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Kandahar, colpo al cuore dei Talebani

Il vanto principale dei talebani era di aver riportato la pace in Afghanistan e di essere in grado di garantire la sicurezza della popolazione. Ma...

I funerali delle vittime sciite dell'attentato Isis alla moschea di Kandahar

Umberto De Giovannangeli

16 Ottobre 2021


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L’Isis ha rivendicato la strage di Kandahar, la roccaforte talebana in Afghanistan, dove un attentato contro una moschea sciita ha fatto almeno 47 morti e 70 feriti. In un comunicato pubblicato su Telegram, i jihadisti hanno scritto che due kamikaze si sono fatti esplodere in due distinti attacchi in parti diverse della moschea, mentre i fedeli stavano pregando.

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“Il primo attentatore – si legge – ha fatto deflagrare la sua cintura esplosiva nella sala della moschea, il secondo nella zona centrale dell’edificio”.  Il secondo attentato in una settimana. Soltanto una settimana fa, e sempre durante la preghiera del Venerdì, l’Is-K, aveva firmato anche l’attacco alla moschea sciita di Gozar-e-Sayed Abad – nella provincia nord-orientale di Kunduz con 80 morti e 100 feriti. è la prima volta che l’Isis colpisce a Kandahar, una mossa che segna una escalation nel confronto tra l’Isis e i talebani. Da quando sono saliti al potere il 15 agosto, gli ‘studenti coranici’ – che hanno fatto del ritorno alla sicurezza nel Paese dopo vent’anni di guerra la loro priorità – hanno dovuto fronteggiare un’ondata di sanguinosi attacchi sferrati dal rivale gruppo sunnita dell’Is-K. Sul posto le forze speciali afghane Militari dell’emirato islamico sarebbero arrivate sul luogo dell’attentato per “definire la natura dell’incidente e portare davanti alla giustizia i responsabili”. Ad affermarlo il portavoce del ministero degli Interni del governo talebano, Qari Saeed Khosti. Condanna la strage il ministro degli esteri turco per i “disumani attacchi terroristici che hanno preso di mira moschee in Afghanistan” 

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Annota Antonio Giustozzi su Repubblica: “L’attacco di ieri  contro una moschea sciita a Kandahar non si contraddistingue per la particolare ferocia, visto che lo Stato Islamico ha fatto ben di peggio in passato, ma per aver colpito una minoranza religiosa nel cuore dell’Emirato, la città dove il movimento ha avuto origine e che è ancora la sede del Leader dei Credenti, il capo supremo del movimento, e come se non bastasse il venerdí, che è il giorno della preghiera.

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Il vanto principale dei talebani è di aver riportato la pace in Afghanistan e di essere in grado di garantire la sicurezza della popolazione. Indubbiamente, il livello della violenza è crollato dopo il 15 agosto e anche la criminalità comune si è grandemente ridotta. Ma dopo una breve riorganizzazione, durante la quale lo Stato Islamico ha trasferito diverse sue cellule a città dove non aveva in precedenza operato, la campagna terroristica dello Stato Islamico si è ravvivata. Kabul e Jalalabad erano già state oggetto di campagne terroristica in passato, ma lo Stato Islamico ha colpito prima a Charikar, con alcuni assassini mirati, poi a Kunduz l’8 ottobre e infine (per ora) a Kandahar. Per i talebani si pone ora un serio problema d’immagine, devono reagire a mostrare risultati immediati ora che lo Stato Islamico ha mostrato che non possono nemmeno a garantire la sicurezza di Kandahar…”.

Isis-K, vademecum per la conoscenza

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Nascono sei anni fa. Sono attivi nel Khorasan, provincia dell’Asia centrale dello Stato IslamicoIl nome di provincia di Khorasan si riferisce a imperi musulmani medioevali in un’area fra parti dell’Iran, l’Afghanistan e l’Asia centrale. Lo Stato Islamico infatti ha annunciato la sua espansione nella regione del Khorasan nel 2015, che storicamente comprende parti dell’odierno Iran, dell’Asia centrale, dell’Afghanistan e del Pakistan. 

L’Is-K è stato responsabile di quasi 100 attacchi contro i civili in Afghanistan e Pakistan, e di circa 250 scontri con le forze di sicurezza statunitensi. Secondo il centro studi americano Csis (Center for strategic and international studies) questo gruppo rappresenta una minaccia permanente per gli interessi degli Stati Uniti e degli alleati nell’Asia meridionale e centrale.

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I leader 

Nascono nella provincia sud occidentale pachistana del Balochistan, durante un incontro fra due emissari dell’Isis e un gruppo di talebani delusi dai loro comandanti. Allora lo Stato Islamico era nel pieno del suo successo e controllava ampie parti dell’Iraq e la Siria. Nel 2014, il pakistano Hafiz Saeed Khan diventa il primo leader dell’IS-K, Abdul Rauf Khadim suo vice. Khan era un comandante veterano del Tehrik-e Taliban Pakistan (Ttp), lo stesso gruppo di talebani pakistani dove è stato scelto il portavoce del gruppo Is-K, Sheikh Maqbool, e molti altri capi che all’inizio hanno giurato fedeltà ad al-Baghdadi nell’ottobre 2014. 

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Hafiz Saeed Khan, è stato ucciso da un attacco aereo degli Stati Uniti nella provincia di Nangarhar, in Afghanistan, il 26 luglio 2016. Dopo la morte di Khan, l’Is-K ha avuto tre capi, tutti eliminati dagli Stati Uniti in attacchi mirati: Abdul Hasib è stato ucciso nell’aprile 2017; Abu Sayed è stato ucciso l’11 luglio 2017 e, più recentemente, Abu Saad Orakzai è stato ucciso il 25 agosto 2018. Questi leader, così come quelli a livello distrettuale e provinciale, in genere possedevano un’esperienza significativa nei movimenti militanti locali in Afghanistan, Pakistan e Uzbekistan prima di unirsi all’Is-K.

Dal giugno 2020 il gruppo si è dotato di un nuovo leader che sarebbe un arabo a differenza dei suoi predecessori pachistani. E nei primi quattro mesi del 2021, la missione Onu in Afghanistan ha contato 77 attentati rivendicati o attribuiti all’Isis-K, perpetrati contro la minoranza sciita, giornalisti, stranieri, militari e infrastrutture civili. Non è chiaro se ciò significhi un rafforzamento del gruppo o una diversa strategia. All’inizio dell’anno, specialisti d’intelligence avevano segnalato all’Onu che il gruppo stava cercando di reclutare talebani scontenti. Molti combattenti dell’Isis-K non sono afghani, vengono dal Pakistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Il legame con la leadership dell’Isis in Iraq è rimasto, ma s’ignora quanto sia stretto, e se l’ordine per l’attentato di oggi sia venuto da fuori o il gruppo abbia agito in autonomia. L’Isis-K, ricorda il Guardian, rimane impegnato a colpire anche in Occidente. I talebani potrebbero cercare di impedirlo, come hanno promesso di fare, ma non è detto che siano in grado di farlo. “Quanto territorio di Afghanistan è controllato dai talebani? C’è molto territorio di cui l’Isis può servirsi. Nell’immediato futuro potrebbero voler fare attentati per apparire nelle news”, osserva Aaron Zelin, del Washington institute for Near East Policy.

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Cosa vogliono

Come i gruppi dello Stato islamico in Iraq e in Siria, l’Is-K vuole instaurare un califfato a partire dall’Asia meridionale e centrale, governato dalla sharia, che si espanderà con l’adesione dei musulmani di tutta la regione e del mondo. Ignorano i confini internazionali e immaginano un territorio che trascenda gli stati-nazione come l’Afghanistan e il Pakistan. Sognano la sconfitta di Israele e degli Stati Uniti. Vogliono liberare il territorio dai “crociati” stranieri che «fanno proseliti tra i musulmani» e dagli “apostati”, che includono chiunque, dalle reclute sunnite dell’esercito nazionale afghano agli sciiti hazara.

Secondo l’Onu, l’Isis-Khorasan conta 2.200 miliziani armati concentrati nella provincia montana di Kunar, al confine con il Pakistan. Un contingente composito, dove trovano spazio militanti pashtun pakistani fuggiti dal loro Paese, disertori afghani, estremisti uzbeki e, in numero più limitato, reduci arabi di quello che fu lo Stato islamico siro-iracheno.

Le comunicazioni con le altre filiali del califfato nero, si legge in un’analisi scritta da Thomas Parker per il Washington Institute, sono ormai limitate a messaggi via cellulare e i finanziamenti ridotti a un piccolo rivolo. Più di un analista aveva però affermato che un ritorno dei talebani al potere avrebbe offerto ai terroristi una chance di rialzare la testa.

Dopo essersi molto indebolito – fu cacciato dalle province afghane di Nangarhar e Kunar e costretto a operare per lo più in piccole cellule distribuite sul territorio – l’Isis-K riuscì a riorganizzarsi. Charlie Winter, esperto di jihadismo, ha detto  al Guardian: “Quella dell’ISKP è stata una traiettoria di rinascita dopo un periodo complicato tra il 2019 e la prima metà del 2020. Il gruppo è rimasto improvvisamente silente dopo le vittorie dei talebani, e una delle ragioni potrebbe essere che si stava preparando per una nuova campagna [terroristica]”.

Questa “rinascita” fu aiutata dall’arrivo di un nuovo leader forte e ambizioso, Shahab al Muhajir, e ancora una volta dal flusso di miliziani dall’estero, in particolare da Pakistan, Tagikistan e Uzbekistan, attirati dalla promessa di una nuova campagna terroristica contro i talebani, il governo afghano e gli americani, e dalle defezioni della cosiddetta Rete Haqqani, che negli anni precedenti aveva sviluppato molta esperienza nella guerriglia urbana e aveva compiuto diversi attentati assai sofisticati a Kabul.

Non solo Isis. Il ritorno di al-Qaeda 

La Cia intanto vede i primi segnali che i militanti di al-Qaeda stanno cominciando a tornare in Afghanistan, dopo il ritiro delle truppe Usa.   “Stiamo già cominciando a vedere alcune indicazioni di potenziali movimenti di al-Qaeda in Afghanistan”, ha detto in una conferenza David Cohen, vice direttore della Central Intelligence, nelle ore in cui il segretario di Stato Antony Blinken difendeva il ritiro nella sua seconda audizione, al Senato. “Ma sono i primi giorni e ovviamente terremo gli occhi molto aperti su questo”, ha aggiunto, come riferisce il Wall Street Journal. Al-Qaeda potrebbe riorganizzarsi in Afghanistan in soli 12-24 mesi e porre una significativa minaccia agli Usa, ha detto il generale Scott Berrier, che guida l’intelligence della difesa Usa, intervenendo al summit Intelligence & National Security. 

Errore di analisi

Fallimento, errori, finanziamenti spesi male, infrastrutture inesistenti, popolazione allo stremo delle forze. Il tragico precipitare degli eventi in Afghanistan in questi ultimi giorni dopo il ritiro degli Usa, ha radici che affondano nel passato, all’inizio del conflitto, quando gli americani hanno messo in piedi una guerra contro un nemico che forse non conoscevano. Fra gli errori più eclatanti infatti, Jason Burke, per anni corrispondente del Guardian per l’Asia e attualmente per l’Africa, ne individua uno fondamentale e logico che risale alle origini del conflitto e che può spiegare lo sgretolamento di questi giorni:   Sin dall’inizio, nel 2002, quando gli Americani sono arrivati in Afghanistan, è stato subito chiaro che non riuscivano a distinguere tra al-Qaeda che era, ed è, un gruppo internazionale islamico militante principalmente arabo, e i Talebani che invece è un gruppo nazionalista, però afghano, che non ha ambizioni internazionali. E’ stato questo il vero problema che ha portato al fatto che ora non c’è spazio per negoziati, non c’è spazio per un accordo con i Talebani, e lo sforzo antiterroristico è stato confuso, mescolato con lo sforzo politico e quello per ricostruire il paese in Afghanistan, e questo è successo fin dall’inizio, è stato questo il problema fin dall’ inizio, non ci sono stati insediamenti inclusivi e le risorse sono state distribuite in maniera sbagliata, a pioggia, indiscriminate.   Quale sia oggi il rapporto tra al-Qaeda e i talebani sembra ancora poco chiaro, ciò che è certo è che al Qaeda è già in territorio afghano. Costretta a fuggire dall’Afghanistan dopo la guerra del 2001, vi è tornata lentamente. Non ha più la vasta infrastruttura di 20 anni fa, con i suoi numerosi campi di addestramento e oggi, secondo Burke, i suoi 200-500 combattenti, sono dispersi in gran parte del paese. Molti provengono da al-Qaeda nell’Asia meridionale, un’affiliata costituita nel 2014 con reclute pakistane, indiane e bengalesi per promuovere gli obiettivi dell’organizzazione nella regione. Altri hanno combattuto a fianco dei talebani, con i quali avrebbero rapporti stretti perché mantenere un’alleanza con il gruppo, secondo Burke, è stata la chiave per la sua sopravvivenza per 25 anni e sarà ancora più importante ora.

  La relazione tra al-Qaeda e i Talebani oggi è piuttosto complicata. Sicuramente i Talebani non vogliono che al-Qaeda gli causi dei problemi in termini di legittimità internazionale, detto questo, ci sono dei legami personali e anche dei legami ideologici, inoltre ci sono altre relazioni che rendono difficile per i Talebani la possibilità di marginalizzare al Qaeda anche se volessero farlo. I Talebani si sono evoluti significativamente negli ultimi 20 anni, sanno molto di più di quello che succede nel mondo, i leaders talebani hanno passato molto tempo in paesi del Golfo Persico, a Karachi, altre città o altri paesi della regione, e sanno quali sarebbero i rischi che si prenderebbero se dovessero sostenere al Qaeda, ma magari è anche un rischio che sono disposti a correre. Inoltre, vale la pena sottolineare che i talebani stessi non sono mai stati direttamente collegati a nessun attacco terroristico internazionale e il loro programma, i loro piani, i progetti sono drammaticamente diversi da quelli di al Qaeda. 

L’universo talebano non è monolitico

Va ricordato inoltre che i Talebani sono divisi, sono una coalizione e come in ogni movimento unificato, in ogni coalizione, ci sono diversità di opinione tra i leader e gli elementi all’interno del movimento, come appunto con i Talebani.   Malgrado le divergenze interne, i talebani hanno avuto tutto il tempo necessario per considerare aspetti nuovi delle relazioni con l’Occidente, mostrando una facciata di pseudo modernità che li ha portati a Doha sotto nuove spoglie, prontamente scoperte nel momento in cui hanno rispedito a casa le donne negli uffici e hanno mostrato i muscoli nel minacciare ritorsioni se gli Usa non avessero rispettato  la deadline del 31 agosto per l’evacuazione definitiva dal paese. I cambiamenti sembrerebbero dunque solo apparenti ma ci sono comunque degli aspetti da considerare secondo Burke:  anche durante il periodo di “regno” del mullah Omar tra il ’96 e il 2001, c’era una diversità di opinioni all’interno del movimento talebano, soprattutto tra i leader e non erano neanche d’accordo sempre sugli elementi costitutivi del movimento. Non c’è mai stata una grande omogeneità tra i talebani. E’ vero che erano a maggioranza di etnia pashtun, la maggior parte venivano dal sud est del paese con un  piano, dei progetti ben definiti, ma comunque c’erano diverse fazioni, c’erano questioni legate alle personalità dei diversi leader e in diverse parti del paese arrivavano pressioni  per delle manovre di potere, ad esempio il mullah Omar aveva una linea particolarmente oltranzista, altri invece erano più moderati e volevano il coinvolgimento dell’Onu, delle Organizzazioni non governative della comunità internazionale. Quello che però abbiamo visto da allora ad oggi è stata una curva di apprendimento che è stata in salita sostanzialmente, con un arricchimento per quanto riguarda la conoscenza della regione, della politica, della diplomazia internazionale, dei negoziati, del modo di fare la guerriglia, tutte cose che i talebani non conoscevano o non prendevano in considerazione 20 o 25 anni fa. Chiaramente questo avrà un effetto significativo in futuro permettendo un approccio più pragmatico o più ideologico.

E il futuro dell’Afghanistan dipende anche, e molto, da chi avrà la meglio tra le varie “anime” dei Talebani.  Con Is-K e al-Qaeda “spettatori” interessati. E attivi. 

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