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Assalto a Capitol Hill: Trump a carte scoperte nel "gioco" del golpe

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la richiesta dell'ex presidente Donald Trump di mantenere segreti i documenti sull'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021

Assalto a Capitol Hill: Trump a carte scoperte nel "gioco" del golpe
Assalto a Capitol Hill

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

20 Gennaio 2022 - 17.25


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The Donald dovrà giocare a carte scoperte al “gioco del golpe”. Un punto a suo sfavore in una partita dall’esito finale tutt’altro che scontato.

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Punto a sfavore

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la richiesta dell’ex presidente Donald Trump di mantenere segreti i documenti sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, e spiana la strada alla loro consegna alla commissione della Camera dei rappresentanti che indaga di indagine sul 6 gennaio. I giudici supremi hanno bocciato la rivendicazione dell’ex presidente sul che rivendicava il diritto alla riservatezza per gli atti dell’esecutivo. Per i democratici si tratta di un’importante vittoria. 

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Con la bocciatura della richiesta di Trump, la Corte Suprema spiana la strada alla consegna di oltre 800 pagine di materiale alla commissione che indaga sul 6 gennaio. Le carte sono attualmente custodite presso gli archivi nazionali statunitensi che li consegnerà rapidamente alla commissione. Il contenuto esatto di quei documenti è sconosciuto, ma si tratta presumibilmente di e-mail, bozze di discorsi, anche note scritte a mano e i registri delle visite che potrebbero rivelare esattamente cosa è successo alla Casa Bianca durante l’assalto al Campidoglio, nei giorni precedenti e in quelli successivi. La decisione della Corte è stata presa a schiacciante maggioranza, con 8 voti a 1. Il giudice conservatore Clarence Thomas è stato l’unico giudice a favore della sospensione. Gli altri cinque giudici conservatori del tribunale, tre dei quali nominati da Trump, si sono uniti ai tre liberali nel negare la richiesta. 

Trump aveva cercato di esercitare il suo privilegio di ex presidente per tenere nascosti i documenti e le comunicazioni della Casa Bianca che potrebbero riguardare l’attacco.

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In un deposito presso la Corte Suprema, gli avvocati di Trump avevano affermato che”un ex presidente ha il diritto di far valere il privilegio esecutivo, anche dopo il suo mandato”.

Hanno condannato la richiesta di atti del Congresso come sorprendentemente ampia” e hanno accusato il comitato della Camera dei rappresentanti controllata dai democratici di condurre un’indagine su un “nemico politico”. Trump aveva chiesto di sospendere una sentenza di una corte d’appello federale, ma la Corte Suprema ha confermato la sentenza del tribunale di grado inferiore.

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Gli Stati disuniti

La decisione della Corte Suprema è destinata a radicalizzare ancor più lo scontro tra le “due Americhe”.

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Un anno dopo l’assalto a Capitol Hill, , l’America si riscopre spaccata in due. Lo attestano anche alcuni sondaggi. Secondo una rilevazione del Washington Post, il 34% degli americani pensa che la violenza contro il governo a volte sia giustificata. La percentuale cambia a seconda della posizione politica, aumentando sino al 40% tra i repubblicani e scendendo al 23% tra i democratici. Una divisione confermata anche quando si tratta di giudicare la responsabilità di Trump nell’attacco al Capitol: per il 60% degli americani ha una “grande” o “buona” quota di colpa, ma se la percentuale sale tra i dem (92%) cala invece tra i repubblicani (27%) e gli indipendenti (57%). Per il 72% dei repubblicani e l’83% degli elettori del tycoon, inoltre, l’ex presidente ha solo “qualche responsabilità” o non ne ha “affatto”. Stando ad un sondaggio della Monmouth University, infine, quasi tre quarti dei repubblicani crede alle accuse (infondate) di Trump sui brogli elettorali, mentre secondo una rilevazione della Quinnipiac University quasi 8 su 10 vogliono che corra per la Casa Bianca nel 2024. 

Un anno dopo, gli americani restano preoccupati per la loro democrazia e quasi un terzo (il 28%) ritiene che l’uso della forza a volte possa essere giustificato per difendere le proprie idee e il risultato di un’elezione. Dal sondaggio di Cbs News pubblicato recentemente emerge che per i due terzi del campione intervistato l’attacco dei sostenitori di Donald Trump alla sede del Congresso il 6 gennaio di un anno fa è stato “un segno di crescente violenza politica” e la democrazia americana è ancor oggi “sotto minaccia”. 

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Secondo il rapporto di Washington Post e Università del Maryland, invece, l'”orgoglio” degli americani per la loro democrazia, è sceso dal 90% del 2002 al 54%.

A dicembre, la Camera Usa ha votato, con 222 sì e 208 no, perché l’ex capo dello staff di Donald Trump, Mark Meadows, sia perseguito per mancata collaborazione con la commissione che indaga sull’assalto del 6 gennaio al Campidoglio.

Quei messaggi sconvolgenti.

Di grande interesse è un articolo scritto in quei drammatici giorni da Massimo Jaus per lavocedinewyork.com:  “Con il passare delle ore – scrive Jaus – emergono molti particolari sulle drammatiche comunicazioni tra l’ex capo di gabinetto di Trump e politici repubblicani e giornalisti “amici” mentre era in corso l’assalto al Campidoglio. Il figlio maggiore del presidente ha supplicato Mark Meadows di convincere suo padre a fare di più per porre fine alla violenza. “Deve condannare questa [merda] al più presto. Il tweet della polizia del Campidoglio non è abbastanza”, è il messaggino di Donald Trump Jr., uno dei text message forniti da Meadows alla Commissione. Meadows risponde a Don Jr: “Sto spingendo al massimo. Concordo”.

Questi text message sono stati rilasciati dal comitato, presi dalla documentazione che inizialmente Mark Meadows aveva consegnato agli inquirenti che mostrava legislatori, assistenti e persino giornalisti di Fox News che lo imploravano di fare pressione sull’ex presidente affinché cercasse di calmare gli animi. Ma per oltre quattro ore Trump non ha ascoltato le loro chiamate.

Tra i messaggi delle star Fox:

— “Ehi Mark, il presidente ha bisogno di dire alle persone in Campidoglio di andare a casa… questo ci sta danneggiando tutti… sta distruggendo la sua eredità”, ha scritto Laura Ingraham.

— “Per favore, mandalo in tv. Distrugge tutto ciò che hai realizzato”, ha scritto Brian Kilmeade.

— “Può fare una dichiarazione? … Deve chiedere alle persone di lasciare il Campidoglio”, ha esortato Sean Hannity.Messaggini che hanno evidenziato gli stretti legami tra Trump e Fox News che in tutti i modi ha cercato di minimizzare la portata del tentativo insurrezionale. I membri del panel hanno affermato che la testimonianza di Meadows su questi text message è cruciale perché solo lui può chiarire come ha risposto a questi messaggi o con chi ha parlato e quali azioni ha intrapreso Trump in risposta. Un congressman, del quale per ora non è stato rivelato il nome, ha dichiarato a Meadows: “Il 6 gennaio 2021, il vicepresidente Mike Pence, in qualità di presidente del Senato, dovrebbe dichiarare nulli i voti elettorali”.

Un altro congressman non identificato ha scritto a Meadows il giorno dopo l’attacco scusandosi: “Ieri è stata una giornata terribile. Abbiamo provato tutto il possibile per cercare di bloccare la certificazione in 6 stati. Mi dispiace che niente abbia funzionato”.

 “È davvero brutto quassù sulla collina”, afferma un messaggino letto questa mattina dalla vicepresidente della commissione, la repubblicana Liz Cheney. “Il presidente deve fermare questo al più presto”, si legge in un altro. “Trova una soluzione ora”, c’è scritto in un altro. Messaggi che rivelano una disconnessione tra il modo in cui gli autori dei messaggi temevano privatamente la violenza dei sostenitori di Trump e come in seguito hanno minimizzato il tentativo di insurrezione. La stessa Laura Ingraham più tardi in televisione quella sera ha suggerito che i rivoltosi non erano sostenitori dell’allora presidente. Anche Hannity dopo l’attacco al Campidoglio ha minimizzato le azioni dei rivoltosi, dicendo durante il suo programma su Fox News che “la maggior parte erano dimostranti pacifici[….].Circa quattro ore dopo l’inizio della rivolta, Trump ha chiesto ai suoi sostenitori di lasciare il Campidoglio, giustificando le loro azioni continuando con le sue false affermazioni di aver perso le elezioni a causa delle frodi elettorali. Tra i rivoltosi c’erano membri delle milizie di destra, pro-Trump, tra cui Proud Boys e Oath Keepers. A questo proposito l’ Attorney General del District Of Columbia, Karl Racine martedì ha intentato una causa civile per danni contro i gruppi di estrema destra Proud Boys e Oath Keepers per il loro ruolo nell’attacco del 6 gennaio al Campidoglio. L’atto di citazione di 84 pagine elenca anche dozzine di persone, violazioni delle leggi locali del District of Columbia, incluso il “Ku Klux Klan Act” del 1871, che prende di mira le cospirazioni violente. “Le immagini di quel giorno vergognoso e spregevole non potranno mai essere cancellate”, ha detto Racine in una conferenza stampa in cui annunciava l’azione legale. “Era come l’11 settembre, un attacco terroristico pianificato, ma questa volta i nostri cittadini erano decisi a distruggere le libertà e gli ideali su cui il nostro Paese è stato fondato e continua a aspirare a raggiungere”.

Meadows, un discepolo di Bannon

Così Jaus: ““L’ex legislatore del Tea Party di quattro mandati è arrivato al Congresso nel 2013 e si è rapidamente costruito una reputazione come un tifoso conservatore disposto a sfidare la propria leadership.

In qualità di leader del House Freedom Caucus di estrema destra, ha contribuito a mandare in pensione anticipata l’allora relatore John Boehner, quindi ha combattuto con successo per bloccare Kevin McCarthy, il Capo della minoranza alla Camera, dal suo successore. Meadows ama dire che calcola sempre la sua prossima mossa, una strategia che è paragonata a giocare a “scacchi a 10 dimensioni”. Al Congresso, le sue tattiche spregiudicate – e la sua devozione a Trump – gli sono valse le lodi degli altri lealisti di Trump e alla fine gli hanno procurato un lavoro nel West Wing della Casa Bianca come braccio destro di Trump. Ma ha fatto infuriare i Democratici, i vertici repubblicani e i legislatori più moderati nel Gop” (il Partito repubblicano).

Fin qui l’articolo.

E’ la seconda volta che la commissione agisce per punire per oltraggio un testimone che ha sfidato un mandato di comparizione, come già accaduto per l’ex stratega di Donald Trump, Steve Bannon. “La storia sarà scritta su questi tempi, sul lavoro che questo comitato ha intrapreso”, ha detto il deputato Bennie Thompson, presidente della commissione, “e la storia non considererà nessuno di voi come un martire, come una vittima”. Il voto della Camera invia la questione alministero della Giustizia, dove ora spetterà ai pubblici ministeri decidere se presentare il caso a un gran giurì per eventuali accuse penali. Se condannati, Bannon e Meadows rischiano ciascuno fino a un anno di carcere per ogni accusa. 

A un anno di distanza si contano settecento persone incriminate. Di queste, seicento sono state accusate di violazione di zona riservata, reato per il quale sono previste una pena massima di un anno di carcere e una multa di 100 mila dollari. Per altri – chi era armato, chi aveva messo in conto di arrestare i rappresentanti del Congresso, chi pensava a un golpe – le accuse sono più gravi, e comportano pene tra dieci e vent’anni anni di carcere.

Aa essere chiamati in causa sono anche le persone più vicine all’ex presidente. Come Ivanka Trump. La figlia di The Donald chiese al padre di intervenire per fermare l’assalto dei suoi sostenitori al Congresso. Lo dice la rappresentante repubblicana Liz Cheney, vicepresidente della commissione d’inchiesta sul ‘6 Gennaio’, che parla di “testimonianza di prima mano” a conferma del retroscena. 

“Noi sappiamo che la figlia – ha detto Cheney ad Abc News – intervenne almeno due volte per dirgli, ‘per favore, blocca questa violenza’. Abbiamo una testimonianza di prima mano”. Sarebbe stato solo uno dei molti appelli a intervenire rivolti a Trump durante le drammatiche ore dell’assedio a Capitol Hill.

Quel golpe non riuscito avrebbe dovuto sancire la fine politica di Trump. Niente di più lontano dalla realtà. Il tycoon è risorto dalle ceneri e può contare su un dominio incontrastato sui potenziali avversari repubblicani per il 2024. Almeno questa è la fotografia scattata da un sondaggio di Reuters e Ipsos, secondo cui il 54% degli elettori repubblicani sosterrà Trump alle prossime presidenziali, con un vantaggio di ben 43 punti sul secondo favorito, il governatore della Florida Ron DeSantis, fermo all’11%. Seguono l’ex vice presidente Mike Pence, all’8%, e l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, al 4%. 

C’è un’America che crede ancora in Trump. E che, a oltre un anno di distanza, considera veri patrioti i “golpisti” di Capitol Hill. E’ l’America che annovera tra le sue fila, come teste d’ariete, sciamani, suprematisti bianchi, fondamentalisti evangelici, sovranisti incalliti…Un’America che sogna la rivincita. E la sta preparando con il suo commander in chief  “derubato della Casa Bianca”. La ferita alla democrazia Usa non si è rimarginata

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