Rifugiati: Ursula von der Layen e il muro di Sebastian Kurz
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Rifugiati: Ursula von der Layen e il muro di Sebastian Kurz

Le buone intenzioni della presidente della commissione Ue rischiano di infrangersi contro il muro austriaco. E che accade adesso?

Ursula von der Layen e Sebastian Kurz
Ursula von der Layen e Sebastian Kurz
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

16 Settembre 2021 - 12.28


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Le buone intenzioni di Ursula rischiano di infrangersi contro il muro di Sebastian. Dove Ursula è la presidente della Commissione europea, Ursula von der Layen, e Sebastian è Sebastian Kurz, primo ministro dell’Austria. 

Il muro di Sebastian

Aiutare gli afghani è “un dovere morale” dell’Unione Europea. La presidente della Commissione europea lo ha ribadito nel suo discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo, rilanciando l’impegno di cui i paesi membri dell’Ue devono farsi carico di fronte alla crisi in corso, aggiungendo che la Commissione è pronta a fornire fondi agli Stati che aiuteranno nel reinsediamento dei rifugiati, così come di fornire aiuti all’Afghanistan qualora venissero rispettati i diritti umani e delle donne nel paese.  

Parole però che si scontrano con altre voci provenienti da alcuni paesi membri dell’Unione Europea. “Non è un dovere dell’UE e della Slovenia aiutare e pagare ogni persona del pianeta che scappa quando potrebbe combattere per la propria patria”, proclama Janez Janša, primo ministro della Slovenia, paese che da luglio detiene la presidenza del Consiglio dell’Ue. Janša appartiene al blocco europeo di leader politici di estrema destra anti-immigrazione, guidato da Polonia e Ungheria, che ostacolerebbe la creazione di corridoi umanitari. Non accoglieremo nel nostro Paese nessun afghano in fuga, non sotto il mio potere”, gli fa eco in un’intervista a La Stampa Sebastian Kurz, il 35enne cancelliere austriaco. “È chiaro a tutti che la politica del 2015 sui rifugiati non può essere la soluzione, né per Kabul né per l’Unione europea. Con più di 44 mila afghani entrati nel nostro Paese in questi anni, l’Austria ospita già la quarta più grande comunità afghana nel mondo, se consideriamo la distribuzione di migranti per numero di abitanti”.

Solo quest’anno, “da noi sono arrivati circa 8.000 rifugiati, di cui un quinto da Kabul, attraverso la rotta balcanica tuttora aperta”, prosegue il cancelliere. “La nostra posizione è realista: l’integrazione degli afghani è molto difficile e richiede un dispendio di energie che non possiamo permetterci”. Quando si dice “che non siamo solidali, questo non è vero. Ci stiamo concentrando sul sostegno ai Paesi vicini all’Afghanistan e stanziamo 20 milioni di euro a questo scopo: per fornire protezione e assistenza agli afghani nella regione”. I drammatici sviluppi a Kabul “hanno colto tutti di sorpresa”.

Ora, secondo Kurz, l’Europa deve esercitare “una pressione massiccia sui talebani, affinché continuino a rispettare i diritti delle donne e i diritti umani”.

Inoltre bisognerebbe concentrarsi “a dare sostegno agli Stati confinanti, perché si prendano cura dei rifugiati e della lotta contro il terrorismo islamico, specialmente l’Isis-K”. L’Europa “deve collaborare ancora di più nella lotta contro il terrorismo islamico”.

Quante persone lasceranno l’Afghanistan?

Di grande aiuto per inquadrare il problema è un documentato report curato dall’Ispi. Al momento è difficile fare previsioni sul numero di afghani che lasceranno il paese, sia in modo regolare che in altro modo. La guerra e l’instabilità degli ultimi vent’anni hanno provocato 2,2 milioni di rifugiati nei paesi confinanti, oltre a 3,5 milioni di sfollati interni. Inoltre, non è possibile tenere traccia di coloro che hanno attraversato i confini nazionali – gran parte dei quali sono controllati dai Talebani – nel caos seguito alla presa di Kabul, anche se è verosimile che molti afghani abbiano raggiunto il Pakistan o l’Iran, come accaduto nel corso del 2020. Secondo i dati dell’Unhcr  infatti, l’anno scorso il Pakistan ha accolto un milione e mezzo di afghani, mentre l’Iran ne ha accolti 780mila. L’emergenza migratoria sarà quindi innanzitutto regionale ed è per questo che alcune proposte, come quella della cancelliera tedesca Angela Merkel, mirano a sostenere i paesi dell’Asia Centrale, ed evitare che si generino flussi migratori gestiti dai trafficanti.
Infine, le operazioni di evacuazione che andranno avanti fino a fine mese porteranno in Occidente solo alcune decine di migliaia di afghani e la mancata estensione della deadline non consentirà di portare in salvo tutti coloro che stanno cercando una via di fuga verso i paesi occidentali. È anche per questo motivo che si è tornato a parlare di corridoi umanitari, ma senza che venissero specificate modalità e tempistiche.

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“Accoglienza sì, ma limitata – commenta Matteo Villa, programma migrazioni Ispi – Con un occhio ai pochi che arrivano ma non ai 300.000 che sono già qui irregolarmente e che, secondo alcuni governi europei (come quello austriaco), dovrebbero addirittura essere rimpatriati al più presto in Afghanistan. A oggi gli stati UE di cui si conoscono le intenzioni potrebbero accogliere circa 20.000 afghani che hanno collaborato con loro nel corso degli anni. Tanti quanti la sola Londra e meno di un terzo rispetto agli Usa (65.000). Su tutto il resto, si vedrà”.

È legittimo che i paesi europei siano preoccupati qualora si arrivi a un nuovo picco dell’emergenza migratoria, ma quello su cui ci si interroga ora è se questa sia un’allerta imminente per gli stati dell’Ue. Se si considerano i trend degli ultimi dieci anni – sottolinea ancora il rapporto Ispi – la risposta sembra essere negativa. Infatti, tra il 2009 e il 2020 gli afghani che hanno raggiunto i paesi dell’Unione Europea in maniera irregolare sono stati circa 500mila, ma ben 320mila di loro sono arrivati tra la seconda metà del 2015 e l’inizio del 2016. L’esperienza sembra quindi dirci che un nuovo picco dell’emergenza migratoria non sia imminente, a meno che stati di transito (come Iran e Turchia) non ci mettano del proprio. Come detto, quindi, l’emergenza sarà innanzitutto regionale. Quello che sarebbe invece urgente è trovare una posizione comune sugli afghani già presenti sul territorio europeo ed aumentarne la protezione ora che il loro paese non può più essere considerato “sicuro”, così come su coloro che si trovano alle porte dell’Ue, bloccati lungo la rotta balcanica ed esposti a violenze o respingimenti. C’era da aspettarselo da governi europei che da anni guardano alle migrazioni come a una patata bollente di cui fare volentieri a meno. La risposta condivisa è solo una: esternalizzare, cioè sperare che gli altri paesi (più poveri ma più vicini) si facciano carico di gestire l’accoglienza. Sinora ha funzionato, ma il rischio è quello del 2015: rimandare il problema finché non diventi troppo grande per essere governato.

L’allarme di Grandi

Concludendo ieri una visita di tre giorni in Afghanistan, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha lanciato un appello per un sostegno urgente e prolungato agli afghani che si trovano nel paese e ai rifugiati fuggiti all’estero.
“La situazione umanitaria in Afghanistan rimane disperata”, ha detto Grandi. Anche prima degli eventi che si sono verificati nelle ultime settimane, più di 18 milioni di afghani necessitavano di assistenza umanitaria urgente.
Oltre 3,5 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa del conflitto e rimangono all’interno del paese, compresi circa 630.000 afghani che sono sfollati solo quest’anno.
“Se i servizi pubblici e l’economia collassano, la sofferenza crescerà, e con essa l’instabilità e gli spostamenti della popolazione sia all’interno che fuori dal paese”, ha avvertito Grandi.
“La comunità internazionale se vuole prevenire una crisi umanitaria ancora più grande, con implicazioni non solo regionali, ma globali deve sostenere l’Afghanistan – e deve farlo con rapidità”.
Nel corso della sua visita a Kabul, Grandi ha incontrato il governo provvisorio afghano e alcuni delle centinaia di membri del personale delle Nazioni Unite e delle ONG che sono rimasti nel paese e continuano a fornire assistenza, nonostante le difficoltà.
Dopo i suoi incontri con i ministri afghani ad interim, Grandi ha dichiarato: “Ho accolto con favore il loro impegno a fornire sicurezza e consentire l’accesso umanitario in tutto il paese. Hanno riconosciuto i bisogni e hanno ringraziato l’ONU per aver fornito aiuto agli afghani”.
“Abbiamo anche discusso altre questioni critiche come garantire che il personale femminile possa tornare al lavoro in sicurezza, l’importanza dell’istruzione per tutti i bambini afghani e la sicurezza di tutta la popolazione, incluse le minoranze”.
“Ho incoraggiato il governo provvisorio a ribadire pubblicamente questi importanti impegni e a garantire che vengano mantenuti nella pratica”, ha aggiunto.
Durante la sua visita, Grandi ha assistito all’arrivo di un convoglio di camion in un magazzino dell’Unhcr a Kabul. Giunti dal Pakistan attraverso il valico di frontiera di Torkham, i camion erano carichi di migliaia di tende e altri beni di prima necessità destinati alle famiglie afghane sfollate.
L’Unhcr quest’anno ha già fornito assistenza a più di 300.000 sfollati in Afghanistan con beni di prima necessità e un sostegno in denaro, e ora sta rapidamente ampliando le sue operazioni per poter raggiungere più persone in vista del rapido avvicinarsi dell’inverno.
A Mazar-e-Sharif, nel nord dell’Afghanistan, Grandi ha anche inaugurato un laboratorio di tappeti che impiega 45 lavoratori che  a loro volta sostengono centinaia di familiari.
Mentre la situazione presente in Afghanistan non ha ancora visto un grande esodo di persone, l’Unhcr continua a fare appello ai donatori per aumentare il sostegno ai milioni di rifugiati afghani già accolti in Pakistan e Iran, e a coloro che potrebbero aver bisogno di cercare protezione internazionale in futuro.
“Il Pakistan e l’Iran hanno generosamente ospitato i rifugiati afghani per oltre 40 anni. Ora, più che mai, la comunità internazionale deve fare di più per fornire aiuto umanitario e allo sviluppo a questi rifugiati e alle comunità che li accolgono, e per aumentare le opportunità di reinsediamento degli afghani che già si trovano in questi paesi”, ha detto Grandi.
L’Alto Commissario si recherà ora in Pakistan dove terrà colloqui con funzionari del governo e esaminerà la risposta ai rifugiati nel paese.

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Corridoi e non solo

Ma la vera emergenza continua ad essere l’evacuazione di tanti afghani, già collaboratori dei Paesi occidentali, la cui incolumità è a rischio oggi in Afghanistan nonostante il governo di Kabul abbia varato l’amnistia nei confronti di coloro che hanno lavorato con organismi stranieri. “E’ un dovere morale” al quale l’occidente deve obbedire, afferma il professor Giuseppe Valditara, docente di Diritto Romano all’Università di Torino e coordinatore di Lettera 150, l’iniziativa nata da decine di docenti universitari durante l’epidemia di Covid-19 e poi allargatasi ad altre tematiche. Lettera 150 si è fatta portavoce presso il governo italiano – afferma Valditara in un’intervista a Radio Vaticana-Vatican News – per la realizzazione di corridoi umanitari a favore di coloro che ancora non riescono a lasciare l’Afghanistan.

Sono circa 200 mila i collaboratori dei Paesi occidentali che non hanno potuto usufruire di ponti aerei. Sono persone che hanno messo a rischio la loro vita, il loro futuro in un Paese diventato per loro ostile, quindi credo che i Paesi occidentali, l’Italia in primo luogo, abbiano un dovere morale nei confronti di tutte queste persone. Ovviamente poi bisognerà essere molto attenti a non far arrivare insieme con i collaboratori, che sono rimasti in Afghanistan, anche personaggi legati, magari ad organizzazioni di tipo terroristico. Ma questo è un profilo ulteriore molto importante che non deve distogliere l’attenzione da questa necessità che ritengo sia innanzitutto di tipo morale e cioè insistere con il nuovo governo afghano perché sia possibile dare vita ad un corridoio umanitario per garantire un futuro a tutte queste persone che hanno creduto e attivamente lavorato insieme con i Paesi occidentali.

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In Afghanistan ci sono 18 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria; 400mila civili, di cui la metà bambini, in fuga. Solo nel 2021 sono stati uccisi 550 bambini, mentre 3 milioni e 700mila bambini e bambine non vanno a scuola, già da prima dell’arrivo dei talebani. È partendo da questi dati che Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, lancia l’allarme sulla situazione in Afghanistan in un’intervista a Fanpage.it. La crisi, spiega, è umanitaria ed esiste da prima dell’arrivo dei talebani al potere. E la soluzione non può essere solamente quella dei corridoi umanitari, per Iacomini: “È un’azione efficace ma che non copre i numeri di un esodo”. Ora “bisogna salvare questa popolazione”, ma “il problema non si risolve per slogan”. La partita si giocherà “all’interno del Paese” e la paura è quella che i bambini siano ancora più esposti a “pratiche nefaste” come flagellazioni, costrizioni, arruolamento tra le truppe, matrimoni precoci.

Ci sono 400mila persone in fuga, la metà sono bambini: come facciamo ad assisterli? Quali sono le vie di accesso? Bisogna fare quello che non è stato fatto negli ultimi anni per Siria, Iraq, ovvero non bisogna spegnere la luce. Oggi sul bagnasciuga siamo tutti indignati, ma tra un mese in campagna elettorale parleremo ancora di Afghanistan? Il corridoio umanitario può essere la soluzione per 18 milioni di persone in fuga? Bisogna salvare questa popolazione, che negli ultimi 20 anni si è trovata in una condizione difficile, a differenza di altri scenari complessi dove ancora restano le truppe straniere, in Afghanistan non c’è stata quella osmosi con la popolazione che porta al nation building. Vanno aperte le vie di accesso interne, continuare con altre Ong il nostro lavoro, l’obiettivo è salvare vite di bambini e bambine dialogando con tutti”. Ditelo a Sebastian…

 

 

 

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