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In Israele la Corte Suprema fa "sconti" ai coloni in armi

La Corte Suprema di Israele ha ridotto la pena di un colono della Cisgiordania condannato per aver lanciato granate stordenti contro le case dei palestinesi

In Israele la Corte Suprema fa "sconti" ai coloni in armi
Israele

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

12 Gennaio 2022 - 17.43


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La Corte Suprema fa “sconti” ai miliziani di Eretz Israel. 

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Una vicenda emblematica

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A scriverne è Hagar Shezaf, brillante reporter di Haaretz: “ La Corte Suprema di Israele ha ridotto la pena di un colono della Cisgiordania condannato per aver lanciato granate stordenti contro le case dei palestinesi. Il colono, la cui identità non può essere resa pubblica perché era minorenne al momento del crimine, era stato condannato da un giudice del tribunale distrettuale a 20 mesi di prigione, ma la Corte Suprema lo ha ridotto lunedì a 12 mesi, sulla base di un patteggiamento che la difesa e l’accusa avevano raggiunto. Nella loro sentenza, i giudici della Corte Suprema George Karra, David Mintz e Noam Solberg hanno chiesto alla Knesset di prevedere pene più severe per un tale reato, ma hanno concesso l’appello del colono dopo che la Corte distrettuale centrale di Lod aveva rifiutato di ratificare il patteggiamento. Il giudice della corte distrettuale Hagai Tarsi ha stabilito che la sentenza di 12 mesi nel patteggiamento era troppo clemente e ha imposto invece il termine di 20 mesi di prigione. Tarsi ha detto che l’accusa non era riuscita a giustificare una sentenza che avrebbe fornito ‘un beneficio così estremo’ all’imputato. Il giudice Tarsi ha detto che in realtà meritava una condanna a 2 anni e mezzo, ma ha spiegato che l’ammissione dell’imputato agli atti di cui era accusato giustificava la riduzione a 20 mesi – oltre al pagamento di 60.000 shekel (19.200 dollari) di restituzione.

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Il ricorso alla Corte Suprema è stato presentato per conto dell’imputato dall’organizzazione di assistenza legale di destra Honenu.  Il caso è scaturito da un incidente avvenuto nel gennaio 2021 nel villaggio settentrionale della Cisgiordania di Sarta, a ovest dell’insediamento di Ariel. Insieme ad altri sette assalitori, lanciarono granate a concussione e pietre contro quattro case del villaggio e danneggiarono due auto. Un uomo palestinese di 61 anni è stato leggermente ferito alla fronte da frammenti quando una delle granate è stata lanciata. Anche due donne palestinesi, una delle quali incinta, sono state leggermente ferite. Una parte dell’incidente è stata filmata dalle telecamere di sicurezza. 

Come parte del suo accordo di patteggiamento, il colono ha ammesso atti che costituiscono cospirazione a sfondo razziale, lesioni aggravate a sfondo razziale, possesso di un coltello e danneggiamento intenzionale di veicoli a motore. A causa della riduzione della sua pena da parte della Corte Suprema, dovrebbe essere rilasciato a breve dalla prigione. Gli altri sette sospetti del caso non sono mai stati accusati. 

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In generale, i tribunali israeliani tendono a intervenire nei patteggiamenti elaborati dai procuratori e dagli avvocati degli imputati solo in circostanze estreme. L’approccio è che generalmente i tribunali non dovrebbero giudicare il giudizio del procuratore, e quando i giudici del tribunale rifiutano di approvare i patteggiamenti, la Corte Suprema, come nel caso attuale, ha a volte annullato il giudice del tribunale. In questo caso, il pannello della Corte Suprema ha guardato alle sentenze in casi simili in passato e ha accettato le giustificazioni dell’accusa del patteggiamento – il fatto che l’imputato era un minorenne al momento del crimine e che aveva intenzione di danneggiare la proprietà ma non di nuocere alle persone. Il giudice della corte distrettuale Tarsi aveva definito “errato e oltraggioso” il ricorso all’intenzione dell’imputato di danneggiare solo la proprietà. 

Il panel della Corte Suprema ha anche notato che il patteggiamento aveva il sostegno non solo dell’imputato e dell’accusa, ma anche delle stesse vittime palestinesi. La Corte Suprema ha lasciato in vigore l’ordine di 60.000 shekel di restituzione, che sarà diviso tra le vittime palestinesi. 

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Adi Keidar, l’avvocato di Honenu che rappresentava l’imputato, ha accolto con favore la decisione della Corte Suprema di ripristinare il patteggiamento, ma ha espresso rammarico per il fatto che sia stato necessario ricorrere alla Corte Suprema.

Ma Keidar si è anche opposto alla richiesta della Corte Suprema che la Knesset aumenti le pene per atti come quelli commessi dal suo cliente. ‘Le questioni devono essere esaminate sulla base di tutte le informazioni e dei criteri prevalenti nel diritto penale’, ha detto. 

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Michal Ziv, l’avvocato che ha rappresentato le vittime palestinesi per conto del gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din, ha detto che lo staff dell’organizzazione non era stato irremovibile sulla pena di 20 mesi imposta dal tribunale distrettuale perché l’imputato era un minorenne al momento del suo crimine”.

Fin qui la storia “emblematica”.

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La giustizia nello “Stato dei coloni”

Emblematica della giustizia nello “Stato dei coloni”. 

 “Un rapporto pubblicato da Human Rights – scrive Michela Perathoner inviata di Unimondo in Palestina–  dimostra con chiarezza la discriminazione perpetrata da Israele nei confronti della popolazione palestinese. ‘I bambini palestinesi che vivono in aree sotto controllo israeliano studiano a lume di candela, mentre vedono la luce elettrica attraverso le finestre dei colonii, dichiara a tale proposito Carroll Bogert, vice-direttore esecutivo per le relazioni esterne di Human Rights Watch. 

Il rapporto Separati ed ineguali, ultimo di una serie di documenti pubblicati dall’organizzazione per la tutela dei diritti umani sulla questione palestinese, identifica pratiche discriminatorie nei confronti dei residenti palestinesi rispetto alle politiche che vengono invece promosse per i coloni ebrei. Un sistema di leggi, regole e servizi distinto per i due gruppi che abitano la Cisgiordania: in poche parole, secondo Human Rights Watch le colonie fiorirebbero, mentre i palestinesi, sotto controllo israeliano, vivrebbero non solo separati e in maniera ineguale rispetto ai loro vicini, ma a volte anche vittime di sfratti dalle proprie terre e case. 

 ‘E’assurdo affermare che privare ragazzini palestinesi dell’accesso all’istruzione, all’acqua o all’elettricità abbia qualcosa a che fare con la sicurezza’, spiega ancora Bogert. Perché il problema, come sempre, è  la sicurezza, e le motivazioni indicate dal Governo israeliano qualora si parli di discriminazioni o trattamenti differenziati tra coloni e palestinesi residenti in Cisgiordania, vi vengono direttamente o indirettamente collegate. 

Il rapporto, insomma, identifica pratiche discriminatorie che non avrebbero ragione di esistere neanche in base a questo genere di motivazioni. Come denunciato da Human Rights Watch, infatti, i palestinesi verrebbero trattati tutti come dei potenziali pericoli per la sicurezza pubblica, senza distinguere tra singoli individui che potrebbero rappresentare una minaccia effettiva e le altre persone appartenenti allo stesso gruppo etnico o nazionale. Atteggiamenti e politiche discriminatorie, insomma. ‘I palestinesi vengono sistematicamente discriminati semplicemente sulla base della loro razza, etnia o origine nazionale, vengono privati di elettricità, acqua, scuole e accesso alle strade, mentre i coloni ebrei che vi abitano affianco godono di tutti questi benefici garantiti dallo Stato’, ha dichiarato Bogert. Il risultato ottenuto dalle politiche discriminatorie di Israele, che secondo Hrw renderebbero le comunitá praticamente inabitabili, sarebbe, insomma, quello di forzare i residenti ad abbandonare i loro paesi e villaggi.

Secondo l’analisi realizzata da Human Rights Watch sia nell’area C che a Gerusalemme Est, la gestione israeliana prevederebbe in entrambe le zone generosi benefici fiscali e di supporto a livello di infrastrutture nei confronti degli coloni ebrei, mentre le condizioni per i locali palestinesi sarebbero tutt’altro che vantaggiose. Carenza di servizi primari, penalizzazione della crescita demografica, esproprio di terre, difficoltà amministrative per l’ottenimento di ogni genere di permessi: vere e proprie violazioni dei diritti umani, in quanto si tratterebbe di discriminazioni effettuate solo ed esclusivamente sulla base di un’appartenenza razziale ed etnica. Tutte misure che, secondo quanto denunciato da Human Rights Watch, avrebbe limitato, negli ultimi anni, l’espansione delle comunità palestinesi e peggiorato le condizioni di vita dei residenti”. 

Così l’inviata di Unimondo.

La denuncia di Save the Children

IL REPORT “IL PERICOLO È LA NOSTRA REALTÀ”

Nel report Il pericolo è la nostra realtà, Save the Childrem ha raccolto le testimonianze di oltre 400 bambini delle comunità più colpite dal conflitto in Cisgiordania e gli attacchi più comuni segnalati dagli studenti consistono nell’uso di gas lacrimogeni e nelle incursioni militari. 

In particolare, 3 studenti su 4 hanno riferito che le loro scuole sono state attaccate, una percentuale che sale al 93% per i bambini e i ragazzi di Nablus. Tre bambini su 4, inoltre, hanno paura di incontrare militari o colonmentre vanno a scuola e temono di essere insultati o minacciati con gas lacrimogeni o aggressioni fisiche. Uno studente su 4, ancora, non si sente al sicuro quando è a scuola e molti soffrono di ansia e stress che si manifestano attraverso sintomi fisici come tremori incontrollabili e svenimenti oppure perdita di autostima e paura. Quasi un terzo dei bambini ha poi raccontato di avere difficoltà a concentrarsi in classea causa delle situazioni che si trovano ad affrontare quotidianamente e, tra questi, 8 su 10 hanno detto che sullo svolgimento delle loro attività in classe incide fortemente la paura.

Alcuni studenti hanno iniziato a piangere e altri stavano soffocando quando i soldati hanno sparato i gas lacrimogeni. Non riuscivamo a respirare, anche a causa della paura e dell’ansia che provavamo. C’era un odore di gas e ci bruciavano gli occhi. A scuola non eravamo equipaggiati per affrontare una simile esperienza. È stato doloroso e ho avuto molta paura, è la testimonianza di Rima*, 13 anni, che ha ricordato l’attacco contro la sua scuola a Betlemme.

“I soldati hanno attaccato la mia scuola tre o quattro volte l’anno scorso. Hanno gettato lacrimogeni e sparato munizioni vere. Alcuni insegnanti e studenti non riuscivano a respirare, è arrivata l’ambulanza e siamo andati tutti a casa”, ha raccontato Farea*, 12 anni, di Hebron.

Questa è la “normalità” nei Territori occupati. Una “normalità” che fa orrore 

(*nomi di fantasia per tutelare l’identità dei bambini intervistati).

Verità scomode

Si può essere d’accordo o no con Massimo D’Alema, ma è innegabile la sua competenza in politica estera. In particolare per quanto concerne il Medio Oriente. Sul conflitto israelo-palestinese, l’ex presidente del Consiglio dice verità scomode. Scomode perché smontano narrazioni demonizzanti, verso una parte, della stampa mainstreaam, e giustificatorie verso l’altra.  Scomode perché mettono a nudo le responsabilità della comunità internazionale nell’aver permesso la perpetuazione di un’occupazione. Scomode perché smascherano soluzioni impossibili, anche se ripetute all’infino. Come quella due “due Stati”.

“Io temo che prima o poi dovremo fare un esercizio di utile realismo dal momento che la comunità internazionale non è in grado di intraprendere e di sostenere la via dei Due Stati e del rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Tanto vale prendere atto di questa impotenza, sgombrare il campo della retorica e cominciare a guardare ai problemi veri”. Così D’Alema nel suo intervento  al convegno “I grandi mutamenti internazionali e il conflitto tra Israele e Palestina”, promosso da Campo Democratico-Socialismo e Cristianesimo. 

Sono trascorsi diversi mesi d’allora. Alla guida d’Israele non c’è più Benjamin Netanyahu, ma quella verità non è scalfita.

“Come mai – ha domandato D’Alema, cercando la radice dell’inerzia europea sul fronte Mediterraneo e Mediorientale – la peggiore destra europea, quella che ha radici antisemite, è diventata il baluardo di Israele? Quando il ministro degli Esteri Di Maio dice ‘non siamo nemmeno riusciti a fare un comunicato’  sul conflitto israelo-palestinese “che è già una sentenza sull’autorevolezza dell’Europa, domandiamoci pure chi è che ha messo il veto? Viktor Orban, rappresentante della destra più regressiva d’Europa, é diventato il principale sostenitore del governo di Israele. Siamo davanti a un paradosso. L’antisemitismo di ieri, oggi è diventato islamofobia. Israele con la sua grande potenza militare è visto come il baluardo dell’Occidente contro l’Islam”. “Lasciamo stare lo Stato palestinese, che non ci sarà mai. Diciamo piuttosto che i palestinesi sono cittadini di serie C, sotto occupazione militare, privi di diritti e di tutele che, però, lavorano per Israele e sono un pezzo del miracolo economico israeliano. Io penso – ha proseguito D’Alema – che il vero ‘game changer’ potrebbe essere il primo Paese europeo che decide di non dare più i soldi per pagare lo stipendio a migliaia di funzionari pubblici di una pseudo Autorità palestinese, priva di qualunque autorità, di cui, invece, secondo il diritto internazionale si dovrebbe occupare Israele come Paese occupante”.

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