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Congo, una Spoon River africana che non fa notizia

!n occasione dell’ultima aggressione 26 persone sono rimaste uccise presso il campo di Ndjala, nella zona sanitaria di Drodro, provincia dell’Ituri. Tra le persone decedute si contano dieci donne e nove bambini

Congo, una Spoon River africana che non fa notizia
Strage nel Congo

Umberto De Giovannangeli

1 Dicembre 2021 - 16.13


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Neanche una riga. Abbiamo controllato e ricontrollato i siti che vanno per la maggiore e le pagine dei quotidiani che più tirano. Con la sola eccezione, ma questa non è una novità, di Avvenire, della tragedia in atto nella Repubblica popolare del Congo, per dirla con un francesismo non frega niente a nessuno.

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Tragedia dimenticata

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A darne conto, in una nota ufficiale, e dunque fonte d’informazione per tutti, è l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. 

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“L’Unhcr  esprime sgomento per una serie di attacchi mortali perpetrati da gruppi armati ai danni di persone sfollate nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Secondo le autorità locali, in occasione dell’ultima aggressione, avvenuta domenica, 26 persone sono rimaste uccise presso il campo di Ndjala, nella zona sanitaria di Drodro, provincia dell’Ituri. Tra le persone decedute si contano dieci donne e nove bambini, mentre sono undici le persone ferite. Gli aggressori hanno utilizzato pistole, machete e coltelli.

Il 21 novembre, un gruppo di miliziani ha attaccato Drodro e Tché, un altro sito che accoglie sfollati. Le autorità hanno dichiarato che nella zona di Drodro 44 persone sono state uccise e 1.200 alloggi sono stati distrutti. Quasi 1.000 alloggi sono inoltre stati danneggiati nell’area di Tché.

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Fino a 20.000 persone sono fuggite dai campi dirigendosi a Rhoe, allo scopo di mettersi al sicuro nei pressi della base militare della Missione ONU per la Stabilizzazione nella RDC (MONUSCO). In meno di 48 ore, la struttura ha visto raddoppiare il numero di persone accolte, passate da 21.000 a 40.500, una situazione che ha costretto le famiglie neoarrivate a dormire all’aperto. Le esigenze più pressanti riguardano cibo, alloggi e assistenza sanitaria, nonché sostegno psicosociale.

Nella parte orientale del Paese, il 14 novembre un gruppo armato ha sferrato un attacco contro un campo di accoglienza nella città di Mikenge, in Sud Kivu, uccidendo sei bambini e una donna incinta. Altre otto persone sono rimaste ferite da colpi di machete e proiettili. Le persone sono fuggite e i loro alloggi sono stati distrutti.

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Gli attacchi, innescati in parte da tensioni intercomunitarie, aggravano i problemi a cui devono far fronte gli sfollati interni. Il furto di capi di bestiame, che spesso accompagna queste irruzioni, rende ancora più profonda l’insicurezza economica, e le violenze amplificano le sofferenze di persone che sono state costrette a fuggire dalle proprie case in almeno una occasione. Tali episodi, inoltre, infondono paura nelle popolazioni locali.

Nella RDC, il numero di persone costrette a fuggire dalle proprie case ha toccato la cifra sbalorditiva di 5,6 milioni, un incremento di 400.000 persone rispetto all’inizio del 2021. La maggior parte vive presso le comunità locali, ma più di 330.000 trovano riparo nei campi di accoglienza.

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L’Unhcr si appella a tutte le parti affinché rispettino la natura civile e umanitaria dei campi di accoglienza, nelle aree in cui sia la popolazione locale sia gli sfollati interni subiscono aggressioni nelle proprie case. L’Agenzia, inoltre, chiede alle parti coinvolte di assicurare accesso alle aree colpite affinché le organizzazioni umanitarie possano prestare assistenza di importanza vitale.

L’Unhcr chiede maggiore sostegno per le proprie operazioni attualmente sottofinanziate al fine di assicurare un supporto più efficace agli sfollati interni. L’Agenzia ha raccolto solo il 52 per cento dei 204,8 milioni di dollari richiesti per garantire aiuti vitali ai beneficiari del proprio mandato nella RDC.

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L’Unhcr ha raccolto testimonianze di gruppi armati che occupano con la forza scuole e case, vietando lo svolgimento delle attività scolastiche e conducendo attacchi contro gli ambulatori medici a Mweso, nel territorio di Masisi, e nel territorio di Lubero.


A novembre 2020, gruppi armati hanno introdotto il pagamento di tasse illegali per quanti desiderano accedere alle proprie fattorie nei propri villaggi di origine, nel territorio di Rutshuru. Tale imposizione ha privato molti della loro unica fonte di sussistenza e reddito. Non disponendo di alcun reddito, le persone sfollate non possono permettersi di pagare tali imposte, che non fanno altro che aggravare la loro condizione. Sebbene le operazioni militari condotte dall’esercito congolese contro i miliziani abbiano successo più spesso che in passato, le forze armate non hanno la capacità di mantenere il controllo delle aree di cui entrano in possesso, consentendo così ai gruppi armati di riappropriarsene e imporsi sulla popolazione locale.
Così l’Unhcr

Emergenza silenziosa

Dicevamo di Avvenire, tra i pochi giornali per i quali il mondo non finisce ai confini nazionali. Di grande interesse è un articolo a firma Dorella Cianci: “Esiste un’emergenza silenziosa in un posto della Terra formalmente non in guerra: la Repubblica Democratica del Congo. Qui, nel quasi totale silenzio della politica mondiale, si sta consumando un’emergenza umanitaria di livelli spaventosi, mescolandosi, zona per zona, a una profonda insicurezza dei territori a Est del Paese, che rimangono preda di violenti gruppi armati, cioè bande locali legate al controllo di un territorio che è in realtà veramente fuori controllo. Attualmente, in diverse regioni del Congo, è in vigore il coprifuoco emergenziale per la preoccupante questione sanitaria che coinvolge tutta l’Africa centrale, ma anche per le violenze di gruppi jihadisti e filo ruandesi. Ad essere onesti, le regole sono decisamente blande e inosservate. Quel che davvero emerge agli occhi di chi si reca sul posto, un po’ meno agli occhi assuefatti e disillusi degli abitanti, è la violenza delle milizie più strutturate delle singole bande territoriali, spesso sostenute da potenti e velati interessi esteri. La loro violenza, priva di ogni scrupolo, si manifesta in molti modi, ma le vittime principali di questo delirio della forza sono le giovani donne, che – con sotterfugi e un po’ di fortuna – dopo gli stupri riescono a rivolgersi alle organizzazioni umanitarie per delle visite ginecologiche. 

La terribile crisi alimentare. 

Quasi 7 milioni di persone, cioè circa il 25% della popolazione nazionale che è di 27,3 milioni, vivono in uno stato di insicurezza alimentare. Cifre che dicono poco rispetto alla tragedia delle singole vite congolesi. L’ultimo allarme è stato lanciato prima dell’estate dalle Nazioni Unite insieme all’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao). In Congo la fame è una condizione cronica da anni, a cui il resto del mondo pare essersi assuefatto. Nella Repubblica Democratica del Congo, da decenni, si verifica una crisi umanitaria, che viene definita “diffusa” dagli analisti geopolitici, perché i conflitti armati si amalgamano rovinosamente ai disastri naturali, alle epidemie costanti e alla scarsità di cibo, che è una delle maggiori cause di morte di bambini e anziani (le condizioni di vita, in realtà, rendono anziani già dopo i quarant’anni). Sebbene il tasso di povertà del più grande paese dell’Africa subsahariana sia un po’ diminuito negli ultimi vent’anni, in particolare nelle aree rurali, il Congo rimane una delle aree più povere del mondo, con la questione della fame radicata, senza apparente possibilità di soluzione. Alcune Ong hanno avviato un progetto di consegna di pane e latte in zone estremamente remote, escluse dagli aiuti per inaccessibilità del territorio. Come arrivare a queste persone? A piedi. Un cammino solidale di chilometri e chilometri lungo la strada sterrata e la palude per portare sacchi di cibo necessario…”.

Ad aggravare ulteriormente una situazione già drammatica è il propagarsi del Covid. Scriva ancora: Cianci: “La Repubblica dell’Africa centrale ha finora vaccinato solo il 7% della sua popolazione contro il Covid-19. Per le autorità sanitarie di questo vasto Paese, il secondo meno sviluppato al mondo, la sfida è sia ottenere il vaccino sia convincere la gente della sua necessità. La risposta del Congo alla pandemia ha sofferto, ancora una volta, della cattiva gestione governativa. «Morbillo, colera, ebola: il Congo stava già affrontando molteplici epidemie quando ha registrato il suo primo caso di Covid, il 10 marzo 2020»: così è scritto in un rapporto ufficiale del Congo Research Group, un’organizzazione con sede presso la New York University. «Il suo sistema sanitario, carente e sotto finanziato, proprio come quello della Tanzania, ha lottato in parte per contenere il nuovo virus, ma senza un significativo sostegno internazionale. I medici volontari ricordavano i terribili giorni della diffusione di ebola, ma da soli non potevano farcela», si legge anche questo nel rapporto, in particolare al paragrafo “Ripensare le pandemie nell’Africa centrale”. Il dossier ha altresì delineato l’esistenza di strutture ad hoc che il governo congolese ha istituito in risposta alla pandemia, che comprendevano un ‘comitato multisettoriale’, una ‘segreteria tecnica’, un consiglio consultivo, una task force e un fondo nazionale di solidarietà contro il coronavirus. Come si legge in quelle pagine poco divulgate – le nuove strutture «non risolvono i problemi della cattiva gestione delle risorse finanziarie. Le agenzie internazionali dovrebbero agire più incisivamente, monitorando poi i risultati».

Il conflitto armato

Per avere contezza della tragica situazione può essere di aiuto il Rapporto 2019-2020 di Amnesty International. Al mese di dicembre dello scorso anno, più di 1500 civili erano stati uccisi, migliaia feriti e almeno 1 milione di persone avevano subito sfollamenti forzati come risultato delle violenze perpetrate nella provincia occidentale di Mai-Ndombe e nelle provincie orientali di Ituri, North Kivu e South Kivu. Decine di gruppi armati locali e stranieri, insieme alle forze armate congolesi, hanno continuato a commettere impunemente gravi violazioni dei diritti umani. Diffuse violazioni dei diritti umani commesse dai gruppi armati hanno evidenziato il fallimento delle forze di sicurezza – anch’esse responsabili di gravi violazioni dei diritti umani – e dei caschi blu nell’assicurare efficientemente la protezione dei civili e nella restaurazione della pace.

Mancato accertamento delle responsabilità

Mentre da una parte le autorità hanno preso provvedimenti per portare davanti alla giustizia i colpevoli delle violazioni dei diritti umani connesse al conflitto, dall’altra non sono riuscite a far sì che la maggior parte dei funzionari militari e civili di più alto profilo sospettati di aver commesso e promosso tali crimini ne rispondessero; tali crimini hanno causato oltre 3000 morti e 2 milioni di persone dislocate internamente fra l’agosto 2016 e il dicembre 2017 nella sola regione di Kasaï. Inoltre diversi politici e alti ufficiali sospettati di gravi violazioni dei diritti umani hanno mantenuto od ottenuto posizioni di privilegio nelle istituzioni statali, compresi l’esercito e la polizia.

A settembre (2020) il presidente ha dichiarato ad alcuni giornalisti francesi, che gli avevano chiesto quale fosse la sua posizione riguardo le violazioni dei diritti umani del passato, che “non aveva tempo di rovistare nel passato”. Non vi è stato alcun progresso nei procedimenti giudiziari in relazione alle violenze tra le comunità Banunu e Batende a Yumbi, nella provincia di Mai-Ndombe, nella parte occidentale del paese, nelle quali sono stati uccisi più di 600 civili in due giorni di violenze orchestrate che, secondo l’ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite i diritti umani, potrebbero essere considerate crimini contro l’umanità.

A giugno l’azione giudiziaria militare ha emesso un mandato di arresto per Guidon Shimiray Mwisa, il [capo] della milizia denominata Nduma Defense of Congo-Rénové (Ndc-R), per crimini secondo il diritto internazionale, inclusi omicidi, stupri di massa e reclutamento di bambini, commessi dallo stesso leader o dalle sue milizie. Tuttavia, secondo il gruppo di esperti dell’Onu, la Ndc-R ha continuato a commettere violazioni dei diritti umani nella provincia di North Kivu, con la collaborazione di alti ufficiali [dell’esercito] congolese. Le autorità hanno mancato di prendere provvedimenti adeguati al fine di imporre il mandato di arresto e assicurare alla giustizia Guidon Shimiray Mwisa. Il processo militare di Ntabo Ntaberi Sheka, leader di una fazione del Nduma Defence of Congo, nell’ambito del quale è stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani nella provincia di North Kivu è giunto a uno stallo nella metà del 2019, poiché la corte ha posticipato continuamente il processo senza validi motivi. Si pensa che le sue milizie, nel 2010, siano state responsabili di crimini fra cui lo stupro di 387 fra donne, uomini e bambini.

Nel corso dell’anno, gruppi per i diritti umani a livello locale e internazionale hanno ripetutamente lanciato appelli al governo perché Gédéon Kyungu Mutamba venga processato per crimini contro l’umanità per i quali, nel 2009, fu già condannato da un tribunale militare a Lubumbashi (una città sud-orientale). Mutamba ha continuato a godere della libertà in una villa fornitagli dallo stato a Lubumbashi, dopo essersi arreso alle autorità nell’ottobre 2016 e dopo una fuga dalla prigione nel 2011. I tribunali militari hanno ascoltato molti resoconti di casi di violenza sessuale legati a conflitti. A novembre, ad esempio, il leader della milizia Frédéric Masudi Alimasi (noto anche come Koko di Koko) è stato condannato all’ergastolo a Bukavu, una città nella parte orientale del Paese, per omicidi, sparizioni forzate, tortura e stupro. Nello stesso mese un soldato è stato condannato nella provincia di Bas-Uélé a 20 anni di carcere per lo stupro di due bambini di tre e quattro anni.

Giustizia internazionale

A luglio il Tribunale penale internazionale ha riconosciuto Bosco Ntaganda colpevole di crimini di guerra e di crimini contro [l’umanità] commessi nella provincia orientale di Ituri fra il 2002 e il 2003 e, a novembre, è stato condannato a 30 anni di carcere.

A settembre l’esercito congolese ha annunciato di aver ucciso Sylvestre Mudacumura, il capo militare delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Democratic Forces for the Liberation of Rwanda – Fdlr). Sylvestre Mudacumura era ricercato dal Tribunale penale internazionale, che nel 2012 aveva emesso un mandato di cattura per il suo arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dall’Fdlr nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo.

E le cose sono ulteriormente peggiorate nel 2021.

Per Globalist tutti i morti pesano come montagne. Sulla coscienza di un mondo “distratto”. Perché non si possa dire: io non sapevo.

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