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Anche questo 8 Marzo insegna: la pandemia è donna

L’impatto della pandemia di Covid-19 sta minacciando la vita ed i diritti delle donne e delle ragazze rifugiate, sfollate e apolidi, avverte oggi l’Unhcr, Agenzia Onu per i Rifugiati

Otto marzo

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8 Marzo 2021


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Otto marzo, allarme “rosa”. Il virus minaccia la vita e i diritti delle donne.

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L’impatto della pandemia di Covid-19 sta minacciando la vita ed i diritti delle donne e delle ragazze rifugiate, sfollate e apolidi, avverte oggi l’Unhcr, Agenzia Onu per i Rifugiati, in occasione della Giornata Internazionale della Donna.
“L’impatto socio-economico senza precedenti della pandemia sta mettendo a repentaglio molte vite. Stiamo assistendo a un aumento estremamente preoccupante di segnalazioni di violenza di genere, inclusi casi di violenza domestica, matrimoni forzati, lavoro minorile e gravidanze adolescenziali”, rimarca l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi.
Questi atti di violenza di genere sono attribuibili alla crescente pressione socio-economica, all’aumento delle tensioni domestiche e nelle comunità e alla chiusura delle scuole, e sono tutti correlati alla povertà dovuta alla pandemia. Alcune vittime di violenza stanno persino ricorrendo alla drastica misura di ritirare le loro denunce a causa della dipendenza economica dai partner violenti.
“Stiamo assistendo a gravi manifestazioni di disuguaglianza di genere per alcune delle persone più vulnerabili e svantaggiate del mondo e a una tragica erosione di alcune conquiste importanti, conseguite faticosamente negli ultimi decenni”, aggiunge Grandi.
“La comunità internazionale deve fare un passo in avanti e aiutare a proteggere i diritti delle donne e delle ragazze costrette alla fuga e apolidi. Questo implica il sostegno ai programmi umanitari che combattono la disuguaglianza di genere, compresa la violenza di genere, e anche l’ampliamento dei programmi di istruzione e delle iniziative professionali e di autosufficienza. Tali iniziative devono anche essere incluse nei pacchetti di sostegno socio-economico che i governi stanno progettando e attuando”.
Discrimine di genere

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L’85% dei rifugiati del mondo è accolto nei Paesi in via di sviluppo e dipende in gran parte dagli aiuti umanitari o dal lavoro quotidiano. Molti hanno perso i loro fragili mezzi di sussistenza e sono stati spinti nella povertà più assoluta, con conseguenze disastrose e di vasta portata.
“Oltre ai rischi crescenti di violenza, abuso, sfruttamento sessuale e traffico, tutte conseguenze della disuguaglianza di genere, gli effetti della pandemia si stanno rivelando catastrofici anche per l’istruzione delle ragazze rifugiate. Molte ragazze sono costrette ad abbandonare la scuola per dedicarsi al lavoro, vengono vendute o sono costrette a sposarsi”, afferma l’Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’Unhcr, Gillian Triggs.
Secondo i partner umanitari, altre 13 milioni  di ragazze sarebbero ora a rischio di matrimonio forzato a causa della pandemia, ma alcune famiglie di rifugiati piegate dalla povertà debilitante stanno già ricorrendo ai matrimoni infantili.
Le donne rifugiate sono anche gravate da un ulteriore carico di lavoro a casa, o ricorrono a lavori precari nel settore informale o in strada. L’aumento delle esigenze domestiche sta anche diminuendo le loro opportunità di istruzione, mentre aumenta l’esposizione al virus.
“Anche disabilità, emarginazione, diversi orientamenti sessuali e identità di genere stanno aggravando la discriminazione ed i rischi di violenza per le donne e le ragazze rifugiate, sfollate e apolidi”, spiega .Triggs. Nonostante l’impatto della pandemia di Covid-19 che alimenta le disuguaglianze di genere ed aumenta i rischi di violenza contro le donne e le ragazze, i programmi di prevenzione e risposta sono ancora gravemente sottofinanziati.
L’Unhcr esorta i governi a prestare urgentemente attenzione a questi rischi e a sostenere il pieno coinvolgimento e la leadership delle donne rifugiate, sfollate e apolidi nei piani di risposta e recupero.
La partecipazione attiva e significativa delle donne e delle ragazze nelle decisioni che hanno un impatto sulle loro vite, famiglie e comunità è essenziale per sostenere i loro diritti umani, assicurare la loro effettiva protezione e sostenere il loro empowerment.
“Se non si attuano azioni concertate per mitigare l’impatto di genere della pandemia di Covid-19, le donne e ragazze rifugiate, sfollate e apolidi rischiano di essere lasciate indietro”, conclude Triggs.

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La pandemia è donna

L’Istat ci dice che nel solo mese di dicembre, sui 101 mila nuovi disoccupati, 99 mila sono donne. La pandemia ha peggiorato la disparità di genere. A dicembre, appunto, l’ultimo crollo del lavoro femminile. In totale nel 2020 su 444 mila lavoratori in meno, 312 mila sono donne. Lavoratrici autonome e a tempo determinato, le più penalizzate. 

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Le Nazioni Unite hanno pubblicato un report dal titolo molto significativo: The Impact of COVID-19 on Women.  Il tema della gender equality è il numero 5, dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, o SDGs) indicati dalle Nazioni Unite, e l’emergenza Covid-19 ci ha fatto capire che siamo ancora ben lontani dal conseguirlo. La pandemia ha infatti amplificato le disparità esistenti, portando indietro i progressi fatti negli ultimi anni. L’impatto economico del virus è stato grave, e secondo le Nazioni Unite le donne potrebbero soffrirne molto di più. Prima di tutto perché ci sono molte meno donne che lavorano: il 94% degli uomini tra i 25 e i 54 anni ha un’occupazione, contro il 63% delle donne nella medesima fascia di età. Quando lavorano, queste ultime hanno uno stipendio minore. Gli ultimi dati Eurostat sulla disparità salariale tra uomo e donna fotografano una situazione, in Europa, che vede una differenza media nello stipendio del 15%, seppure in costante diminuzione negli ultimi anni. La crisi economica innescata dalla pandemia non ha colpito tutti allo stesso modo: a dicembre si sono persi 101 mila posti di lavoro, 99 mila di questi erano occupati da donne.

In Italia il calo dell’occupazione femminile durante l’emergenza Covid è stato il doppio rispetto alla media Ue con 402mila posti di lavoro persi tra aprile e settembre 2020, scrivono i Consulenti del lavoro: infatti a fronte di un calo del “4,1%” delle addette tra i 15 e 64 anni (-402.000 posti) nel nostro Paese in Europa il numero, nella stessa fascia, d’età è sceso del 2,1%. Dopo la Spagna, il nostro è il Paese con la contrazione più elevata”. Lo studio dei Consulenti ricorda che nel 2020 l’Italia avrebbe dovuto raggiungere i target previsti dalla Strategia Europa 2020 con l’innalzamento del tasso di occupazione al 67%.

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 Brusca frenata anche dell’imprenditoria femminile. A fine 2020 si registra un calo dello 0,29% delle imprese guidate da donne, per un totale di 4mila attività in meno rispetto al 2019. E’ quanto emerge dalle elaborazioni condotte dall’Ufficio Studi Confesercenti in occasione della Festa della Donna. Per l’imprenditoria femminile – finora cresciuta più velocemente di quella maschile – si tratta della prima battuta d’arresto in sei anni: la perdita – ascrivibile interamente alle regioni del Centro Nord (il Mezzogiorno segna infatti un +0,26%) – interrompe infatti una crescita costante dal 2014.

Serve cambio di passo 

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 “Quando il tasso di occupazione femminile nazionale, ancora nel 2019 (il 50%, quasi il 68%quello maschile) al di sotto di dodici punti rispetto alla media europea (il 62%), risulta ulteriormente spinto verso il basso in un trend negativo che non appare solo congiunturale, si impone – scrive il ministro del Lavoro, Andrea Orlando – una rottura radicale. Il rovesciamento di paradigma necessario a rilanciare la crescita cambiandone al contempo qualità e natura, come l’Europa ci chiede, ha come presupposto il riferimento alla centralità del lavoro, in particolare del lavoro delle donne. Come possiamo pensare che la crescita aumenti se non cresce uno dei suoi fattori fondamentali, il tasso di occupazione femminile? E come possiamo pensare di cambiare qualità e natura della crescita se non attiviamo le forze del cambiamento?”.

Domande pertinenti, che pretendono risposte concrete. Anche su questo si misura l’”alto profilo” del governo Draghi.

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