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Libia, mentre Di Maio gioca alle elezioni, i migranti vengono brutalizzati

La Libia sta entrando in una nuova fase pericolosa, in cui, di fronte allo sfumare della transizione democratica, il rischio di un nuovo conflitto tra le fazioni armate si sta facendo sempre più grande

Libia, mentre Di Maio gioca alle elezioni, i migranti vengono brutalizzati

Umberto De Giovannangeli

13 Gennaio 2022 - 17.11


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Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio farebbe bene a leggere quel rapporto prima di continuare a parlare di elezioni in Libia. Se non crede a Globalist almeno dia retta agli analisti del prestigioso Carnegie Middle East Center.

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Rapporto rivelatore

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La Libia sta entrando in una nuova fase pericolosa, in cui, di fronte allo sfumare della transizione democratica, il rischio di un nuovo conflitto tra le fazioni armate si sta facendo sempre più grande.
È quanto afferma un rapporto del Carnegie Middle East Center.firmato da Frederic Wehrey e Emadeddin Badi, i quali spiegano che, con il rinvio delle elezioni fissate per il 24 dicembre 2021, le milizie libiche stanno già effettuando dimostrazioni di forza. La mobilitazione che ha interessato Tripoli alla fine di dicembre è stata condotta, ad avviso dei due autori, per far leva sul Governo di Unità Nazionale (GNU) e sulle altre istituzioni sovrane del paese, ora che il voto è stato posticipato senza una data precisa.Il rinvio delle elezioni, inoltre, ha portato ad una serrata competizione tra figure politiche di spicco a capo dei gruppi armati, le quali stanno cercando di stringere alleanze personali per dividersi il potere. Ciò, sottolineano Wehrey e Badi, potrebbe prendere forma attraverso la contrattazione, ma anche, in maniera più preoccupante, attraverso dimostrazioni di forza. Tra queste figure, le più polarizzanti sono il generale Khalifa Haftar e il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, entrambi candidati presidenziali. Saif al-Islam, nello specifico, gode dell’appoggio dei simpatizzanti dell’ex regime, noti come “I verdi”. Come Haftar, il secondogenito di Gheddafi sta sfruttando la nostalgia di molti cittadini di un’autorità stabile.Un’altra figura polarizzante è il premier del GNI, Abdulhamid Dbeibah che, da quando ha assunto la carica di premier, nel febbraio 2021, ha visto crescere la propria influenza. Secondo Wehrey e Badi, è probabile che Dbeibah cerchi di rimanere al potere, scatenando dissenso e, probabilmente, violenze tra i suoi oppositori, mentre è al lavoro per trincerarsi militarmente nella capitale. Occorre ricordare che Dbeibah si è candidato alle presidenziali dopo aver promesso che non l’avrebbe fatto, e ha ottenuto il sostegno popolare attraverso una classica tattica populista di erogazione di contanti.Infine, il ministro dell’Interno dell’ex governo di Tripoli, Fathi Bashaga è un’altra figura polarizzante. Originario di Misurata, è stato lodato dagli interlocutori occidentali come “il più pragmatico” dei candidati alla presidenza. Nelle ultime settimane, ha stretto un’intesa con il Haftar.

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Le prospettive di stabilità e unità sono ulteriormente complicate dalla presenza di migliaia di combattenti e mercenari stranieri, sponsorizzati soprattutto dalla Turchia e dalla Russia che, nel corso del conflitto si sono affermati come intermediari sul campo, insieme agli Emirati Arabi Uniti e all’Egitto. Questa influenza straniera, unita a una crescente distensione tra gli ex rivali in Medio Oriente, potrebbero fungere da freno allo scoppio del conflitto nel 2022. Tuttavia, spiegano Wehrey e Badi, senza una chiara tabella di marcia che ridefinisca il modo in cui la Libia riguadagnerà la legittimità popolare, questo momentaneo riavvicinamento regionale non garantirà una stabilità a lungo termine.Nel frattempo, all’indomani del rinvio delle elezioni, i gruppi armati e i loro sostenitori politici sembrano elaborare le proprie strategie, sfruttando l’attuale limbo per impegnarsi in molteplici binari di dialogo, sia in Libia sia nelle capitali straniere. Mentre colloquiare è certamente meglio che combattere, gli autori del report avvisano che questi incontri personalizzati non dovrebbero in alcun modo essere interpretati come la creazione delle basi per un accordo istituzionale duraturo. Si tratta soltanto di tentativi per “dividere il bottino” degli incarichi nel settore della sicurezza e altri organi statali.

Quel rapporto di AI

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Se non dovesse bastare, il titolare della Farnesina potrebbe prendere visione del rapporto di Amnesty International. 

Il 22 dicembre 2021 Amnesty International  ha denunciato una miriade di violazioni dei diritti umani verificatesi in Libia nel periodo precedente le elezioni presidenziali, inizialmente previste per il  24 dicembre, e poi rinviate di un mese: un periodo segnato da contrasti sulla legge elettorale e sull’eleggibilità dei vari candidati. Nella dettagliata analisi resa pubblica oggi, l’organizzazione per i diritti umani ha rilevato come i gruppi armati e le milizie abbiano ripetutamente messo a tacere il dissenso, limitato lo spazio per la società civile e attaccato funzionari elettorali.

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Il ruolo non svolto dalle forze armate libiche. 

“Creare un clima elettorale libero dalla violenza e dalle intimidazioni – ha detto Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord – è pressoché impossibile se gruppi armati e milizie non solo beneficiano dell’impunità, ma vengono anche integrati nelle istituzioni statali, compresi i responsabili di crimini di diritto internazionale. Per avere elezioni libere, il Governo di unità nazionale e le Forze armate arabe libiche dovranno impartire alle milizie e ai gruppi armati loro sottoposti l’ordine di cessare immediatamente le intimidazioni e gli attacchi contro i funzionari elettorali, i giudici e il personale di sicurezza e di rilasciare subito le persone arrestate solo per aver espresso il loro punto di vista sulle elezioni”, ha aggiunto Eltahawy. 

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Orrore senza fine

La realtà è quella che segue. Un team di Medici Senza Frontiere (Msf) 

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ha curato 68 persone ferite durante l’arresto di massa avvenuto due giorni fa, in cui centinaia di migranti che chiedevano protezione sono state trasferite nel centro di Ain Zara. Per sette feriti è stato necessario provvedere a un trasferimento in ospedale, mentre a 190 persone è stato offerto supporto psicologico.

“Più di 600 persone, che protestavano pacificamente per ottenere protezione e per chiedere di essere evacuate dalla Libia, sono state arrestate e trasferite nel centro di detenzione di Ain Zara al sud di Tripoli. In questa struttura sono già trattenute centinaia di migranti e rifugiati in celle sovraffollate” dichiara Gabriele Ganci, capomissione di MSF in Libia. “Durante la visita settimanale nel centro, dove offriamo cure mediche e supporto psicologico, il team di Msf ha curato persone con ferite da taglio, segni di percosse e persone traumatizzate dagli arresti forzati. Tra loro anche genitori che sono stati picchiati e separati dai loro figli durante l’evento”.

“Quanto accaduto dimostra, ancora una volta, come in Libia tutti i migranti siano soggetti a detenzioni casuali e arbitrarie, perfino chi chiede protezione e trattamenti in linea con il diritto umanitario”afferma Ellen van der Velden, direttore delle operazioni di Msf. “Ancora una volta, chiediamo alle autorità libiche di fermare gli arresti di massa e trovare alternative dignitose alla detenzione. Chiediamo anche all’UE di fermare ogni supporto al sistema senza fine di detenzione, abusi e violenze in Libia”.

Negli ultimi due mesi, le équipe di Msf a Tripoli hanno operato attraverso cliniche mobili su base settimanale nel centro di detenzione di Ain Zara, fornendo assistenza sanitaria di base e supporto psicologico.  MSF lavora nei centri di detenzione libici dal 2016, fornendo assistenza sanitaria e supporto psicologico. Le équipe di Msf, inoltre, si occupano di individuare casi vulnerabili e di trasferire i pazienti che necessitano di cure specialistiche in ospedale. Infine, MSF assiste le persone agli sbarchi dopo le intercettazioni in mare e cura i malati di tubercolosi nella città di Tripoli.

Scrive in proposito Nello Scavo su Avvenire: “Accoltellati, bastonati, trascinati per i capelli, ustionati, bambini strappati ai genitori. La violenza del rastrellamento di migranti a Tripoli è confermata dal team di “Medici senza frontiere” che è riuscito a entrare nel campo di prigionia di Ain Zara, dove sono state condotte la gran parte delle persone catturate nella notte tra domenica e lunedì. Nelle stesse ore le autorità italiane hanno disposto il “fermo” per la nave umanitaria di Sos Mediterranee e Croce rossa internazionale.

«Più di 600 persone, che protestavano pacificamente per ottenere protezione e per chiedere di essere evacuate dalla Libia, sono state arrestate e trasferite nel centro di detenzione di Ain Zara al sud di Tripoli. In questa struttura sono già trattenute centinaia di migranti e rifugiati in celle sovraffollate», ha raccontato Gabriele Ganci, capomissione di Msf in Libia. «Durante la visita settimanale nel centro, dove offriamo cure mediche e supporto psicologico, il team di Msf ha curato persone con ferite da taglio, segni di percosse e persone traumatizzate dagli arresti forzati». Tra loro anche genitori «che sono stati picchiati e separati dai loro figli durante l’evento».

In totale i medici hanno curato 68 persone ferite durante l’arresto di massa. Per 7 di loro è stato necessario provvedere a un trasferimento in ospedale, mentre a 190 persone è stato offerto supporto psicologico.

Le immagini della retata confermano la ricostruzione. Si vedono decine di uomini in divisa nera raggiungere l’accampamento spontaneo di migranti e trascinarli poi a forza. «Quanto accaduto dimostra, ancora una volta, come in Libia tutti i migranti siano soggetti a detenzioni casuali e arbitrarie, perfino chi chiede protezione e trattamenti in linea con il diritto umanitario», afferma Ellen van der Velden, direttore delle operazioni di Medici senza frontiere.«Ancora una volta, chiediamo alle autorità libiche di fermare gli arresti di massa e trovare alternative dignitose alla detenzione. Chiediamo anche all’Ue – è l’appello dell’organizzazione – di fermare ogni supporto al sistema senza fine di detenzione, abusi e violenze in Libia». Negli ultimi due mesi, alle équipe di Msf è stato concesso di raggiungere una volta alla settimana il centro di detenzione a bordo di cliniche mobili”.

Caccia alle Ong

Scrive ancora Scavo: “Intanto in Italia dopo più di 11 ore di ispezione è scattato un nuovo fermo amministrativo per la Ocean Viking, la nave di Sos Méditerranée impegnata nella ricerca e soccorso dei migranti nel Mediterraneo. A bordo è presente un team medico della Federazione internazionale della Croce Rossa. La nave, rende noto la stessa Ong, è stata bloccata nel porto di Trapani, per una serie di carenze che sarebbero state rilevate nella parte di poppa, dove ci sono i container per offrire riparo ai naufraghi che dovevano essere registrati in modo diverso. «La certificazione di queste strutture come “carico” è messa in discussione, ben due anni e mezzo dopo che tali strutture sono state installate in un cantiere professionale e certificate da tutti gli organismi di regolamentazione pertinenti – dice la Ong – 5.108 persone sono state salvate dal pericolo in mare dall’inizio delle operazioni di questa nave, e altrettante hanno trovato riparo e sicurezza all’interno di queste strutture».

‘Ancora una detenzione, di nuovo della Ocean Viking. Mi risulta che l’ispezione sia stata, come al solito, lunga e puntigliosa. Sarebbe tornata su elementi già valutati nelle visite precedenti, e ritenuti allora irrilevanti’, lo dice l’ammiraglio Vittorio Alessandro, coordinatore del Comitato per il diritto al soccorso.

‘Preciso che il computo del tonnellaggio della nave, qualora, come in questo caso, non sconfini in problemi di stabilità, non ha valenza di sicurezza, ma soltanto commerciale (la stazza, i volumi disponibili per il carico)’, precisa ancora l’ammiraglio che fra l’altro era stato a capo della comunicazione della Guardia costiera.

Quel genere di equipaggiamento contestato dagli ispettori viene installato ‘non solo su Ocean Viking’ ma su molte navi ‘i container vengono fissati sul ponte per esigenze tecniche. Su Ocean Viking le esigenze sono quelle di dare protezione alle persone soccorse: evidentemente proprio questo agli ispettori è apparso inaccettabile e, ancora secondo interpretazioni innovative delle convenzioni internazionali, sarà forse motivo di nuove detenzioni delle navi Ong’”.

Di quest’ultima ignominia dovrebbe rispondere la ministra dell’Interno,  Luciana Lamorgese.

Dieci anni  di impunità

In Libia, l’impunità regna sovrana da 10 anni. Nel 2012 una legge ha concesso piena immunità ai membri delle milizie per le azioni commesse al fine di “proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio”. Il sistema giudiziario libico non funziona ed è inefficace: giudici e procuratori rischiano di essere sequestrati e assassinati semplicemente per il fatto di svolgere il loro lavoro. L’accertamento delle responsabilità resta una chimera, anche per i crimini commessi durante il regime di Gheddafi. Come il massacro del 1996 nella prigione di Abu Salim. I tentativi di portare di fronte ad un Tribunale i funzionari agli ordini di Gheddafi sono stati caratterizzati da gravi violazioni dell’equità dei processi, da torture e sparizioni forzate

La Libia entrata nell’undicesimo anno post-Gheddafi, è  un Paese senza pubblici poteri riconosciuti e credibili. Intanto la società civile libica, secondo diversi segnali colti da operatori umanitari, tende a percepire e valutare la situazione che si è creata in modi molto diversi: c’è chi crede di assistere ad una cospirazione internazionale – come del resto la cronaca degli avvenimenti ci conferma – che ha lo scopo di ridisegnare i perimetri di influenza nella regione. C’è poi chi invece ritiene che la “rivoluzione” di 10 anni fa, di fatto, ha raggiunto i suoi scopi. Altri ancora tendono a giudicare solo in base a quello che oggettivamente oggi si vede: un Paese allo sbando, insicuro, senza istituzioni e pubblici poteri riconosciuti solidi e credibili.

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