitale Sana’a da parte dei ribelli sciiti Huthi sostenuti dall’Iran. Il conflitto, prosegue il rapporto, ha inferto un altro colpo gravissimo al Paese, tra i più poveri della regione, riportandolo a un tasso di sviluppo di oltre vent’anni fa. Lo Yemen era stato già travolto dal 2004 da una guerra intestina tra governo centrale e insurrezione Houthi. Dal 2011 è stato poi segnato da proteste popolari anti-governative, sfociate nell’attuale conflitto interno e regionale che ha avuto inizio sette anni fa, nel marzo 2015. Per l’agenzia dell’Onu, in Yemen oggi “l’accesso alle cure sanitarie è limitato o inesistente” e “l’economia è sull’orlo del collasso”. Al numero incredibile di vittime e feriti si aggiunge quello degli sfollati, misurabile a sei zeri. 

Gli appelli del Papa 

Nel corso di questi sette anni più volte Papa Francesco ha chiesto che si ponesse fine al conflitto. Lo scorso 27 febbraio, dopo l’Angelus, ha ricordato le guerre dimenticate, ribadendo che “chi fa guerra dimentica l’umanità”. Per gli anziani, i più piccoli, le persone in cerca di rifugio “è urgente – ha insistito Francesco – aprire corridoi umanitari”, sono fratelli e sorelle “che vanno accolti. E di nuovo la voce che spazia e si commuove sul mondo delle guerre “a pezzi”:

Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza”.

Ancora lo scorso primo gennaio il pensiero del Papa è andato ai conflitti troppo spesso dimenticati. Nel mondo lacerato da guerre e violenze, occorre “rimboccarsi le maniche per costruire la pace”. In occasione della Giornata mondiale della pace, Francesco, al primo Angelus del nuovo anno, ha rivolto il suo pensiero e le sue parole alle vittime innocenti dei conflitti, “alle giovani madri e ai loro bambini in fuga da guerre e carestie o in attesa nei campi per i rifugiati”, lanciando un appello ad andare a casa pensando alla pace e al perdono che “spegne il fuoco dell’odio”.  Un’attenzione particolare Francesco l’ha rivolta nel tempo agli yemeniti più giovani, cresciuti in un contesto drammatico. Nel messaggio natalizio che precede la benedizione Urbi et Orbi, il Papa nel 2019 ha sottolineato la “grave crisi umanitaria nel Paese”, rivolgendo un pensiero particolare “ai bambini dello Yemen”. I più piccoli cittadini sono stati al centro anche delle parole pronunciate dopo la preghiera mariana dell’Angelus del 3 febbraio 2019: “Con grande preoccupazione seguo la crisi umanitaria nello Yemen – diceva Francesco poco più di due anni fa -, la popolazione è stremata dal lungo conflitto e moltissimi bambini soffrono la fame, ma non si riesce ad accedere ai depositi di alimenti. Fratelli e sorelle, il grido di questi bambini e dei loro genitori sale al cospetto di Dio. Faccio appello alle parti interessate e alla Comunità internazionale per favorire con urgenza l’osservanza degli accordi raggiunti, assicurare la distribuzione del cibo e lavorare per il bene della popolazione”. Un appello espresso con forza anche nell’udienza del 27 marzo 2019, quando il suo pensiero andava ai “bambini affamati in guerra”, con particolare riferimento a quelli yemeniti.

Gli aiuti

Un nuovo appello delle Nazioni Unite per lo Yemen ha raccolto ieri 1,3 miliardi di dollari, meno di un terzo di quello che l’organizzazione aveva previsto per aiutare il Paese più povero del mondo arabo. Ad annunciarlo in queste ore è stato il sottosegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Martin Griffiths. “Speravamo di più”, ha detto alla fine della conferenza, definendo le prospettive per lo Yemen “terribili”. L’Onu mirava ad ottenere oltre 4 miliardi di dollari in aiuti. Griffiths ha ribadito come lo Yemen “ha bisogno di soldi, finanziamenti urgenti, rapidi, per il popolo dello Yemen”. Diversi osservatori internazionali sottolineano come la conferenza sia arrivata mentre l’attenzione  mondiale si concentra sulla guerra in Ucraina, che ha causato in tre settimane almeno tre milioni di rifugiati, nel più grande esodo europeo dalla Seconda Guerra Mondiale. Lo Yemen dipende quasi interamente dalle importazioni di cibo, con almeno un quarto delle sue importazioni di grano provenienti dall’Ucraina, secondo quanto reso noto World Food Program. Anche la conferenza dei donatori del 2021 aveva raccolto una cifra inferiore alle aspettative: 1,7 miliardi di dollari rispetto ai 3,85 miliardi che l’Onu aveva chiesto. Un traguardo, quello, comunque superiore a quanto ottenuto in queste ore.  

Testimonianze dal campo

L’ultimo grave episodio che ha coinvolto i civili yemeniti è avvenuto pochi giorni fa nell’area di Al-Jar, nel distretto settentrionale di Abs, dove opera uno dei team di Medici senza frontiere. Insieme a loro sono stati ricoverate altre 10 persone ferite durante i bombardamenti nel governatorato di Hajja. L’organizzazione medico-umanitaria, attiva nel Paese dal 1986 e dal 2007 presente in 12 ospedali e 16 strutture sanitarie, registra un significativo aumento dei feriti, segno che stanno aumentando gli attacchi indiscriminati sulla popolazione inerme. A fine gennaio sono state contate almeno 82 vittime e almeno 266 feriti in seguito all’attacco aereo della Coalizione guidata dall’Arabia Saudita sulla prigione di Sa’ada. Già cinque volte sono stati colpiti ospedali gestiti e supportati da Msf, Federica Ferraresi, capomissione di Medici senza frontiere nello Yemen ha raccontato di “condizioni umanitarie sempre più drammatiche”: costretti a spostarsi più volte per la volatilità della linea del fronte. Le infrastrutture sono state distrutte o pesantemente danneggiate. Il sistema sanitario nazionale è al collasso”, come pure l’economia, con prezzi del cibo alle stelle e inflazione a due cifre.

Il conflitto in corso tra il governo centrale e il gruppo degli Houthi, ha avuto un’escalation costante dal 2015 e “i bombardamenti di queste ultime settimane”, afferma Mattia Leveghi, grant manager dell’organizzazione umanitari Intersos in Yemen, “non sono incidenti isolati, ma fanno parte di un conflitto che negli ultimi 3 anni è andato progressivamente a inasprirsi. A ottobre 2021, i distretti con fronte di combattimento attivo erano 48, il che rappresenta un aumento rispetto ai 45 del 2020 e ai 35 a fine 2019. L’escalation militare e lo spostamento delle linee di fronte rendono ancora più complessa la risposta umanitaria nel Paese, esacerbando i già drammatici bisogni della popolazione civile”. A marzo di quest’anno ricorreranno i 7 anni dall’inizio del conflitto. Si stima che le vittime siano circa 380mila. Il 60% di loro sono vittime indirette, vale a dire persone che hanno perso la propria vita per conseguenze indirette del conflitto come, per esempio, fame e malattie prevenibili. Gli sfollati interni sono a oggi oltre 4 milioni, molti dei quali sono stati sfollati più di una volta.

Intersos lavora in Yemen dal 2008 e, anche dopo lo scoppio del conflitto nel 2015, non ha smesso di fornire assistenza umanitaria alle fasce più vulnerabili della popolazione. “Al momento operiamo in 9 governatorati”, spiega Leveghi. “Sia nei territori controllati dal governo internazionalmente riconosciuto al sud (Abyan, Aden, Hadramout, Lahj, Shabwa e Taiz) che in quelli controllati dalle autorità de facto al nord (Sana’a, Hajja e Ibb). In parallelo, manteniamo presenza in altri governatorati attraverso una rete di avvocati e collaborazione con organizzazioni locali”.

La crisi umanitaria yemenita è considerata tra le peggiori al mondo. Le persone che necessitano di assistenza umanitaria sono 20.7 milioni, circa il 70% della popolazione – più della metà di loro sono minori. “Le cause di questa crisi non si limitano esclusivamente a violenze e insicurezza”, rimarca Levighi, “ma riguardano un più ampio collasso del sistema socio-economico del Paese. Solo 2021, il costo della vita è raddoppiato a causa di una profonda svalutazione della valuta, rendendo impossibile per molti permettersi beni di prima necessità, incluso cibo. Oltre 16 milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare. I tassi di malnutrizione sono tra i più elevati al mondo, con 2.3 milioni di bambini sotto i cinque anni di età in uno stato di malnutrizione acuta. La metà delle strutture sanitarie non sono funzionanti, mentre epidemie di poliomielite, colera, dengue, morbillo e difterite sono ricorrenti. A queste si è aggiunto il pericolo Covid-19, la cui reale diffusione nel paese rimane incerta. Il collasso economico e le difficoltà economiche di molte famiglie sono poi sfociati nell’adozione di pratiche negative, tra cui abbandono scolastico, lavoro minorile e matrimoni forzati”.

Annota Luigi Mastrodonato su lifegate.it: “L’embargo messo in atto dall’Arabia Saudita nel paese, che riguarda soprattutto i porti, peggiora ulteriormente una situazione già compromessa, impedendo l’arrivo degli aiuti umanitari. Di recente l’Unicef, l’Undp e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno chiesto a Riad di toglierlo perché da questo dipende la vita di milioni di persone. Comunque vada, gli attentati oltreconfine di matrice Houti, i bombardamenti aerei sul Paese della coalizione internazionale e i combattimenti sul terreno tra le fazioni ripresi con vigore nelle ultime settimane, rendono la fine dell’incubo yemenita un miraggio”.

Grazie a Oxfam, a Intersos, a Save the Children, a Unicef, da Unhcr, a Msf, della tragedia yemenita abbiamo testimonianze, analisi, report puntuali e documentati. Nessuno può dire “non sapevo”. 

Molte delle stragi di civili che hanno scandito i 7 anni di guerra, sono state compiute con bombe made in Europe e made in Italy, come ha ripetutamente denunciato la Rete Italiana Pace e Disarmo (Ripd). Una vergogna che si vorrebbe occultare.

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