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Come Erdogan ha vestito i panni del "nuovo Saladino" per conquistare Santa Sofia

Il Sultano ha compiuto un passaggio di una simbologia fortissima per affermare il potere islamo-nazionalista sulla Turchia.

Santa Sofia
Santa Sofia

Umberto De Giovannangeli

10 Luglio 2020 - 16.13


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Il “Sultano” veste i panni del “nuovo Saladino” e va alla conquista di Santa Sofia. Oggi 10 luglio, Recep Tayyp Erdogan ha compiuto un passaggio di una simbologia fortissima nell’affermazione di un potere islamo-nazionalista che intende segnare il futuro della Turchia.

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L’Ataturk islamico

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 “È stato deciso che Santa Sofia sarà posta sotto l’amministrazione della Diyanet”, l’autorità statale per gli affari religiosi, che gestisce le moschee della turchia, “e sara’ riaperta alla preghiera” islamica, si legge nel decreto, firmato da Erdogan e diffuso sul suo profilo Twitter. La decisione è già stata pubblicata sulla gazzetta ufficiale.  Il Consiglio di Stato turco ha annullato la decisione del consiglio dei ministri del 1934 con cui Santa Sofia fu convertita in un museo. La decisione spiana la strada al ritorno della preghiera islamica a Santa Sofia e alla riconversione in moschea, per cui l’ultima decisione spetta al presidente Recep Tayyip Erdogan che era tornato alla carica caldeggiando l’annullamento della decisione risalente all’epoca del padre della patria turca Ataturk pochi mesi durante la campagna elettorale per le amministrative.   In attesa dell’annuncio l’area antistante l’ex basilica era stata interdetta per evitare eventuali manifestazioni e assembramenti di cronisti e curiosi. Le autorità turche avevano transennato anche il piazzale davanti all’ingresso di Santa Sofia.  Prima della decisione l’Unesco aveva manifestato “preoccupazione” per eventuali cambiamenti nello status di Santa Sofia, uno dei luoghi simbolo di Istanbul. “Chiediamo alle autorità turche di impegnarsi nel dialogo prima di prendere qualsiasi decisione che potrebbe avere ripercussioni sul valore universale del sito”, si leggeva stamani in una nota. “Qualsiasi modifica” relativa a un sito Patrimonio mondiale dell’umanità “richiede una notifica all’Unesco da parte dello Stato coinvolto e poi, se necessario, un esame del Comitato del Patrimonio mondiale”, ricordava l’Unesco insistendo sul “forte valore simbolico, storico e universale” del sito. 

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Ma di questi inviti e appelli, il Sultano ha fatto orecchie da mercante. Ogni suo atto politico, interno ed esterno ha sempre avuto come unico obiettivo il realizzarsi di un disegno imperiale neo-ottomano. Per realizzarlo ha riempito le carceri di decine e decine di migliaia di oppositori, ha occupato una vasta area del Nord della Siria, attuando una pulizia etnica nei confronti dei Curdi Siriani, non facendosi scrupolo di utilizzare per il lavoro più sporco miliziani jihadisti reclutati tra le fila di al-Qaeda. 

Ed ora piazza la sua bandiera su Santa Sofia.

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L’ex basilica è stata convertita in moschea nel 1453 durante la conquista ottomana di Costantinopoli per poi diventare museo nel 1934 sotto la presidenza di Kemal Ataturk. 

Il gruppo religioso che ha portato avanti la petizione per la conversione del luogo di culto aveva contestato la legalità della decisione del 1934 dei ministri dell’allora governo della moderna Repubblica turca e sosteneva che l’edificio era proprietà personale del Sultano Maometto II, che conquistò Istanbul nel 1453. La Corte ha stabilito che Santa Sofia era di proprietà di una fondazione che gestiva i beni del leader ottomano e che era stata aperta al pubblico come moschea. All’arrivo della notizia, dozzine di persone che attendevano la sentenza della corte al di fuori della Basilica di Santa Sofia hanno intonato in coro “Allah è grande!”. 

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L’appello dell’Unesco

“Santa Sofia è un simbolo di dialogo interreligioso e interculturale, un museo patrimonio mondiale dell’Unesco”. Così ieri si pronunciava in una nota la Commissione europea in merito all’attesa decisione del Consiglio di Stato turco sulla sua riconversione in moschea. Santa Sofia, nella sua forma attuale, è un monumento veramente globale. Il mantenimento del suo status attuale, riconosciuto a livello pubblico e internazionale, sottolinea la tolleranza e l’apertura del Paese, precisa l’esecutivo comunitario, ricordando che la Turchia ha sviluppato una consolidata tradizione di conservazione culturale e di apertura intellettuale e culturale per la quale merita credito.  Nelle anticipazioni dei media locali, il massimo tribunale amministrativo si sarebbe pronunciato “all’unanimità” a favore della riconversione in moschea. Al contrario, “ancora più persone potranno visitarla”. Aveva rassicurato Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco, in vista della decisione del Consiglio di Stato di Ankara.

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Due cose sono certe: le cancellerie europee biasimeranno questa forzatura polito-religiosa operata dal presidente-padrone della Turchia.

L’altra certezza è che il Sultano proseguirà sulla sua strada, sapendo di avere nei confronti dell’Europa una possente arma di ricatto: i migranti.

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