Patrick Zaki, l'odissea continua nell'Egitto del presidente-carceriere
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Patrick Zaki, l'odissea continua nell'Egitto del presidente-carceriere

Nessuna assoluzione, solo un nuovo rinvio dell’udienza, l’ennesimo per Patrick Zaki. Oggi nell’udienza a porte chiuse al tribunale di Mansoura, il giudice monocratico ha deciso di riaggiornarsi al 6 aprile.

Patrick Zaki, l'odissea continua nell'Egitto del presidente-carceriere
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Febbraio 2022 - 18.35


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Patrick Zaki, l’odissea continua. 

Nessuna assoluzione, solo un nuovo rinvio dell’udienza, l’ennesimo per Patrick Zaki. Oggi nell’udienza a porte chiuse al tribunale di Mansoura, il giudice monocratico ha deciso di riaggiornarsi al 6 aprile. Una decisione che scaccia, per il momento, i fantasmi di una possibile condanna, sempre più improbabile, dopo la scarcerazione dell’8 dicembre scorso, ma che non consegna allo studente dell’università di Bologna e alla sua famiglia la tanto attesa notizia di un’assoluzione piena.

“Sono ottimista, siamo ottimisti – aveva dichiarato il giovane alla vigilia – Ovviamente sto anche in ansia. So bene che c’è la possibilità di tornare indietro alla casella di partenza, so che esiste lo scenario peggiore. Ci penso. In queste settimane non ho ricevuto alcun segnale che mi desse indicazioni”. Lo studente ha rivelato che, una volta entrato in aula, è stato tenuto “circa mezz’ora” nella “gabbia degli imputati”. E ha poi confermato lui stesso ai giornalisti presenti che la prossima udienza è stata fissata per il 6 aprile. “Speriamo che qualcosa di buono accada il 6 aprile, dato che voglio essere di nuovo a Bologna il prima possibile – ha affermato Patrick  – Penso che stiano provando a prendere tempo per la decisione finale, poi vedremo cosa succederà”.

Dopo 22 mesi in cui a ogni udienza si doveva stabilire o meno il rinnovo della detenzione cautelare, questa volta avrebbe potuto esserci finalmente la svolta decisiva verso la libertà, come aveva dichiarato la sua avvocata Hoda Nasrallah ma che, tuttavia, non aveva escluso la possibilità che tutto si concluda con un nuovo rinvio. “Se l’accusa autorizza gli avvocati ad assistervi, questi faranno le loro arringhe e chiederanno che venga emessa una sentenza”. Se non ci sarà la sentenza, aveva spiegato l’avvocato dello studente dell’Università di Bologna, allora “verrà fissata un’altra data per rendere la sentenza stessa e concludere questo processo”. E proprio così è andata.

“È un’attesa ancora enormemente lunga quella di Patrick per avere finalmente la sua libertà. È una data che ricorre quella del 6 aprile. Nel 2020 e nel 2021 c’erano state altre udienze in questa data. Speriamo che sia l’ultimo giorno in cui Patrick si presenterà di fronte a un giudice e fino ad allora c’è da aspettare, da stargli vicino e accompagnarlo in questa lunga attesa di quella che speriamo sia l’ultima udienza”, è stato il commento di Riccardo Noury, portavoce diAmnesty International in Italia.

Già in mattinata il giovane aveva detto di non credere che “la sentenza venga emessa già oggi, potrebbero volerci alcuni giorni per redigerla”. Ma forse non si aspettava un nuovo rinvio dell’udienza. Come successo dall’inizio del suo travagliato percorso giudiziario, sul posto erano presenti anche i diplomatici di ItaliaUsaGermaniaSpagnaBelgio, oltre a una legale in rappresentanza dell’Unione europea

Le speranza e il ritorno a Piazza Maggiore a Bologna

In un video dell’Ansa Zaki ieri aveva comunque confermato di voler tornare in Italia: “Subito dopo (la sentenza ndr) proverò a tornare a Bologna, spero molto presto. Andrò come prima cosa a Piazza Maggiore e poi all’università”. Un legame molto forte, quello con l’ateneo e la città emiliana che in questi anni non hanno fatto mancare il proprio sostegno allo studente di origine egiziana. Proprio ieri Patrick twittava: “Qualunque cosa accada, sarò sempre grato alla mia città natale, alla mia università e alla mia grande famiglia per tutto questo sostegno”. Insomma, ci sarà da aspettare e chissà ancora per quanto.

In un’intervista a Repubblica il ricercatore parla dei suoi piani: “Il più immediato è tornare a Bologna il prima possibile e rimanere lì per un periodo lungo. Spero di essere con i miei colleghi per l’inizio del prossimo semestre, che è fra pochi giorni. Cosa succederà dopo non lo so, so che continuerò a lavorare sui diritti umani“. E quando gli viene chiesto dove intenda portare a termine i suoi progetti, risponde: “Non lascerò l’Egitto per sempre. Il mio lavoro riguarda l’Egitto. Non voglio scappare. Io partirò quando si potrà ma la mia famiglia resterà qui. Verrà a trovarmi, certo, ma questo è il mio Paese. Non lo abbandono”.

Approfittando del periodo di libertà, una volta tornato dalla famiglia e dalla sua fidanzata Zaki ha intanto ripreso gli studi, sostenendo venerdì scorso il primo esame (“Storia dei movimenti femminili nell’Italia moderna”) e l’ultimo necessario a completare la prima annualità del master. “Mi ha reso felicissimo”, ha confidato, “È stato bellissimo poterlo fare, poter riprendere il percorso del Master e dedicarmi ai libri dopo tanto tempo. Un momento fantastico”.

Repressione infinita

Ma la speranza di Zaki e il suo diritto a una libertà piena e ad un’assoluzione senza altri ritardi, si scontrano con la realtà dell’Egitto del “faraone” al-Sisi. Una realtà da Stato di polizia.

La comunità egiziana per i diritti umani sta soffrendo un “annientamento” da parte del governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi: più di 100 importanti organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo hanno lanciato, mesi fa, l’allarme in una lettera ai ministri degli Esteri dei Paesi membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.  

I gruppi hanno invitato i governi a guidare e sostenere la creazione di un meccanismo di monitoraggio e segnalazione sulla situazione dei diritti umani in continuo deterioramento in Egitto. L’istituzione di un meccanismo di monitoraggio e segnalazione rappresenterebbe un passo importante per incrementare la visibilità sulle violazioni e sui crimini commessi, fornire rimedi giuridici ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime, scoraggiare ulteriori abusi e stabilire sistemi per la definizione delle responsabilità.

“I governi del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dovrebbero dichiarare al governo egiziano che gli abusi sono e saranno monitorati e segnalati e che gli egiziani che con coraggio affrontano l’oppressione quotidianamente non sono soli nella loro lotta”, afferma John Fisher, Direttore di Ginevra dell’Human Rights Watch.

Undici anni dopo la rivolta nazionale del 2011 che ha destituito il presidente Hosni Mubarak, gli egiziani vivono sotto un governo repressivo che soffoca ogni forma di dissenso e di espressione pacifica.. “Solo attraverso un’azione internazionale sostenuta e impegnata possiamo garantire la sopravvivenza del movimento egiziano per i diritti umani nel prossimo futuro”, scrivono i gruppi nella loro lettera.

Secondo i gruppi che hanno aderito alla lettera, la lotta per i diritti umani in Egitto è in “un momento critico”. L’inazione dei partner egiziani e degli Stati membri del Consiglio dei diritti umani ha incoraggiato il governo egiziano “nei suoi sforzi per mettere a tacere il dissenso e schiacciare la società civile indipendente”.

Gli arresti e le indagini scioccanti condotti nei confronti di alti funzionari dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR) e il congelamento dei loro beni attraverso procedimenti di fronte al tribunale penale – in un vero e proprio circuito del terrore – rappresentano un “attacco aberrante e inaccettabile” contro una delle più importanti organizzazioni per i diritti umani nel paese, hanno detto i gruppi. Questi fatti dimostrano la determinazione del governo egiziano a intensificare i suoi attacchi continui, diffusi e sistematici contro i difensori dei diritti umani e lo spazio civico.

Dopo la destituzione dell’ex presidente Mohammed Morsi dal potere nel luglio 2013, le autorità egiziane hanno intrapreso una repressione sempre più brutale nei confronti dei difensori dei diritti umani e dei diritti civili e politici più in generale. Migliaia di egiziani, tra cui centinaia di difensori dei diritti umani, giornalisti, accademici, artisti e politici, sono stati detenuti arbitrariamente, spesso con accuse penali abusive o attraverso processi iniqui.

Le forze di sicurezza egiziane li hanno sistematicamente sottoposti a maltrattamenti e torture. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno avvertito che condizioni di detenzione catastrofiche hanno messo in pericolo la vita e la salute dei detenuti. Altri attivisti pacifici sono stati fatti sparire con la forza. Quello che è successo ad alcuni di loro non è mai stato rivelato.

“Il popolo egiziano ha vissuto in passato sotto governi dispotici, ma gli attuali livelli di repressione in Egitto non hanno precedenti nella sua storia moderna”, rimarca Bahey El-din Hassan, direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies. “Le conseguenze sono potenzialmente terribili sia per i diritti umani che per la stabilità del Paese”. Nell’agosto 2020 il signor Hassan è stato condannato a 15 anni di carcere in contumacia da un tribunale per terrorismo in relazione al suo lavoro di difesa dei diritti umani nel paese.

In un contesto così severamente repressivo, molte organizzazioni per i diritti umani sono state costrette a chiudere, ridimensionare le loro operazioni, operare dall’estero o lavorare sotto il costante rischio di arresti e molestie.

Il governo in genere invoca l’”antiterrorismo” per giustificare questi abusi e per criminalizzare la libertà di associazione e di espressione. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno messo in guardia dall’uso da parte dell’Egitto di “circuiti terroristici” dei tribunali penali per prendere di mira i difensori dei diritti umani, mettere a tacere il dissenso e rinchiudere gli attivisti durante la pandemia Covid-19.

Di fronte a questi ripetuti avvertimenti, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha la responsabilità di agire e garantire un solido monitoraggio e controllo internazionale sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Egitto, hanno affermato i gruppi.

“La sopravvivenza del movimento per i diritti umani in conflitto in Egitto è in gioco”, ha detto Kevin Whelan, rappresentante di Amnesty International alle Nazioni Unite a Ginevra. “I membri della comunità internazionale hanno la responsabilità di sostenere gli sforzi per istituire un meccanismo di monitoraggio e segnalazione presso il Consiglio dei diritti umani sulla situazione in Egitto, dando il chiaro segnale che il disprezzo dell’Egitto per i diritti umani non sarà più ignorato e tollerato”.

Un segnale che continua a non manifestarsi. Al contrario, l’Europa continua a fare affari con il regime egiziano, a cominciare dalla vendita di armi, e ad omaggiare il presidente-carceriere ritenuto, come ha più volte ripetuto il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, un attore decisivo, imprescindibile, per la stabilizzazione del Mediterraneo e del Vicino Oriente.

Desaparecidos

Nell’Egitto di al-Sisi i “desaparecidos” si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all’apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l’Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni).   Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre  60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati…Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato.

Più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all’apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l’Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni).   Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre  60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati…Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato.

 Lo Stato di polizia all’ombra delle Piramidi. 

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