Adesso l'Italia ha scoperto la "bomba tunisina"

Nel paese nordafricano migliaia di giovani pur di ritrovare una speranza di una vita migliore, si fanno migranti e affollano i barconi che provano a raggiungere le coste italiane.

Covid in Tunisia

Covid in Tunisia

Umberto De Giovannangeli 28 luglio 2020

L’Italia scopre che esiste una “bomba tunisina”. E prova a disinnescarla. Ma quella “bomba” che rischia di far deflagrare il Paese nordafricano si chiama malessere sociale, assenza di futuro per migliaia di giovani che pur di ritrovare una speranza di una vita migliore, si fanno migranti e affollano i barconi che provano a raggiungere le coste italiane. Per l’Italia è allarme rosso.


Ecco spiegata la missione lampo di ieri a Tunisi della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. 


La titolare del Viminale è volata a Tunisi dove ha fatto presente al presidente della Repubblica, Kais Said, i "seri problemi" causati all'Italia dai "flussi incontrollati", invitandolo ad agire per rafforzare la vigilanza ed impedire le partenze. Roma, da parte sua, è pronta a sostenere gli sforzi del Paese che versa in una grave crisi economica e politica, con un Governo dimissionario. I tunisini chiedono all'Italia radar, manutenzione delle motovedette donate, addestramento delle forze di sicurezza. Roma è pronta a sostenere il Paese e vorrebbe un aumento della quota settimanale di rimpatri, ma prima servirà un Governo regolarmente in carica.  Proprio dalla Tunisia proviene oltre un terzo dei 12mila migranti giunti in Italia quest'anno. Il Covid però ha ulteriormente aggravato le condizioni del Paese, privando la popolazione della principale fonte di reddito: il turismo. Così in tanti, quasi tutti giovani, scelgono la via della fuga.


Da Paese di transito, la Tunisia si sta trasformando sempre più in un Paese di origine dei flussi migratori – dice a Globalist Abdessatar Ben Moussa, avvocato, presidente della Lega per i diritti umani, uno dei membri del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, insignito, nel 2015, del Premio Nobel per la Pace - Una cosa è certa: quello dei migranti non può essere ridotto a un problema di sicurezza e di attività di polizia. La difesa dei diritti umani è importante ma lo è altrettanto il rafforzamento dei diritti sociali. La democrazia si rafforza se si coniuga alla crescita economica, alla giustizia sociale, a realizzare prospettive di lavoro per i giovani”


La rotta tunisina


Arrivano nelle aree di Porto Empedocle, Sciacca, Licata, nell'Agrigentino, su barconi di legno di 10-12 metri, che spesso vengono anche abbandonati. In alcuni casi gli occupanti delle imbarcazioni riescono a scendere e far perdere le loro tracce, in altri gli uomini della Guardia di Finanza o della Capitaneria di porto li hanno individuati.  Più a ovest, verso Trapani o Mazzara, gli immigrati sbarcano, invece, da gommoni che portano dalle 20 alle 40 persone alla volta. In alcuni casi, assieme agli esseri umani, sono stati recuperati anche carichi di sigarette o stupefacenti.


E’ la rotta tunisina, che attraversa il confine tra Tunisia e Libia. A confermarlo è Reem Bouarrouj, responsabile immigrazione di Ftdes, “Tra gli immigrati in Libia – dice - sta iniziando a circolare la voce. Sanno che la Guardia Costiera e le milizie impediscono le partenze dalla costa e così puntano alla Tunisia”. Nell’area di confine tra Libia e Tunisia vige, ormai da tempo, un patto d’azione tra trafficanti di esseri umani e miliziani dell’Isis che, in rotta da Siria e Iraq, hanno fatto di quest’area frontaliera la trincea avanzata dello Stato islamico nel Nord Africa.


Annota Paolo Howard ,in un documentato report su Affari Italiani: “Considerare la rotta tunisina quale mera alternativa a quella libica appare riduttivo. Sono i migranti tunisini a imbarcarsi dai porti di Sfax e Kerkenna, raramente gli stranieri...I protagonisti della rotta restano i giovani tunisini che, stretti nella morsa di una economia impoverita e di un clima politico asfissiante, fuggono a bordo dei social media prima ancora che delle imbarcazioni di fortuna”.


A Sud, le nostre frontiere esterne sono composte da Paesi che non sono solo più di transito, per migranti e rifugiati, ma di origine. E’ il caso, per l’appunto, della Tunisia. Sono i migranti tunisini a imbarcarsi dai porti di Sfax e Kerkenna, raramente gli stranieri (secondo il Forum tunisino dei diritti economici e sociali, tra il 2011 e il 2016 il 74,6% delle persone che hanno lasciato il Parse sono cittadini tunisini). Sebbene negli ultimi mesi il flusso di migranti sub sahariani lungo il confine tunisino-libico sia cresciuto (migranti che vengono in Tunisia per trovare lavoro e raccogliere i soldi per pagare i passeur), ad oggi i protagonisti della rotta restano i giovani tunisini che, stretti nella morsa di una economia impoverita e di un clima politico asfissiante, fuggono a bordo dei social media prima ancora che delle imbarcazioni di fortuna.


I “gelsomini” non bastano per sfamare un popolo. I diritti non si mangiano. Una “rivoluzione” non si consolida se non riesce a dare un tetto, un lavoro, un futuro ad un popolo giovane. A nove anni dalla revolution yasmine, la Tunisia si riscopre inquieta, pervasa da un malessere sociale che investe tutti i settori della popolazione. Diplomati, laureati, professionisti: la protesta parte da lì. E dai ragazzi: un popolo sotto i 35 anni che si trova governato da una classe politica di ottuagenari.  La loro è anche una rivolta generazionale.


Nell'ultimo anno il Pil è cresciuto meno dell'1 per cento, la disoccupazione è schizzata invece al 15% (anche se secondo chi protesta la percentuale è almeno il doppio). I disoccupati sono oltre 600 mila, di cui più di un terzo in possesso di diploma di istruzione superiore .


Le conquiste democratiche, avviate dopo la fuga dell'ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, il 14 gennaio 2011, non sono state accompagnate da una crescita economica in cui tutti speravano. Secondo l'ex ministro dell'Economia, Houcine Dimassi, "tutti i numeri indicano un netto peggioramento della situazione economica rispetto al 2010-2011", quando Tunisi registrava un aumento del Pil tra il 4 e il 5 per cento. Una crisi economica drammatica, che non risparmia i beni primari: tutto è caro, la carne rossa costa 25 dinari al chilo, in tavola arriva se va bene una volta al mese. Senza contare che bisogna pagare l'affitto, le bollette, l'assistenza sanitaria, che non è più gratuita per nessuno, neanche per chi ne avrebbe diritto. Un dramma per un Paese che ha la disoccupazione al 30% e ben poche speranze di mobilità sociale.


Secondo Ispi, si stima che approssimativamente 95.000 persone abbiano lasciato la Tunisia dall’inizio delle proteste a oggi, l’84% delle quali con un alto livello di educazione. Secondo fonti del Viminale citate dalla Stampa, “c’è il rischio di un esodo tale da ricordare quello dall’Albania del 1991, un problema serissimo da affrontare a livello di governo”.  Il che dovrebbe portare alla realizzazione di una cabina di regia coordinata dal presidente del Consiglio e che veda la presenza, oltre che della titolare del Viminale, il ministro degli Esteri e quello dell’Economia. Altrimenti tutto si ridurrebbe ad un problema di sicurezza da delegare al ministro dell’Interno, come era avvenuto nel Conte I quando a dettare la politica sul Mediterraneo era l’allora titolare del Viminale e vice premier Matteo Salvini. Con i disastri, anche diplomatici, che restano alla cronaca.


Incertezza politica


Sul fronte politico, da ieri la Tunisia ha un nuovo premier incaricato, Hichem Mechichi, ministro dell’Interno del governo dimissionario di Elyes Fakhfakh. Al 46enne, giurista di formazione, uomo dell’amministrazione statale, spetta ora la sfida di far convergere intorno alla sua squadra il maggior numero di consensi per poter avere la fiducia in Parlamento. Ha 30 giorni di tempo per formare il nuovo esecutivo. “Il presidente della Repubblica mi ha incaricato di formare il prossimo governo. Lo ringrazio per la sua fiducia. In realtà, questa fiducia è una grande responsabilità e un’importante sfida, soprattutto nella situazione attuale del Paese. Mi adopererò per formare un governo che possa rispondere alle aspirazioni di tutti i tunisini e alle loro rivendicazioni legittime tanto attese”, ha dichiarato subito dopo aver ricevuto l’incarico dal presidente Kaies Saied. Il quadro politico è caratterizzato da forti divisioni, ed è anche per questo che la scelta è ricaduta su Mechichi, considerato un indipendente. Gli occhi sono puntati sulle prossime mosse del partito islamico Ennhadha, prima forza politica in Parlamento, che con il suo abbandono della coalizione ha causato di fatto la caduta del governo del premier Fakhfakh, spinto alle dimissioni anche per il suo coinvolgimento in un caso di presunto conflitto di interessi.


L’incubo Isis


Nell’area di confine tra Libia e Tunisia vige, ormai da tempo, un patto d’azione tra trafficanti di esseri umani e miliziani dell’Isis che, in rotta da Siria e Iraq, hanno fatto di quest’area frontaliera la trincea avanzata dello Stato islamico nel Nord Africa.


Dopo gli attentati del 2015 (in particolare la strage al Museo del Bardo, uno dei luoghi simboli di Tunisi, 24 le vittime tra cui 4 turisti italiani) le autorità tunisine si sono impegnate nel rafforzamento delle misure di sicurezza, in particolare dei siti sensibili (alberghi, attrazioni turistiche, porti, aeroporti e grandi arterie di comunicazione) e in una capillare lotta al terrorismo. Alcune aree del Paese sono ancora fortemente sconsigliate. Tra queste, appunto, i territori al confine con la Libia.  In Tunisia è in vigore lo stato d'emergenza dal 24 novembre 2015, quando il sedicente Stato islamico (Isis) attaccò un bus della guardia presidenziale con un bilancio di 12 agenti uccisi.


Nel Paese sono attive in particolare due formazioni: il gruppo Ansar al Sharia, che ha ramificazioni in Libia, e quello Jund al Khilafa.


Di estremo interesse è lo studio pubblicato dal Centro Tunisino per la Ricerca e lo Studio sul Terrorismo (Ctret) sui gruppi jihadisti attivi in Tunisia. Lo studio è stato condotto su un pool di 1.000 tunisini arrestati e incarcerati tra il 2011 e il 2018. Dalle verifiche è emerso che il 40% di questi elementi erano giovani laureati o diplomati, il 3,5% era rappresentato da donne, mentre 751 erano giovani sotto i 35 anni.


Il Ctret ha analizzato anche come i gruppi jihadisti reclutano nuovi adepti. Il sistema più utilizzato è quello dell’indottrinamento individuale, effettuato tramite imam e predicatori, dentro e fuori le moschee, in particolare quelle gestite da salafiti, che si rivelano come il luogo privilegiato di trasmissione e propagazione di una versione fondamentalista e jihadista della religione musulmana. Seguono i social media e i media tradizionali. Lo studio indica anche che il 69% dei jihadisti tunisini monitorati era stato addestrato in Libia e il 21% in Siria, grazie alla facilità di poter viaggiare senza problemi da Tunisi in Turchia e da lì, poi, entrare in Siria. L’immagine della Tunisia che emerge dalla ricerca del Ctret è preoccupante, visto soprattutto l’alto potere attrattivo che l’ideologia jihadista ha mostrato di sapere esercitare sui giovani under 35, ovvero i nati durante il boom economico e demografico esploso in tutto il Maghreb negli anni Ottanta e Novanta. Una fase che, non a caso, molti analisti paragonarono all’epoca a una vera bomba ad orologeria” che negli anni a seguire sarebbe scoppiata nelle mani dei governi tunisini se non fosse stata gestita adeguatamente per tempo.


I protagonisti della rotta restano i giovani tunisini che, stretti nella morsa di una economia impoverita e di un clima politico asfissiante, fuggono a bordo dei social media prima ancora che delle imbarcazioni di fortuna”. Tunisia, Algeria: sono i giovani i protagonisti delle manifestazioni di protesta o delle fughe disperate. Istruiti e senza futuro. Traditi o comunque non rappresentati da una classe politica di ottuagenari o da nomenclature affaristico-militari che non hanno alcuna intenzione di cedere potere e privilegi. E l’Europa sta a guardare. Silente e complice.