Santa Sofia, perché Erdogan ha deciso di sferrare un attacco alla storia

Il Sultano vuole usare l’identitarismo e il nazionalismo per lenire le ferite concrete che addolorano la vita quotidiana dei turchi e per proporre una nuova egemonia ai musulmani della regione

Santa Sofia, la chiesa bizantina poi diventata moschea

Santa Sofia, la chiesa bizantina poi diventata moschea

Riccardo Cristiano 11 luglio 2020
Un attacco alla storia, uno sfregio al Mediterraneo, un insulto ai turchi. Con la decisione di abrogare per via amministrativa un decreto presidenziale di quasi un secolo fa Erdogan ha creato le condizioni giuridiche per dichiarare pochi minuti dopo l’enorme complesso monumentale di Santa Sofia, patrimonio dell’umanità protetto dall’Unesco, moschea. Sta lí come era stata edificata nel 537 dall’imperatore Giustiniano e dalla moglie Teodora per essere la più grande chiesa del mondo. Anche questo dettaglio vecchio di 1500 anni fa balzare agli occhi un’evidenza:  ai tempi della conquista di Costantinopoli, lí sull’enorme spianata di Istanbul, una moschea non c’era. Oggi c’è, la stupenda e spaziosissima Moschea Blu. E nei dintorni i veri sultani ne hanno costruite altre, tantissime, tutte stupende.

Dunque lo Stato turco che bisogno aveva di questa decisione? 

Erdogan dà l‘impressionse di usare l’identitarismo e il nazionalismo per lenire le ferite concrete che addolorano la vita quotidiana dei turchi e per proporre una nuova egemonia ai musulmani della regione tormentati da ben altri problemi: loro hanno fame di pace e di pane, lui li sazia di pietre e di simboli. In difficoltà nelle urne Erdogan si atteggia a nume tutelare dello scontro di civiltà per dire ai settori più umili della sua società “lo stato sono io”. 

La giornata di ieri resterà una giornata drammatica per tutto lo spazio che fu ottomano. Quel giorno in cui il sultano riaprí il patriarcato ortodosso a Istanbul, andando a cercare nei campi profughi l’uomo da insediare come nuovo patriarca, il giorno in cui il sultano creò la sede arcivescovile armena nella sua capitale, sono giorni che spariscono nel mantello nero che Erdogan stende sulla storia per la sua smania di leaderismo nazionalista che piega la religione ai suoi calcoli. Si capisce forse cosí anche quell’attacco recente al patriarca Bartolomeo e a Giovanni Paolo II di essere complici del “predicatore golpista” Fetullah Gulen.

La Turchia è Erdogan... urla dal suo palazzo presidenziale in stile a dir poco holliwoodiano, con le sue mille stanze che nessuno sa come usare.

Erdogan ora minaccia di coprire con teli neri i mosaici di Santa Sofia. Sarebbe la logica conseguenza di una assurda decisione contro la storia e contro l’Islam, come tante altre ne sono state prese nei secoli da fanatici che si dicevano seguaci di Allah. Una decisione degna di altre vergogne commesse secoli fa, o di altri crimini perpetrati più di recente. 

Ma il colpo più grave che il piccolo sultano dà alla religione che professa è capovolgere una verità che rimane però indiscutibile: non c’è posto nell’Islam per uno stato religioso. Lo proclama la Costituzione di Medina, scritta da Maometto. Lo stato di Erdogan invece, come quello di un altro recente autoproclamato califfo, si proclama religioso, non esistendo né bisogno sociale né evidenza storica per giustificare l’abrogazione del decreto presidenziale che faceva di Santa Sofia un museo. 

L’Unesco ora dovrà i conti con il califfo di Ankara: la decisione di ieri viola le regole fissate per tutti i beni che sono riconosciuti patrimonio dell’umanità e le loro variazioni d’uso  vanno preventivamente presentate e discusse proprio con l’Unesco. 

Erdogan nei giorni passati, nella sua concezione della politica come bazar, deve aver pesato il consenso interno e le minacce esterne: forse ha valutato la sensazione che pochi erano pronti a indignarsi davvero per Santa Sofia, preferendo oleodotti vari a un vecchio stabile. Sarebbe bene che capisse che non è cosí. L’Islam é troppo importante per l’umanità e la fratellanza per lasciarlo ubriacare in osterie dove si servono bevande adulterate.