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Presidenziali in Iran, con la vittoria di Raisi tutto il potere alla Khamenei holding

Dopo otto anni di presidenza Rouhani, il paese si sposterà quindi quasi certamente a destra, rendendo assai più complicata la già fragile relazione con i paesi occidentali e con gli Stati Uniti.

Il presidente dell'Iran Ebrahim Raisi
Il presidente dell'Iran Ebrahim Raisi

Umberto De Giovannangeli

19 Giugno 2021 - 15.56


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Il cerchio si è chiuso. Ora la Guida spirituale ha il controllo assoluto dei vertici del regime teocratico-militare. Si scrive Ebrahim Raisi. Si legge Ali Khamenei.

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Secondo i primi dati parziali resi noti dal ministero dell’Interno, Ebrahim Raisi, il candidato ultraconservatore alle presidenziali in Iran, si aggiudica 17,8 milioni di voti, pari al 62%. Altri 3,3 milioni vanno ad un altro conservatore, Mohsen Rezai, 2,4 milioni di voti al moderato Abdolnasser Hemmati e meno di un milione al deputato conservatore Amirhossein Hashemi-Ghazizadeh. Secondo questi dati, sono stati scrutinati finora 28,6 milioni di voti, pari ad un’affluenza del 48,5%.

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Non è stato precisato quanti sono i voti ancora da scrutinare, e quindi quale sarà il dato finale dell’affluenza. I due principali candidati rivali dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi hanno riconosciuto la sua vittoria nelle elezioni presidenziali in Iran, congratulandosi con lui. Lo riferiscono le agenzie Irna e Fars.

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Tutto come nelle previsioni

Secondo quanto riferisce la Fars, il candidato moderato Abdolnasser Hemmati, in un messaggio a Raisi gli ha fatto le congratulazioni, riconoscendolo come ottavo presidente e auspicando che “le sue iniziative sulla scena interna e internazionale portino onore alla Repubblica islamica, uno sviluppo dell’economia, la calma e il benessere per il popolo iraniano”.

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Anche il conservatore Mohsen Rezai, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, ha inviato un messaggio congratulandosi con la Guida suprema Ali Khamenei e con “il presidente eletto Raisi”, definendo le elezioni una prova e “una pagina d’oro” nella storia della nazione iraniana.

Il presidente uscente iraniano Hassan Rouhani ha incontrato oggi quello eletto Ebrahim Raisi, che entrerà in carica il 3 agosto, anche se il risultato finale ufficiale non è ancora stato annunciato. Lo rende noto la televisione di Stato. Rouhani, citato dall’agenzia Irna, ha detto di sperare che nei restanti 45 giorni del suo mandato si creerà “una situazione migliore, compresa la revoca delle sanzioni Usa e una riduzione della diffusione del Covid per lasciare una migliore atmosfera al prossimo governo”.

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La vittoria dell’attuale capo della giustizia iraniana, prescelto dell’ayatollah Khamenei, è di grande interesse per i leader occidentali, Stati Uniti in testa: Raisi è stato sanzionato nel 2019 per violazione dei diritti umani e ripetutamente accusato di crimini contro l’umanità e la sua elezione incombe sulla rinegoziazione in corso tra Washington e Teheran del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare iraniano, firmato da Barack Obama e Hassan Rouhani nel 2015 e dal quale Donald Trump è uscito nel 2018. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha affermato oggi che l’elettorato ha partecipato alle presidenziali di ieri nonostante la propaganda per il boicottaggio di quelli che ha definito “i media mercenari del nemico e alcuni individui ingenui”. Secondo la Guida, citata dalla televisione di Stato, “né i problemi economici, né la pandemia né la propaganda dei nemici che cercavano di deludere il popolo per non farlo votare, hanno potuto minare la determinazione della nazione”.

Svolta a destra

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Dopo otto anni di presidenza Rouhani, l’amministrazione iraniana si sposterà quindi quasi certamente verso destra, rendendo assai più complicata la già fragile relazione con i paesi occidentali, e soprattutto con gli Stati Uniti. Le esclusioni dei candidati moderati erano state l’ultima conseguenza di un processo politico in atto da diverso tempo in Iran, iniziato con la decisione presa nel 2018 dall’allora presidente statunitense Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo che impegnava l’Iran all’uso esclusivamente civile dell’energia nucleare, di fatto affossandolo.

Già allora molti esperti e osservatori avevano messo in guardia sul rischio che quella decisione potesse indebolire chi in Iran aveva fortemente voluto l’accordo – i moderati di Rouhani, i più aperti al dialogo con l’Occidente – e rafforzare chi l’aveva invece sempre criticato, cioè gli ultraconservatori.

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La crisi morde

Con la reimposizione di pesanti sanzioni da parte Usa, la moneta iraniana, il rial, è crollata rispetto al dollaro e l’inflazione interna ha cominciato a galoppare senza freni. I prezzi dei generi alimentari di base rincarano quasi ogni settimana, e alla gente resta ben poco per il superfluo. A fare precipitare ulteriormente la situazione è stato il Covid, che ha colpito l’Iran più di ogni altro Paese mediorientale, facendo oltre 80.000 morti. I contagi giornalieri si mantengono ancora intorno ai 10.000.

I media statali riconoscono come la corruzione dei mullah e le politiche economiche sbagliate abbiano devastato la vita del popolo iraniano. “La scarsità di beni e i prezzi angustiano la vita delle persone. Ieri, come gli altri giorni negli ultimi sette mesi, le persone erano in fila per acquistare pollame ”, ha scritto Vatan-e Emrooz.

“L’insoddisfazione delle persone nell’ultimo anno è aumentata per vari motivi. Le persone sono alle prese con diverse questioni economiche, politiche, culturali e sociali ”, ammette  il quotidiano di Stato Arman.

“Nel dicembre 2019, Hossein Salahvarzi, Vicepresidente della Camera di commercio e dell’industria iraniana, ha classificato l’Iran al 119esimo posto tra gli altri paesi del mondo sulla base di un rapporto globale che confrontava i paesi nel quadro di 9 indicatori di opportunità di business, libertà individuali e qualità della governance “, aggiungeva Arman.

“Secondo il grafico ufficiale della Banca Centrale, il tasso di inflazione nel 2018 ha raggiunto il 31,2%, nel 2019 ha raggiunto il 41,2%. Secondo il recente rapporto del Ministero dell’Economia, il tasso di inflazione dichiarato nel 2020 ha superato il 44% ”, ha scritto il mese scorso  l’agenzia di stampa Tasnim.

“Il legare tutti i problemi alle sanzioni è inflazionato da anni. Le sanzioni non sono la ragione della profonda crisi economica iraniana. Secondo esperti economici e politici, il 30% dei problemi è dovuto alle sanzioni, ma il 70% dei problemi è dovuto alla cattiva gestione, alle decisioni [sbagliate] e alla pianificazione del governo, rimarca il quotidiano statale Siyasat-e Rouz  “Le persone sono ora alle prese con problemi che aumentano la loro insoddisfazione, come il problema [nell’acquisto] di pollame, uova, oli vegetali e altri prezzi balzati improvvisamente alle stelle. Il governo non è in grado di risolvere questi problemi ”, ha aggiunto Siyasat-e Rouz.

“Dobbiamo incolpare le sanzioni per i prezzi alle stelle e la scarsità di pollame? L’incoscienza e la disabilità [del regime] non sono coinvolte in questa [crisi]?” Si legge un articolo, sempre su  Siyasat-e Rouz.

“Purtroppo, il 60% della popolazione è sotto la soglia della povertà…. Non dobbiamo ingannare noi stessi. Negli ultimi quattro decenni, la fiducia delle persone nel sistema non era minore di quella attuale. Secondo l’agenzia statale Alef News Agency, “le persone attualmente hanno raggiunto i livelli più bassi di fiducia nel sistema”, afferma Ahmad Tavakoli, membro del Consiglio di convenienza del regime.

“Le persone vivono in condizioni così precarie che il governo è obbligato a violare anche le [sue] stesse regole e principi di base e ad aiutare le persone. Se non agisce, succede qualcosa che non dovrebbe accadere “, aggiunge Tavakoli.

Il potere dei Pasdaran

Secondo uno studio recente, i Pasdaran controllerebbero addirittura il 40% dell’economia iraniana: dal petrolio al gas e alle costruzioni, dalle banche alle telecomunicazioni. Un’ascesa che si è verificata soprattutto sotto la presidenza di Ahmadinejad, ma che è proseguita sotto quella di Rouhani. I Pasdaran fanno direttamente capo alla Guida Suprema della Repubblica islamica dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. E sempre la Guida Suprema controlla direttamente la Setad, una fondazione con 95 miliardi di dollari di asset presente in tutti i comparti dell’economia. La Setad di Khamenei, ovvero “Setad Ejraiye Farmane Hazrate Emam”, “Sede per l’esecuzione degli ordini dell’Imam”, rimarca Alberto Negri, tra i più validi conoscitori del “pianeta-Iran” “fu costituita nel 1989 dall’Imam Khomeini, con il compito di gestire le proprietà sequestrate negli anni caotici post rivoluzionari per poter aiutare i poveri e i veterani della guerra durata otto anni contro l’Iraq (un milione tra morti e invalidi). All’epoca dello Shah 100 famiglie introdotte alla corte dei Palhevi controllavano l’80% dell’economia che oggi è passata nelle mani dell’élite al potere.  Doveva rimanere in vita solo un paio d’anni ma nel corso del tempo si è trasformata in un colosso immobiliare – 52 miliardi di asset – che ha acquistato partecipazioni in decine di aziende in quasi tutti i settori: finanza, petrolio, telecomunicazioni, dalla produzione di pillole anticoncezionali all’allevamento degli struzzi. Tra portafoglio immobiliare (52 miliardi di dollari) e quote societarie, 43 miliardi, la Setad ha un valore nettamente superiore alle esportazioni petrolifere iraniane dello scorso anno. Le Bonyad, le Fondazioni esentasse, sono il cuore dell’economia: detengono almeno il 30-40% del Pil e hanno sottratto spazio ai privati favorendo soltanto alcuni di loro, quelli vicini alla cerchia del potere che ricordiamolo è comunque sempre a geometria variabile, a seconda delle stagioni politiche…”. Se si somma il potere diretto di Kamenei a quello, altrettanto pervasivo e radicato della “Pasdaran Holding”, si ha un quadro sufficientemente nitido su un regime teocratico-militare che si è fatto, per l’appunto, sistema.

Annota Riccardo Redaelli su Avvenire: “All’interno del nezam, ossia il sistema di potere post-rivoluzionario, vi siano forze potentissime – in particolare i pasdaran, elementi dell’intelligence e i conservatori più integralisti – a favore di una trasformazione della Repubblica islamica in senso ancora più totalitario, eliminando quella compresenza di correnti di pensiero diversificate e quel poco che rimane di una certa tolleranza verso i riformisti e i moderati. Favorire in modo così smaccato la vittoria di un conservatore anti- occidentale come Raisi non renderà più semplici i già complicati negoziati per far tornare gli Stati Uniti al tavolo dell’accordo nucleare siglato da Obama nel 2015 e de- nunciato unilateralmente da Trump nel 2018. Biden vuole ripartire da quell’accordo, ma la strada è lastricata di difficoltà. Tanto negli Usa, quanto in Iran, dove i gruppi più radicali stanno sabotando ogni possibilità di un compromesso. Una scelta che appare in Occidente incomprensibile, vista la catastrofica situazione economica iraniana – con il disperato bisogno di far rientrare in Iran almeno le aziende europee – e le pressioni regionali. Ma tutto ciò riflette l’oltranzismo dei gruppi legati alla parte peggiore del sistema, i quali hanno conquistato il potere marginalizzando riformisti e moderati proprio in virtù del clima di contrapposizione e di minaccia all’esistenza stessa della Repubblica islamica. Sono gli stessi gruppi che spingono per mantenere una sovraesposizione a livello regionale in Iraq, Siria, Libano, Palestina, Yemen e guardano con scetticismo ai tentativi recenti di dialogo con gli Emirati e i sauditi. Di fatto oggi è in atto in Iran una presa del potere senza precedente da parte del cosiddetto ‘Deep State’, ossia la parte più oscura, profonda e meno visibile degli apparati istituzionali iraniani”.

Una presa ancora più ferrea adesso che alla presidenza c’è un devoto di Khamenei. 

 

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