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Corridoi legali, chiusura dei lager: su Libia e migranti il Commissario "commissaria" il Presidente

Filippo Grandi, l’Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati, Unhcr  nei giorni scorsi  ha incontrato a Roma i vertici politici e istituzionali. Draghi, Mattarella e Papa Francesco

Filippo Grandi, l’Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati, Unhcr
Filippo Grandi, l’Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati, Unhcr

Umberto De Giovannangeli

18 Aprile 2021 - 17.36


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Una finestra di opportunità. Da spalancare prima che si richiuda, forse definitivamente. La Libia e i migranti visti da Filippo Grandi, l’Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati, Unhcr  che nei giorni scorsi  ha incontrato a Roma i vertici politici e istituzionali. Grandi ha avuto colloqui fra gli altri con il presidente Mattarella, il premier Draghi, i ministri degli Esteri e degli Interni Di Maio e Lamorgese, i presidenti delle Camere. Ed è stato ricevuto in udienza anche da papa Francesco.

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Il Commissario “commissaria” il Presidente

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Dal governo italiano “ho ricevuto assicurazioni positive che riprenderanno tutti i tipi di evacuazione di migranti e rifugiati più vulnerabili dalla Libia, sia dirette in Italia sia attraverso altri Paesi africani. Questo tipo di evacuazioni è stato ridotto considerevolmente durante la fase acuta della pandemia, per motivi obiettivi. È importante che vengano riprese, e ne ho avuto l’assicurazione. In questo contesto, ho anche avuto l’assicurazione che i famosi corridoi umanitari riprenderanno non soltanto dalla Libia, ma anche da altri Paesi”, afferma Grandi in una conferenza stampa virtuale in occasione della sua  intensa missione romana. “L’Italia e l’Unhcr restano attente alla situazione libica e anche, da un certo punto di vista, preoccupate o vigilanti sugli sviluppi futuri. I recenti accordi politici tra i vari gruppi in conflitto in Libia sono ragione di aspettative un pochino più positive”, ha spiegato l’Alto Commissario dell’Unhcr.
“Saluto l’impegno italiano che abbiamo visto tradotto nella visita del presidente del consiglio a Tripoli qualche giorno fa.
In questo contesto di possibile temporanea tregua, e di stabilità o riduzione della violenza – ha sottolineato Grandi – è importante utilizzare questa fase anche per migliorare in Libia la gestione dei flussi migratori, questione di primaria importanza per l’Italia ma anche per l’Unhcr. Da anni ormai noi cerchiamo di noi ci battiamo perché la detenzione di rifugiati e migranti sia progressivamente eliminata, detenzione che dal punto di vista legale non ha nessun fondamento”.
“So che c’è stata molta discussione in Italia per alcune dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla questione della Guardia costiera libica e delle intercettazioni in mare. Quello che vorrei dire è che c’è stato un investimento in passato nella Guardia costiera libica perché aumenti le proprie intercettazioni. Tutte le istituzioni di un paese sono legittimate a fare operazioni nelle proprie acque territoriali, ma quello che mi preoccupa è che lo stesso investimento non è stato fatto in altre istituzioni libiche, preposte a occuparsi delle persone sbarcate in Libia. Per questo ci preoccupano i ri-sbarchi in Libia, perché le persone sbarcate entrano poi nel circolo vizioso di detenzioni, abusi e nuovi tentativi di traversata senza nessun senso di umanità, senza nessun senso di giustizia. Per questo, anche le istituzioni preposte a questo tipo di appoggio ai rifugiati devono essere ugualmente rinforzate dalla comunità internazionale”, ha proseguito Grandi.
“Bisogna continuare a operare perché i centri di detenzione siano progressivamente chiusi. In quelli cosiddetti ufficiali ci sono ancora più di 4000 detenuti, di cui un quarto circa noi riteniamo essere migranti e rifugiati, e siccome non tutti possono essere evacuati dalla Libia, è importante lavorare per stabilizzare le persone che escono dei centri di detenzione perché non diventino vittime di trafficanti”, ha sottolineato.

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Con l’intelligenza politica e il garbo diplomatico che da sempre lo contraddistinguono, Grandi mette in luce un aspetto della politica italiana, dei passati governi e anche di quello attuale, sulla Libia: l’Italia ha investito e molto sulla Guardia costiera libica e poco, molto poco, su altre istituzioni “preposte a occuparsi delle persone sbarcate in Libia”. Una scelta dettata dall’”ossessione” che ha mosso sia il Conte I (maggioranza gialloverde) sia il Conte II (maggioranza giallorossa) e in precedenza i governi Renzi e Gentiloni: fermare (l’inesistente) “invasioni di migranti. Su questo, al di là dei toni e della strumentalizzazione elettorale, c’è una continuità di fondo nell’azione degli ultimi tre titolari del Viminale: Minniti, Salvini e Lamorgese.

Si continua a morire

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Una settimana fa, Medici senza frontiere ha denunciato la morte di una persona e il ferimento di due giovani nel sovraffollato centro di detenzione di AL Mabani, a Tripoli, che ospita rifugiati e migranti. I feriti sono due adolescenti di 17 e 18 anni, accompagnati in ospedale con ferite da arma da fuoco: sono stati curati da un team di Msf.

Secondo informazioni raccolte da Msf, la notte dell’incidente c’erano state tensioni culminate in scontri a fuoco indiscriminati nelle celle dove sono detenute le persone entrate illegalmente in Libia fuggendo dalla guerra o dalla miseria con la speranza di raggiungere l’Europa. La Libia considera l’immigrazione clandestina un reato e lo persegue con la detezione: sono state ripetutamente denunciate violazioni gravissime dei diritti umani.

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“Questa sparatoria dimostra i gravi rischi che affrontano le persone rinchiuse nei centri di detenzione per un periodo di tempo indefinito”, dice Ellen van der Velden, responsabile dei progetti Msf in Libia. “Quest’ultimo atto di violenza è una chiara conferma che i centri di detenzione sono luoghi pericolosi”.

Nelle ultime settimane le equipe mediche di Msf hanno denunciano di avere assistito a un aumento delle tensioni nei centri di detenzione libici. Donne, bambini e minori non accompagnati sono detenuti in condizioni pessime e talvolta disumane. Da inizio febbraio la situazione nei campi è nettamente peggiorata. E’ l’effetto del miglioramento delle condizioni meteo e delle temperature, che inducono un numero crescente di migranti e rifugiati a tentare la traversata in mare verso l’Europa: intercettati dalla Guardia costiera libica, vengono rinchiusi nei centri. A Tripoli, in particolare nel centro di detenzione di Al Mabani, con il progressivo sovraffollamento le condizioni di vita sono drasticamente peggiorate.

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Nella prima settimana di febbraio, rende noto Msf, il numero delle persone detenute a Al Mabani è cresciuto da 300 a 1.000 in pochi giorni, e attualmente la struttura ospita circa 1.500 persone con poca luce naturale e poca areazione a disposizione, con cibo e acqua potabile insufficienti come le strutture igieniche. In un solo metro quadrato, dice Msf, sono ammassate fino a tre persone ed è impossibile persino riuscire a sdraiarsi. Scabbia e tubercolosi si sono rapidamente diffuse, e il distanziamento fisico per sfuggire al Covid è inesistente.

Negli ultimi mesi sono state segnalate sparatorie e decessi, e le equipe di Msf denunciano di avere assistito all’uso della forza fisica da parte di chi sorveglia le strutture. A febbraio i medici di Msf hanno curato 36 persone per fratture, traumi contusivi, abrasioni, lesioni agli occhi, ferite da arma da fuoco e debolezza degli arti in vari centri di detenzione; 15 di questi pazienti sono stati trasferiti da Msf in ospedale per ulteriori cure. Le ferite erano recenti, a dimostrazione che sono state provocate all’interno dei centri di detenzione.

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Le autorità di Al Mabani hanno aperto un’indagine, Msf chiede di condividerne gli esiti e di “porre fine alla detenzione arbitraria in Libia con il rilascio immediato di tutte le persone attualmente trattenute nei centri a cui va garantita una sistemazione sicura e l’accesso ai servizi di base”.

Le violazioni dei diritti umani e la gestione dei fondi

Dal 2017, oltre 600 mila persone, tra migranti e rifugiati, sono state intercettate in mare dalla guardia costiera e trattenute nei centri di detenzione libici. Questi campi sono stati più volte denunciati dalle organizzazioni internazionali, compresa l’Onu, per le violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate al loro interno e per le condizioni disumane in cui vengono lasciati i migranti. L’Italia ha fatto ben poco finora per cambiare questa situazione. Rispetto ai 20 milioni dati alla guardia costiera libica l’investimento per migliorare le condizioni dei centri di detenzione è stato di solo 6 milioni negli ultimi anni e nessun progetto è stato ancora completato. Inoltre, c’è stata una totale mancanza di monitoraggio da parte dell’Italia rispetto ai fondi dati a Tripoli nel corso degli ultimi anni. Secondo diverse inchieste, molti di questi finanziamenti sono finiti in mano a trafficanti e milizie, gli stessi che speculano sul traffico di migranti, a cui chiedono migliaia di euro per traversate quasi impossibili.

Soccorsi negati

Di grande interesse è il report di Silvia Palazzolo su Il  Sussidiario.net: Centinaia di persone morte, bambini inclusi. Anche per l’inerzia della Guardia costiera libica che ha ignorato le richieste di aiuto dell’Italia nella gestione dei salvataggi. È quanto emerge dai brogliacci delle comunicazioni che è riuscito a ottenere il quotidiano Domani, in collaborazione con il quotidiano britannico Guardian e RaiNews – scrive Palazzolo -. Dal 2017 l’Italia e più in generale l’Europa finanziano e addestrano i libici per gestire i salvataggi, quando poi prova a coinvolgerli nelle emergenze o non riceve risposta o quelle che arrivano sono a dir poco assurde. La passività dei militari della Libia  si aggiunge ad un quadro opaco di relazioni con i trafficanti. Tutto ciò è contenuto nelle 30mila pagine di atti depositati nell’inchiesta di Trapani sulle navi umanitarie delle ong, accusate dai magistrati siciliani e dalla polizia di avere un accordo con i trafficanti di uomini. Il 24 maggio 2017, ad esempio, al centro di coordinamento italiano della Guardia costiera (Imrcc) sono arrivate diverse chiamate di emergenza dai telefoni satellitari usati dai migranti. Si sono messi subito in moto i soccorsi, così è emerso che la zona è di competenza della Guardia costiera libica, secondo gli accordi Italia-Libia siglati dal governo Gentiloni. Dalla centrale di Roma sono partite oltre 50 chiamate che non hanno avuto alcuna risposta.

Solo in un’occasione un militare ha risposto, ma solo per dire: «Non parlo inglese». Quindi ha subito riattaccato. Nel frattempo all’Italia è arrivata un’altra chiamata. Nelle giornate successive l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) informa che 33 persone sono morte, tra cui 13 donne e 7 bambini, nell’incidente del 24 maggio. È successo qualcosa di simile, stando a quanto riportato da Domani, anche il 16 giugno 2017. “Cercherò di aiutarli ma oggi è giorno libero… forse domani”.  Così ha risposto Massoud Abdalsamad, ufficiale della Guardia costiera libica. Quando il colonnello italiano ha chiesto di autorizzare la nave ong a entrare nelle loro acque di competenza, ha aggiunto: “No, loro no, nessun permesso per entrare in acque libiche”.

I contatti sono andati avanti per quattro ore, poi l’Italia è riuscita a mettersi in contatto con l’ufficiale in servizio quel venerdì. Quel venerdì sono morti 126 migranti tra donne, bambini e uomini. Ma i documenti rivelano anche contatti con i trafficanti. Ci sono, infatti, foto di una motovedetta libica che dialoga con i criminali a bordo dei motoscafi, lasciandoli poi andar via”.

Così Silvia Palazzolo. 

Globalist ha documentato con decine di articoli e interviste i crimini, gli abusi, le negligenze di cui si è macchiata la Guardia costiera libica che annovera tra i suoi ufficiali anche capi “riciclati” del traffico di esseri umani. Continuare a finanziare questa organizzazione a delinquere è essere complici dei crimini da essa perpetrati. Altro che ringraziare Tripoli per i salvataggi in mare, Presidente Draghi. 

Toninelli vs.Salvini

Nel frattempo assistiamo ad una guerra tra titani (si fa per dire…). Il senatore Danilo Toninelli, più volte oggetto di paradossali accuse e addebiti di responsabilità da parte della difesa del senatore Matteo Salvini all’indomani della lineare testimonianza nella vicenda ‘Gregoretti’, è stato ancora una volta chiamato indebitamente in causa nell’analoga vicenda ‘Open Arms’, attraverso una reiterata mistificazione del risultato probatorio della deposizione resa al Gup di Catania, rifluita nell’udienza preliminare conclusasi oggi a Palermo. Tali continue falsificazioni, strumentali all’autodifesa del senatore Matteo Salvini, appaiono finalizzate a nascondere la realtà storica emersa nel processo e ad addossare incredibilmente sul senatore Toninelli responsabilità non sue”, si legge in una nota dei legali del senatore Toninelli che “preannuncia iniziative legali a sua tutela e nell’interesse preminente della verità e della correttezza dell’informazione”. “Appare utile, perciò – si legge nella nota dei legali-, far conoscere all’opinione pubblica l’ingenerosità del malaccorto ‘scaricabarile’, e rappresentare, una volta per tutte, che i tuoni e i fulmini del senatore Salvini contro l’approdo delle navi di migranti nei porti italiani sono improvvisamente scomparsi nel processo per fare spazio a un ben più utile e callido programma difensivo nel quale lo stesso senatore Salvini si è miracolosamente trasformato in un missionario caritatevole e umano pronto ad accogliere e accudire gli stranieri, ossia le medesime persone che tempo prima, quand’era ministro dell’Interno, non esitò a definire pubblicamente, in aperto contrasto con le posizioni del Governo Conte, clandestini e malfattori da respingere alle frontiere”.

Che dire: il vecchio sodalizio consolidatosi ai tempi del Conte I tra l’allora ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (Toninelli) e il suo collega all’Interno (Salvini), è andato in frantumi. Ce ne faremo una ragione. 

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