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Così in Afghanistan la fuga dell'Occidente spiana la strada al "regno" dei Talebani

Quello dall’Afghanistan non era un ritiro, da parte degli Usa e delle forze dei Paesi Nato tra cui l’Italia,  ma una fuga. Che avrebbe lasciato campo libero a coloro che si era combattuto per vent’anni

Miliziani in Afghanistan
Miliziani in Afghanistan

Umberto De Giovannangeli

14 Luglio 2021 - 16.25


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Eravamo stati facili profeti. Quello dall’Afghanistan non era un ritiro, da parte degli Usa e delle forze dei Paesi Nato tra cui l’Italia,  ma una fuga. Che avrebbe lasciato campo libero a coloro che si era combattuto per vent’anni. Così è. Soldati giustiziati a freddo. Territori conquistati. I traffici di oppio sempre più floridi. E’ l’Afghanistan talebana. 

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Almeno 22 membri delle forze speciali afghane che avevano dichiarato la resa sono stati giustiziati a sangue freddo da un gruppo di combattenti talebani al grido di “Allahu Akhbar”. E’ quanto mostrano alcuni video ottenuti dalla Cnn in merito ad un sanguinoso episodio di omicidi sommari che sono avvenuti lo scorso 16 giugno nella città di Dawlat Abad, Faryab, una regione vicina al confine dell’Afghanistan con il Turkmenistan.

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I soldati giustiziati a sangue freddo

Le vittime erano membri di un’unità delle forze speciali afghane. Dopo una feroce battaglia per tenere la città, il commando aveva finito le munizioni ed è stato circondati dai combattenti talebani, hanno riferito alcuni testimoni. In un video risuonano le parole “arrendetevi”, e diversi uomini emergono da un edificio, disarmati. I talebani però sparano lo stesso. È stato mostrato un altro video di 45 secondi, in cui si può sentire un passante che dice nella lingua pashto locale: “Non sparategli loro, vi prego di non sparargli”. La Croce Rossa ha poi confermato che sono stati recuperati i corpi di 22 soldati.

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Nel frattempo,  i talebani hanno preso il controllo del valico di frontiera Spin Boldak, considerato strategico, con il Pakistan. “I Mujahideen hanno catturato un’importante città di confine, Wesh nel Kandahar – ha fatto sapere un portavoce, Zabihullah Mujahid -. In questo modo l’importante strada tra (Spin) Boldak e Chaman e la dogana di Kandahar sono passate sotto il controllo dei Mujahideen”. Lo scorso autunno, con il profilarsi della partenza delle truppe americane dall’Afghanistan dopo la firma dell’accordo di ritiro con i talebani, molti dei più alti funzionari della sicurezza a Kabul avevano esortato il presidente Ashraf Ghani a un ridimensionamento delle truppe nel Paese, in particolare nelle aree rurali e avamposti remoti.  Meno di un anno dopo, porzioni del territorio sono cadute in mano ai talebani, e migliaia di soldati sono fuggiti dal Paese o si sono arresi ai militanti, consegnando loro equipaggiamento e armi. Il governo centrale appare sempre più isolato. Diversi signori della guerra hanno deciso di non schierarsi, o hanno apertamente cambiato casacca, garantendo ai talebani libertà d’azione nei territori controllati. Persino alcuni capi della minoranza hazara, di credo sciita e dunque perseguitata in passato dai talebani con l’accusa di apostasia, hanno stretto accordi con gli uomini del mullah Akhundzada e non si oppongono all’offensiva nel nord del Paese. Il presidente Ashraf Ghani sembra potersi garantire solo il sostegno dei pashtun dell’Est, e soltanto fin quando potrà garantire il pagamento di stipendi e contributi. Quel che verrà dopo, è immaginabile. 

Dopo che il presidente americano Joe Biden ha annunciato che tutte le truppe statunitensi si ritireranno dall’Afghanistan entro l’11 settembre, è cominciata l’avanzata dei talebani: il gruppo ha affermato di aver preso il controllo di quasi 200 distretti in tutto il paese, principalmente nelle aree settentrionali, come confermato da Shahabuddin Delawar, funzionario dell’ufficio politico talebano in Qatar e capo della delegazione talebana in visita a Mosca. “L’85% del territorio afghano è passato sotto il controllo degli emirati islamici”, ha detto Delawar in una conferenza stampa.

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Tragedia umanitaria

In un comunicato ufficiale l’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, avverte di un’imminente crisi umanitaria in Afghanistan, in una fase in cui l’acuirsi del conflitto sta causando maggiori sofferenze tra i civili, costringendo alla fuga un numero sempre più elevato di persone.
Si stima che, soprattutto a causa di violenze e assenza di sicurezza, da gennaio 2021 i nuovi sfollati interni afghani siano 270.000, cifra che porta il numero totale di persone in fuga a oltre 3,5 milioni. Le famiglie costrette ad abbandonare le proprie case nelle ultime settimane hanno detto di essere fuggite principalmente a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza.
Oltre ai combattimenti in corso, i civili in fuga hanno riferito a Unhcr e partner di casi di estorsione per mano di gruppi armati non governativi e della presenza di ordigni esplosivi improvvisati (Ied) lungo le strade principali. Molti hanno segnalato interruzioni all’erogazione di servizi sociali e perdita di reddito dovute a condizioni di sicurezza sempre più instabili.
Il numero di vittime civili è cresciuto del 29 per cento nel primo trimestre di quest’anno rispetto al 2020, secondo i dati in possesso della UN Assistance Mission in Afghanistan. Una crescente proporzione di donne e bambini è stata presa di mira.
Le esigenze di quanti sono stati costretti a fuggire all’improvviso sono pressanti. L’Unhcr e i partner, nell’ambito di una risposta coordinata, stanno prestando assistenza ai nuovi sfollati afghani assicurando alloggi di emergenza, cibo, cure mediche, approvvigionamento idrico, servizi igienico-sanitari e supporto in denaro, nonostante le difficoltà nel raggiungere i gruppi di persone vulnerabili. Il protrarsi del conflitto, la crescita del numero di persone in fuga, l’impatto del Covid-19, le ricorrenti catastrofi naturali, come la siccità, e l’aggravarsi dei livelli di povertà hanno portato al limite la capacità di resilienza del popolo afghano. Circa il 65 per cento della popolazione afghana – all’interno e al di fuori dell’Afghanistan – è composta da bambini e ragazzi.
L’incapacità di raggiungere un accordo di pace e di porre fine alle violenze in corso in Afghanistan provocherà ulteriori esodi tanto all’interno del paese, quanto verso i paesi limitrofi e quelli lontani dalla regione. Iran e Pakistan accolgono quasi il 90 per cento degli afghani in fuga, vale a dire oltre due milioni di rifugiati afghani registrati in totale. Entrambi i paesi hanno garantito ai rifugiati afghani accesso al territorio e protezione, nonché assistenza medica e istruzione attraverso i rispettivi sistemi nazionali. L’ospitalità e le politiche inclusive da essi assicurati, da decenni e generazioni, non devono essere date per scontate.
L’Unhcr  – recita ancora la nota – accoglie con favore i rispettivi impegni dei governi ad assicurare accesso alle procedure di asilo, in un contesto mondiale segnato dalle criticità sanitarie e socioeconomiche derivanti dalla pandemia di Covid-19. L’Agenzia è pronta a rafforzare il sostegno umanitario in tutti i Paesi di accoglienza, nel caso in cui si registrassero arrivi supplementari.
In questa fase decisiva, l’Unhcr esorta la comunità internazionale a intensificare il supporto a favore del Governo e del popolo dell’Afghanistan e dei paesi vicini, in uno spirito di solidarietà e di condivisione di responsabilità.
Le risorse umanitarie attualmente disponibili sono drammaticamente scarse. L’appello dell’Unhcr per la situazione in Afghanistan (comprese le operazioni per i rifugiati afghani presenti in Pakistan e in Iran) resta gravemente sottofinanziato, dal momento che è stato coperto solo il 43 per cento dei 337 milioni di dollari richiesti.

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La trincea del Jihad

Gli Stati Uniti, dopo gli attentati dell’11 settembre lanciarono nell’ottobre del 2001 l’offensiva contro l’ Afghanistan dei talebani, diventato un safe haven, un rifugio sicuro per i terroristi di al Qaeda.

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Vent’ani dopo, in Afghanistan operano una costellazione di gruppi jihadisti, come il Network Haqqani, manovrato dai Servizi pachistani, e lo Stato islamico, che ha cellule nella capitale e controlla una piccola fetta di territorio al confine con il Pakistan.  L’Afghanistan non è l’Iraq o la Siria, dove gli affiliati all’Isis combattono i curdi, i cristiani e gli sciiti. Qui il potere è conteso ad altri sunniti, i Talebani, e più che per conquistare nuovi territori al “califfato”, si combatte per assicurarsi il controllo delle rotte del commercio dei narcotici. La “fabbrica” talebana di oppiacei mantiene salda la prima posizione mondiale, infatti l’eroina afghana raggiunge quasi tutto il globo. Due dati particolarmente indicativi: copre il fabbisogno del 90% del Canada e dell’85% circa delle richieste mondiali. La produzione e gestione del traffico di droga è la fonte principale di finanziamento dei talebani. Un traffico enorme, fortemente consolidato nella sua catena di produzione-vendita-incasso di milioni di dollari di profitti. Il prodotto viaggia sfruttando tutti i mezzi di trasporto: le rotte aeree e marittime permettono all’eroina afghana di giungere ovunque (eccetto il Sud America, qui vi sono i cartelli narcos che hanno il ‘loro’ prodotto). Le vie terrestri coinvolgono pesantemente Iran e Pakistan, costretti ad impiegare sempre più risorse per contrastare questi flussi. Lo Stato islamico è entrato in questa partita. La provincia di Nangarhar, nella parte orientale del Paese, al confine con il Pakistan, e ora è in buona parte occupata dall’Isis. L’invasione è cominciata nell’estate del 2014, quando dal confine sono arrivati un centinaio di talebani pakistani che, dopo essere scappati dall’esercito, si sono uniti a una fazione di talebani afghani. 

Dopo venti anni di guerra, lo Stato afghano appare oggi una entità fallita. Venti anni di guerra, ovvero oltre 140 mila morti, tra cui almeno 26 mila civili. A questi si aggiungono oltre 3.500 soldati Nato (di cui 53 italiani, più 650 feriti), almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti stranieri. Una guerra costata 900 miliardi di dollari, 7,5 per l’Italia. Afghanistan, 2001-2021: storia di un fallimento. Militare e politico. Perché la Nato non è riuscita né a sconfiggere i talebani, né a riportare la pace né a ricostruire un esercito in grado di contrastarli.

 Sul terreno si assiste ad una competizione per la leadership del terrore tra l’Isis, che sta arruolando i Pashtun, e al Qaeda 2.0. Una concorrenza che non oscura il dato di realtà: l’idea del “califfato” prende sempre più piede, e territori, in Afghanistan. E il “futuro” assomiglia sempre più a un ritorno alla situazione antecedente l’intervento militare dell’ottobre 2001: un Paese-santuario dell’islam radicale armato.

Il “male minore”

E così, nella logica delle alleanze variabili che connota, in politica estera, l’agire americano (prima e dopo Trump) i talebani possono diventare il “male minore” con cui venire a patti, come sta accadendo in Siria con Bashar al-Assad.  Resta il fatto, incontestabile, che dall’avvio della “guerra al terrorismo” qaedista, nell’ottobre 2001, l’Afghanistan è un Paese che non sa cosa sia la pacificazione, dove a prosperare sono solo i traffici di armi e di droga. Un Paese dove imperano milizie jihadiste, “signori della guerra” e califfi eterodiretti; un Paese dove nessuno può dirsi al sicuro. Per il giornalista francese Jean-Pierre Perrin, autore del libro Le djihad contre le rêve d’Alexandre, una storia dell’Afghanistan dal 330 a.C. ai giorni nostri, gli occidentali hanno già perso: “I Paesi occidentali non vogliono riconoscere questa umiliante sconfitta. E ancora meno sono disposti ad accettare che sia stata inflitta loro da bande di irregolari male armati, male addestrati, poco equipaggiati e dieci volte meno numerosi. Questa sconfitta ci riporta ai fallimenti degli invasori precedenti: gli inglesi in tre occasioni – e la prima volta risaliva a qualche anno dopo la vittoria su Napoleone – i russi e prima di loro altri eserciti stranieri meno importanti come gli iraniani. Del resto non è un caso se l’Afghanistan è chiamato il ‘cimitero degli imperi’”.  Un “cimitero” dal quale tutti stanno per andarsene. Senza, però, dare l’idea di una fuga dalla sconfitta.

Quanto all’accordo di “pace” Usa-Talebani, vale quanto scritto a suo tempo  da Franco Venturini sul Corriere della Sera:” È la pace di Donald Trump, che vuole avere il tempo e il modo di ritirare dalla ‘Tomba degli imperi’ afghana quasi tutti i suoi 13.000 soldati prima delle elezioni presidenziali di novembre, e che già tra 135 giorni potrà esibire agli elettori statunitensi una riduzione del contingente a 8.600 uomini. Quanto dovrebbe bastargli per rimanere alla Casa Bianca. Già tra 135 giorni il Presidente potrà esibire agli elettori statunitensi una riduzione del contingente a 8.600 uomini. Quanto dovrebbe bastargli per rimanere alla Casa Bianca. È la pace dei Talebani, ai quali per tornare al potere viene chiesta soltanto la stessa pazienza che ebbero i nordvietnamiti quando gli statunitensi cominciarono a ripiegare, fino a quell’ultimo sovraccarico elicottero in partenza nel 1975 dal tetto dell’ambasciata di Saigon. Forse si può sperare che sia anche la pace delle popolazioni civili afghane, che hanno pagato un prezzo esorbitante alla ferocia o alla mancanza di cautela di entrambi gli schieramenti. Ma non è la pace, questa, degli afghani che si sono battuti con enormi perdite a fianco degli occidentali, e che ora sono stati esclusi dai negoziati con i Talebani in cambio di un vago dialogo interafghano’”.

Quell’accordo spacciato per “pace” non è servito a Trump per restare alla Casa Bianca. Per il resto, le considerazioni di Venturini valgono per l’oggi. E per un futuro che per l’Afghanistan è un ritorno al passato. 

Un rapporto riservato dell’intelligence Usa – già abbozzato durante la presidenza Trump ma tenuto nel cassetto per non irritare l’inquilino della Casa Bianca – rivelato di recente dal New York Times – conferma che in caso di ritiro delle truppe occidentali gli integralisti riprenderebbero subito il potere.  Una previsione che si sta trasformando in realtà. Una realtà-incubo per il popolo afghano. Ed è solo l’inizio.

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