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Ex ambasciatori e intellettuali di Israele in campo per Laura Boldrini: difendere Ong palestinesi non è un reato.

Sono ex ambasciatori che nella loro carriera hanno ricoperto importanti incarichi diplomatici.  Esponenti di quella classe intellettuale che non si piega al pensiero unico che domina  da tempo la politica d’Israele.

Ex ambasciatori e intellettuali di Israele in campo per Laura Boldrini: difendere Ong palestinesi non è un reato.

Umberto De Giovannangeli

29 Dicembre 2021 - 12.34


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Sono ex ambasciatori che nella loro carriera hanno ricoperto importanti incarichi diplomatici.  Esponenti di quella classe intellettuale che non si piega al pensiero unico che domina  da tempo la politica d’Israele.

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Ambasciatori in difesa

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“Mi chiamo Ilan Baruch e sono un ex ambasciatore israeliano in Sudafrica e presidente del Policy Working Group, un collettivo di accademici israeliani di alto livello, ex ambasciatori e difensori dei diritti umani che sostengono e promuovono la trasformazione delle relazioni tra Israele e Palestina dall’occupazione alla convivenza basata su una soluzione a due stati. Vi scrivo per condividere con voi una lettera aperta che ho firmato insieme ad altri 13 personaggi pubblici israeliani a sostegno della deputata Laura Boldrini”. Inizia così una nota che accompagna una lettera in inglese firmata da 14 accademici e difensori dei diritti umani. “Come israeliani dediti alla pace e ai diritti umani- si legge nella missiva- esprimiamo il nostro sostegno alla deputata del Partito democratico Laura Boldrini, che attualmente sta affrontando un grave attacco da parte della destra in Italia e dall’ambasciata israeliana a Roma, a seguito dell’audizione del 20 dicembre della sottocommissione per i diritti umani al parlamento italiano, da lei stessa presieduta”. Nell’audizione, prosegue il testo, “la sottocommissione ha ospitato i direttori delle Ong palestinesi al-Haq e Admeer sul tema dell’inserimento, a ottobre scorso, di sei Ong palestinesi per i diritti umani nella lista delle organizzazioni terroristiche da parte di Israele. Da allora, la deputata Boldrini è stata accusata di sostenere il terrorismo”. Tuttavia secondo i firmatari “Israele finora non ha presentato nessuna prova concreta e credibile a sostegno di tali accuse. Così come la campagna diffamatoria contro Boldrini, anche la criminalizzazione israeliana delle sei Ong è motivata politicamente. Ha lo scopo di distruggere e togliere finanziamenti alle ong dedite alla resistenza non violenta all’occupazione israeliana, e alla difesa dei diritti dei palestinesi che- si legge ancora- sono sistematicamente violati da Israele nei Territori palestinesi occupati

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La lettera prosegue: “Per anni, il governo israeliano ha condotto campagne aggressive per ridurre lo spazio civico per quelle ong che criticano la sua violenta occupazione della Palestina e che denunciano le sue violazioni sistematiche del diritto internazionale. Il governo israeliano ha esteso questa campagna in Europa e sta cercando di ridurre lo spazio parlamentare per i diritti umani”. Da qui la decisione dei membri del Policy Working Group di lanciare un appello ai paesi erupei: “Esortiamo i parlamentari europei a seguire l’esempio della deputata Boldrini, invitando i difensori dei diritti umani palestinesi a intervenire al Parlamento europeo per parlare della situazione in Palestina”. I firmatari, oltre all’ex ambasciatore Ilan Baruch, sono: Elie Barnavi, ex ambasciatore israeliano in Francia; Michael Ben-Yair, ex procuratore generale di Israele ed ex giudice della corte suprema; Yoram Bilu, vincitore del Premio Israele (2013); Roman Bronfman, ex membro della Knesset; Avraham Burg, ex presidente della Knesset ed ex capo dell’Agenzia Ebraica; Naomi Chazan, ex membro e vicepresidente della Knesset ed ex presidente di New Israel Fund; Itzhak Galnoor, ex capo della Commissione per il servizio civile israeliano; Zehava Galon, ex membro della Knesset ed ex presidente del partito Meretz; Miki Kratsman, vincitore del Premio Emet 2011; Alex Levac, vincitore del Premio Israele 2005; Alon Liel, ex direttore generale del ministero degli Affari Esteri israeliano ed ex ambasciatore israeliano in Sudafrica e in Turchia; Kobi Metzer, ex presidente della Open University of Israel; David Shulman, vincitore del Premio Israele 2016 e vincitore del Premio Emet 2010.

Lo scorso 21 ottobre l’ambasciata israeliana in Italia si era detta, in una nota, “scioccata” dal fatto che un terrorista condannato e due organizzazioni terroristiche come “Al-Haq” e “Addameer”, entrambe parte dell’organizzazione terroristica “Fronte popolare per la liberazione della Palestina” (“Fplp”), fossero state formalmente invitate a parlare in Parlamento.

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“Questo invito – scriveva a rappresentanza israeliana in Italia – è un riconoscimento per il terrorismo e contrasta completamente con l’aspettativa dell’intera comunità internazionale di dissuadere e impedire alle organizzazioni terroristiche di operare dall’interno di strutture civili e di impedire che qualunque forma di finanziamento finisca nelle mani delle organizzazioni terroristiche”.

Quell’accusa infamante

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I premi Nobel per la pace Jimmy Carter, Desmond Tutu, Mairead Maguire. Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, Human Rights Watch. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo. Personalità e organizzazioni che hanno denunciato i crimini commessi a Gaza, e per questo sono stati considerati “antisemiti”.

La memoria torna a quell’estate di sangue del 2014. Ci sono anche sette premi Nobel per la Pace tra i 64 firmatari di una lettera aperta nella quale si chiede che venga applicato, nei confronti di Israele, un embargo internazionale per quanto riguarda la vendita delle armi. La lettera-appella è del 21 luglio 2014. La missiva, sul Guardian, chiede che il provvedimento venga preso per i “crimini di guerra e i possibili crimini contro l’umanità a Gaza”. “Israele – si legge nella lettera – ha ancora una volta scatenato tutta la forza del suo esercito contro la popolazione palestinese, in particolare quella della Striscia di Gaza, in un atto disumano e in una illegale aggressione militare. La capacità di Israele di lanciare questi attacchi impunemente deriva in gran parte dalla vasta cooperazione militare internazionale che intrattiene con la complicità dei governi di tutto il mondo. Chiediamo alle Nazioni Unite di attuare immediate misure di embargo militare nei confronti di Israele simili a quelle inflitte al Sudafrica durante l’apartheid”.Tra i firmatari dell’appello ci sono anche sette premi Nobel per la Pace: si tratta in particolare di Desmond Tutu, Betty Williams, Federico Mayor Zaragoza, Jody Williams, Adolfo Peres Esquivel, Mairead Maguire e Rigoberto Menchu. Ma non solo: il documento è stato sottoscritto anche da importanti accademici come Noam Chomsky e Rashid Khalidi, dai registi Mike Leigh e Ken Loach, dai musicisti Roger Waters e Brian Eno, dagli scrittori Alice Walker e Caryl Churchill e dai giornalisti John Pilger e Chris Hedges. Tra i firmatari, inoltre, ci sono anche due accademici israeliani: Ilan Pappe e Nurit Peled.

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Elenco lunghissimo

Amira Hass, Gideon Levi, Zvi Bar’el, Anshell Pfeffer. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo. E comprendere gli attivisti di B’tselem o di Peace Now. E i militari che a un certo punto hanno detto basta ad essere strumenti di occupazione. Hass, Levi, Bar’el, Pfefffer: sono alcune delle firme più prestigiose del giornalismo israeliano e di uno dei più autorevoli quotidiani d’Israele: Haaretz. Nei loro articoli hanno raccontato dei guasti dell’occupazione, della colonizzazione, dell’oppressione esercitata sul popolo palestinese. Sono per questo degli antisemiti? E lo sono scrittori o storici che non hanno mai smesso di battersi per riconoscere i diritti dell’altro da sé, senza per questo venir mai meno al loro orgoglio di essere ebrei e israeliani: penso ad Abraham Yeoshua, ai compianti Amos Oz e Zeev Sternhell, a David Grossman, che nell’ultima guerra in Libano ha pianto la morte di suo figlio Yoni. Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscerli, d’intervistarli, con qualcuno di loro di diventare amico. Sono anche loro antisemiti perché hanno preso posizione contro i guasti prodotti dalla colonizzazione dei Territori palestinesi occupati? E lo sono premi Nobel per la pace, come l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter o l’eroe della lotta all’apartheid Desmond Tutu, (scomparso il giorno di Santo Stefano) che hanno raccontato del regime di apartheid che vige in Cisgiordania e degli effetti devastanti che oltre un decennio di assedio a Gaza ha provocato sulla vita di quasi 2 milioni di palestinesi, il 56% dei quali minorenni? Chi scrive ha sempre pensato, comportandosi di conseguenza, che mai, mai, Israele andava criticato per quello che è (il focolaio nazionale ebraico che si fa Stato) , ma per quello che fa. Per le politiche portate avanti dai suoi governi, quando esse provocano sofferenza e umiliazione che non possono essere giustificate invocando il diritto di difesa. Tutto ciò non ha nulla a che fare con l’antisemitismo, un marchio d’infamia che non ci appartiene. Ai leoni da tastiera che imbracciano come un fucile questa spregevole parola, che affibbiano etichette infamanti, una sola cosa vorremmo chiedere: chi è un “vero amico d’Israele”? Chi avalla ogni scelta, chi chiude gli occhi di fronte a crimini documentati, o chi nel denunciare certi comportamenti, certe azioni, cerca di aiutarti a non sbagliare? A raccontare la “guerra” ai bambini palestinesi sono coraggiosi giornalisti israeliani, come Gideon Levy, a raccogliere testimonianze angoscianti sono organizzazioni come Save the Children. Tanti bambini israeliani sono morti in attacchi terroristici. Li ho nel cuore. Ma ciò non significa giustificare, o lasciar cadere una cappa di silenzio, l’infanzia violata di migliaia di bambini palestinesi. Raccontare la loro sofferenza, le loro storie. In vita e in morte. Questo vuol dire essere antisemita?

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Chi scrive ha avuto l’onore di intervistare più e più volte colui che è considerato il più grande storico israeliano, scomparso non molto tempo fa: Zeev Sternhell. Ecco cosa mi disse in una delle nostre ultime conversazioni: “Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto che la pace con i palestinesi e la nascita di uno Stato di Palestina non siano una concessione fatta al ‘nemico’ né un tributo ad un astratto principio di giustizia. Per quanto mi riguarda, la nascita di uno Stato palestinese è un ‘regalo’ che Israele fa a se stesso, perché solo attraverso la fine dell’occupazione è possibile preservare le fondamenta democratiche dello Stato e la sua identità ebraica. Il riconoscimento di uno Stato democratico di Palestina va visto come condizione per porre fine al conflitto e negoziare i futuri confini fra i due Stati sulla base delle frontiere del 1967. Il riconoscimento di tale Stato è essenziale per l’esistenza di Israele. È l’unico modo per risolvere il conflitto attraverso il negoziato, per evitare l’esplodere di un altro ciclo di violenza e porre fine alla pericolosa condizione di isolamento di Israele nel mondo. La fine dell’occupazione è condizione fondamentale per la libertà dei due popoli, la piena realizzazione della stessa Dichiarazione di indipendenza di Israele e un futuro di coesistenza pacifica. D’altro canto, l’ipotesi di un unico Stato non solo porta all’eliminazione dello Stato ebraico ma apre la strada a conflitti sanguinosi per generazioni. Due Paesi, fianco a fianco, fondati su uguali diritti per entrambi i popoli, questa è la strada giusta e necessaria: ogni altra scelta condurrebbe al colonialismo istituzionalizzato. Non so se queste considerazioni possano definirsi di “sinistra”. A me pare che siano improntate ad un sano pragmatismo che non dovrebbe avere, in quanto tale, una coloritura politica”.

Ed ancora: “Le colonie sono un cancro. E l’ala più estrema del movimento dei coloni è da tempo una minaccia per la democrazia e non solo per la pace. Se la nostra società è incapace di mettere insieme forza, potere politico e determinazione mentale necessari per spostare qualche colonia, ciò starà ad indicare che la storia di Israele è finita, che la storia del sionismo come noi lo intendiamo, come io la intendo, è finita. Resto fermamente convinto che il sionismo ha il diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. E il primo diritto è quello ad uno Stato indipendente, a fianco e non contro lo Stato d’Israele. L’alternativa, che purtroppo già è in atto, non è l’annessione dei Territori palestinesi, ma la realizzazione di un regime di apartheid, che se fosse portato a termine, con il silenzio complice della comunità internazionale, sancirebbe non solo la fine del sionismo ma la morte della democrazia in Israele e per Israele.

Guardando alle frange estremiste del movimento dei coloni, qual è l’atteggiamento da evitare nei loro confronti?, gli chiesi. Ecco cosa rispose: “L’indulgenza. L’indulgenza nei loro confronti ha portato ad una situazione degenerativa che non si ferma ai Territori. L’aggressività, la violenza, il concepire chi la pensa diversamente come un ‘traditore’: al di qua della Linea Verde è stato esportato un metodo di comportamento che quando viene compiuto contro palestinesi nei Territori viene tollerato, spesso neppure indagato e comunque non approfondito.

L’indulgenza. E poi cosa teme?, insistei.  “La connivenza – affermò Sternhell-.  Quella che porta politici che hanno anche responsabilità di governo a flirtare con le ali estreme del movimento dei coloni”.

Per queste sue posizioni, il professor Sternhell subì un attentato da cui miracolosamente uscì illeso. E per queste posizioni, anch’egli è stato tacciato di “antisemitismo”. 

Se fosse ancora in vita, ne sono certo, sarebbe tra i firmatari della lettera a sostegno di Laura Boldrini.

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