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Condannati a "non esistere": 237milioni di bambini nel mondo non hanno certificato di nascita

Secondo Unhcr e Unicef, in molti paesi le donne possono affrontare discriminazioni che impediscono o ostacolano la possibilità di registrare i bambini alla nascita, rischiando così di diventare apolidi.

Bambini migranti
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

8 Luglio 2021 - 17.22


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Tra le tante forme di discriminazione nei confronti delle donne, ce n’è una di cui si parla e scrive poco ma che è tra le più odiose: secondo un rapporto congiunto  lanciato ieri dall’Unhcr,  l’Agenzia Onu per i Rifugiati, e dall’Unicef, in molti paesi le donne possono affrontare discriminazioni che impediscono o ostacolano la possibilità di registrare i bambini alla nascita, rischiando così di diventare apolidi.
L’ultima analisi del rapporto Sex Discrimination in Birth Registration  (“Discriminazione di genere e Registrazione della nascita”) mostra che queste barriere potrebbero esistere nella legislazione o nelle norme culturali che orientano le pratiche di registrazione delle nascite. In alcuni paesi è assegnata al padre o ad altro membro maschile della famiglia la responsabilità legale di registrare la nascita di un bambino, mentre le madri possono farlo solo in circostanze eccezionali. Se il padre non registra la nascita, il bambino potrebbe rimanere non registrato.

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Discriminate e sfruttate

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In alcuni contesti, medici, ostetriche o capi tribù che assistono alla nascita di un bambino hanno la priorità sulla madre nella lista dei membri della comunità che hanno il diritto di registrare la nascita. Inoltre, ci sono paesi in cui il diritto legale di una madre di registrare la nascita di suo figlio dipende dalla sua capacità di provare che il bambino è nato da un matrimonio, in genere richiedendo un certificato di matrimonio.
“Fondamentale per evitare un’infanzia apolide è la possibilità di entrambi i genitori di registrare la nascita dei loro figli. Impedire alle donne di avere pari diritti di farlo rischia di lasciare un bambino senza una forma cruciale di identità legale e la prova del diritto a una nazionalità”, afferma Grainne O’Hara, Direttore dell’Unhcr per la protezione internazionale.
Oggi, secondo i dati Unicef, 1 bambino su 4 sotto i 5 anni non è registrato alla nascita. Anche quando lo sono, potrebbero non avere traccia della registrazione. Circa 237 milioni di bambini sotto i 5 anni nel mondo, attualmente, non hanno un certificato di nascita. Un certificato di nascita serve come prova dell’idoneità di un bambino di ottenere una nazionalità, provando il paese in cui è nato e documentando l’identità dei suoi genitori.
“È fondamentale che tutti i bambini siano registrati alla nascita per garantire la loro salute e il loro benessere”, rimarca  Cornelius Williams, Direttore associato dell’Unicef per la protezione dei minori. “Senza un certificato di nascita, un bambino corre un rischio maggiore di apolidia e di esclusione dai servizi essenziali, tra cui l’assistenza sanitaria e l’istruzione. La nostra analisi mostra chiaramente che i governi di tutto il mondo dovrebbero intraprendere azioni urgenti affinché la discriminazione non impedisca alle donne di registrare la nascita dei loro figli su una base di parità con gli uomini.”
L’analisi congiunta dell’Unhcr e dell’Unicef mostra anche che Stati diversi come la Guinea, il Sud Sudan, il Mozambico e il Nepal hanno mosso dei passi per riformare le leggi di registrazione civile, concedendo uguali diritti alle donne per la registrazione delle nascite. Il nuovo rapporto raccomanda i passi che i paesi possono intraprendere per rimuovere la discriminazione dal processo di registrazione delle nascite, comprese le riforme legali e la sensibilizzazione delle donne, delle famiglie e delle comunità per sostenere i diritti delle madri e per aumentare la comprensione dell’importanza della registrazione delle nascite. L’Unhcr e l’Unicef guidano congiuntamente la Coalition on Every Child’s Right to a Nationality, che ha l’obiettivo di rispondere all’apolidia dei bambini come parte della Campagna #IBelong per porre fine all’apolidia.

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Quei vaccini negati

L’Unhcr ha anche lanciato l’allarme sulla questione degli apolidi che in tutto il mondo rischiano di non essere vaccinati contro il Covid-19 in quanto privi di cittadinanza o di una prova di identità.

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Gillian Triggs, assistente Alto commissario, ha spiegato che “Sappiamo che in tutto il mondo ci sono milioni di apolidi che non hanno la nazionalità di alcuno Stato. Questo ha un impatto estremamente dannoso sui loro diritti umani fondamentali, e ora potrebbero anche essere esclusi dall’accesso alle vaccinazioni salvavita”.

L’ente Onu in una nota cita il suo ultimo rapporto The Impact of Covid-19 on Stateless Populations, dove si osserva come la maggior parte dei piani di immunizzazione nazionali non fornisce chiarezza sulla copertura degli apolidi. Pertanto l’Unhcr avverte che molte persone prive di nazionalità o documenti d’identità saranno esclusi dalla vaccinazione, a meno che gli Stati non facciano sforzi particolari per identificarli e si facciano carico delle specificità che li riguardano. Il nuovo rapporto fornisce raccomandazioni ed esempi di buone prassi adottate dagli Stati, compresa l’accettazione di forme alternative di prova dell’identità di una persona.

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Triggs ha aggiunto: “Nell’interesse di proteggere la vita delle persone e garantire la salute pubblica, i piani nazionali di vaccinazione devono essere attuati nel modo più inclusivo possibile. Dato che molti apolidi affrontano già un’esclusione ed un’emarginazione diffuse, è necessario affrontate le barriere di accesso alla vaccinazione e la situazione degli apolidi merita una considerazione attenta”.

Dall’inizio della pandemia, secondo l’Unhcr molti apolidi continuano a incontrare difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi sociali. Molti potrebbero temere di farsi avanti per test o trattamenti a causa della loro mancanza di status legale, che potrebbe metterli a rischio di detenzione o deportazione. Il costo delle cure mediche, comprese le vaccinazioni, può anche essere proibitivo per gli apolidi, poiché di solito non sono coperti dai programmi sanitari pubblici nazionali.

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Secondo l’Unhcr, che ha un mandato formale delle Nazioni Unite per prevenire e ridurre l’apolidia e proteggere gli apolidi, vi sono almeno 4,2 milioni di apolidi in circa 94 paesi. A causa della natura invisibile di questo problema, si ritiene che la cifra reale sia sostanzialmente più alta.

A più di un anno dall’inizio della pandemia, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati avverte anche che le interruzioni dei servizi di registrazione delle nascite stanno creando nuovi rischi di apolidia. Un certo numero di paesi ha sospeso i servizi anagrafici a causa della pandemia, ed in particolare è stata colpita la registrazione delle nascite – che è fondamentale per stabilire l’idoneità alla nazionalità. I paesi in cui i servizi di registrazione delle nascite sono stati parzialmente o totalmente sospesi stanno ora riportando tassi di registrazione delle nascite più bassi e hanno accumulato arretrati sostanziali.

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In molti contesti sono state sospese anche le campagne mirate per registrare le nascite fra le popolazioni difficili da raggiungere e a rischio di apolidia. I rischi di apolidia sono probabilmente più alti per i gruppi minoritari – che costituiscono infatti la maggioranza delle popolazioni apolidi conosciute.

  “L’impatto socio-economico senza precedenti della pandemia sta mettendo a repentaglio molte vite. Stiamo assistendo a un aumento estremamente preoccupante di segnalazioni di violenza di genere, inclusi casi di violenza domestica, matrimoni forzati, lavoro minorile e gravidanze adolescenziali”, dichiara  l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi. Secondo Grandi,  “la comunità internazionale deve fare un passo in avanti e aiutare a proteggere i diritti delle donne e delle ragazze costrette alla fuga e apolidi. Questo implica il sostegno ai programmi umanitari che combattono la disuguaglianza di genere, compresa la violenza di genere, e anche l’ampliamento dei programmi di istruzione e delle iniziative professionali e di autosufficienza. Tali iniziative devono anche essere incluse nei pacchetti di sostegno socio-economico che i governi stanno progettando e attuando”. A giudizio dell’Unhcr, “nonostante l’impatto della pandemia di Covid-19 che alimenta le disuguaglianze di genere ed aumenta i rischi di violenza contro le donne e le ragazze, i programmi di prevenzione e risposta sono ancora gravemente sotto finanziati” ed è per questo che “esorta i governi a prestare urgentemente attenzione a questi rischi e a sostenere il pieno coinvolgimento e la leadership delle donne rifugiate, sfollate e apolidi nei piani di risposta e recupero”. 

La mancanza di cittadinanza comporta l’assoluta impossibilità di accedere a servizi primari: scuola, lavoro, assistenza sanitaria e casa, fino alla registrazione di un figlio o alla semplice apertura di un conto corrente. Inoltre, spesso la condizione di apolide è ereditaria. Perché per la legge di molti stati non basta essere nati in un determinato Paese per esserne cittadini (secondo il cosiddetto “ius soli“), ma la cittadinanza dipende da quella dei genitori (in base invece allo “ius sanguinis“). Con la conseguenza nefasta che i figli degli apolidi diventano apolidi a loro volta, anche laddove nascono e vivono sempre nel Paese che ha dato rifugio ai genitori. 

È quanto avvenuto, ad esempio, con la diaspora dei Rom dispersisi in varie realtà territoriali d’Europa all’indomani della caduta dell’ex Jugoslavia. Per loro, lo stato di cui avevano i documenti non esiste più e non c’è il riconoscimento della cittadinanza da parte dei nuovi Stati. 

In questo modo, diventa quasi impossibile attuare le necessarie politiche di accoglienza e di integrazione. Tanti sono i casi di apolidi che finiscono in prigione senza una piena tutela legale, non potendo dimostrare chi sono e la propria provenienza. Accanto ai Rom in Europa, esistono altre minoranze discriminate in diversi contesti del mondo: i musulmani dei Rohyngia, in Myanmar; le popolazioni indigeni della Thailandia; i Beduini di alcuni stati del Golfo Persico. Per non dimenticare il caso più recente del Sud Sudan, con un numero rilevante di apolidi meridionali che vivono nel Nord e di apolidi settentrionali che vivono invece nel Sud a “scannarsi” fra loro in nome di uno status civile e giuridico inesistente. 

Invisibili

Invisibile. La prima condizione in cui si trovano gli apolidi, individui senza patria e senza cittadinanza, è quella dell’invisibilità. Senza diritti, in primo luogo – ovviamente – quello a una cittadinanza – non ha accesso alla società e rimane intrappolato ai margini. Un’invisibilità anche ai media tanto poco se ne parla. Con queste 8 domande vogliamo portare alla luce una condizione di esclusione e di marginalità, che però coinvolge migliaia di persone in Italia e milioni nel mondo.

 Almeno 10 milioni di persone al mondo sono attualmente apolidi e ogni dieci minuti un bambino nasce apolide. Non gli è concessa una cittadinanza, gli vengono spesso negati diritti e servizi che i Paesi normalmente garantiscono ai loro cittadini. “L’Apolidia può significare una vita senza un’istruzione, senza cure mediche o regolare impiego …una vita senza la possibilità di muoversi liberamente, senza prospettive o speranze,” continua la lettera aperta dell’Unhcr.  “L’apolidia è inumana. Riteniamo sia giunto il momento di porre fine a questa ingiustizia”. Angelina Jolie è stata tra i primi a firmare la lettera aperta. “Essere apolide vuol dire che non avere un’identità legale per se e i propri figli, né passaporto, né diritto di voto e limitate o inesistenti opportunità di ricevere un’istruzione. La fine dell’apolidia significherebbe porre rimedio a queste terribili ingiustizie. Inoltre, si rafforzerebbe la società nei Paesi dove si trovano persone apolidi potendo attingere dalle loro energie e dalle loro capacità. E’ sia un dovere sia un’opportunità per i governi di tutto il mondo porre fine a questa esclusione”, Molte situazioni di apolidia sono una conseguenza diretta di discriminazioni basate sull’etnia, sulla religione o sul genere. Inoltre, al momento 27 paesi negano alle donne il diritto di trasferire la loro cittadinanza ai propri figli su base paritaria come gli uomini, una situazione che può creare la trasmissione a catena dello status di apolide di generazione in generazione. C’è inoltre un effettivo collegamento tra apolidia, migrazione forzata e stabilità regionale.

Di tutto questo i grandi della Terra non ne parlano. Gli “invisibili” rimangono tali. Condannati a “non esistere”. 

 

 

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