La campagna di Amnesty: rivolta social per non dimenticare Patrick Zaki

Sono passati sei mesi dal giorno dell’arresto a Il Cairo dello studente egiziano, cittadino onorario di Bologna: intervista a Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Patrick George Zaky

Patrick George Zaky

Umberto De Giovannangeli 8 agosto 2020

Una campagna social per non dimenticare Patrick Zaki. A lanciarla, a sei mesi dal giorno dell’arresto a Il Cairo dello studente egiziano, cittadino onorario di Bologna, è Amnesty International. Globalist ne parla con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. L’intervista è anche un’occasione per analizzare ciò che sta accadendo in Libano.

Sei mesi fa, l’8 febbraio, la polizia egiziana arrestava Patrick Zaki, con gravi, quanto infondate accuse. Sei mesi dopo, Amnesty International Italia lancia una campagna social per sostenere Patrick e chiederne la scarcerazione. Come nasce questa iniziativa?

Per rafforzare la campagna che vuole ottenere la scarcerazione di Patrick, abbiamo pensato di dover marcare un giorno del calendario: il giorno del suo arresto formale, avvenuto l’8 febbraio, preceduto da lunghe ore di sparizione forzata, e intendiamo, ogni 8 del mese, fino a quando sarà necessario, fare di questa giornata un momento di mobilitazione straordinaria. Oggi inizia con una giornata dedicata a Patrick su Tweetter cui al momento stanno già partecipando in tantissimi. Se dovesse esserci bisogno di altri 8 del mese, a partire dall’8 settembre, si svilupperà attraverso iniziative auspicabilmente non solo on line.

Questa è anche un’occasione per fare il punto sulla vicenda di Patrick Zaki. Tu in passato hai usato parole durissime riguardo l’atteggiamento delle autorità egiziane. In che modo, oltre la mobilitazione dal basso, è possibile provare a smuovere anche le acque diplomatiche ?

Questo non solo è possibile, ma assolutamente necessario. Intanto un’azione che coinvolga e impegni il Governo italiano e anche l’Unione europea, perché qui stiamo parlando di un ragazzo che ha trascorso in Italia diversi mesi prima di tornare al Cairo per trovare la famiglia; uno studente dell’Università di Bologna impegnato in un master che è gemellato con altri master in altri Paesi europei. Non è la storia di mala giustizia egiziana, che riguarda un cittadino egiziano e che deve risolvere la magistratura egiziana. C’è uno studente, cittadino onorario di decine di città italiane, e tutto questo rende la sua storia anche italiana e anche europea.

La vicenda Zaki è parte del rapporto che l’Italia ha instaurato con l’Egitto, in particolare sotto la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi. C’è la vicenda Zaki, quella infinita legata al barbaro assassinio di Giulio Regeni. E c’è chi è convinto che mantenere il nostro ambasciatore in Egitto e vendere armi al regime di al-Sisi, aiuti a mantenere la pressione per ottenere verità e giustizia per Giulio e la scarcerazione per Patrick.

Io mi devo ripetere, perché è una storia fatta di comportamenti che si ripetono. E’ necessario dare dei segnali di malcontento all’Egitto da parte dell’Italia. Non si può più, e non lo si doveva da tempo, fare finta che tutto vada bene, che non ci sia un tema di diritti umani in quel Paese, che non ci sia un tema di diritti umani che riguardi anche l’Italia. Non si può più fare finta di ignorarlo. Il problema è che al posto di questi segnali di malcontento, noi vediamo tutt’altro. Vediamo una ostinazione a tenere lì l’ambasciatore Cantini, quando invece un richiamo temporaneo per dargli istruzioni nuove su cosa fare, sarebbe opportuno. Vediamo affari di natura militari, forniture di fregate ed altre cose all’orizzonte, verso un Paese che viola i diritti umani. Dal 2013, quando al-Sisi fece il colpo di Stato e prese il potere, c’è stata una continuità enorme tra vari governi italiani: se penso alle entusiastiche parole di Matteo Renzi per arrivare fino all’ostentata e rivendicata amicizia e ai proclamati ottimi rapporti tra il presidente del Consiglio Conte e il presidente egiziano, sembra quasi che il tema dei diritti umani sia un intruso ingombrante.

Parlando di diritti umani in un’area esplosiva come è quella del Medio Oriente, è doveroso guardare alla tragedia di Beirut. Amnesty International, così come Human Rights Watch, ha chiesto la costituzione di una commissione internazionale d’inchiesta che accerti la natura e le responsabilità dell’esplosione avvenuta nel porto di Beirut. Perché Amnesty ha avanzato questa richiesta che ha incontrato l’ostracismo del capo di Stato libanese, Miche Aoun e del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah?

Intanto perché il fatto è di una gravità inaudita. E poi perché non ci sono garanzie di un processo interno che sia al riparo da interferenze politiche che come sappiamo nella storia del Libano hanno condizionato politiche, provvedimenti, azioni. Un Governo che non è stato neanche in grado di raccogliere la spazzatura per mesi, un Governo che non è stato in grado di tutelare il diritto alla salute della sua popolazione, lasciandogli un deposito, che ancora non si è capito bene cosa contenesse davvero, ma comunque materiale pericolosissimo, nel porto di Beirut, nel centro della città, un Governo del genere che garanzie può dare di una indagine indipendente, imparziale, approfondita, tempestiva. Che garanzie può dare di verità, giustizia, riparazione per le vittime e i sopravvissuti?

Se c’è una nota positiva in questo scenario, a volte apocalittico, è che in questi Paesi, come il Libano, ma anche l’Egitto, l’Iraq, l’Iran, cresce, nonostante repressioni brutali, una società civile che rivendica protagonismo e che mette al centro del suo agire il cambiamento di regimi in nome di diritti fondamentali, come sono quelli umani e sociali.

Il 2019 è stato un anno di attivismo straordinario e coraggioso in tantissimi Paesi, in particolare in Libano, il Paese di cui stiamo parlando, ma questo attivismo si è manifestato anche in Iran, in Iraq, in Egitto. La reazione dei governi è stata sempre, con maggiore o minore ferocia, è stata una risposta dura. A Beirut, come a Baghdad, come a Il Cairo, come a Teheran come altrove, sono state presentate le stesse rivendicazioni del 2011 e anche dei movimenti globali di protesta degli anni precedenti al 2011. Ma quando i governi sparano alle spalle dei loro cittadini, l’esito che producono è quello di una maggiore sfiducia. Stiamo vedendo come in questi giorni così drammatici a Beirut la parola chiave sia sfiducia. Non c’è nessuna speranza che il Governo libanese in carica possa e voglia fare chiarezza. E di nuovo, la risposta è sempre molto dura: lacrimogeni e arresti.