Ecco quanto sarà importante il ruolo della Corte Suprema nelle Presidenziali Usa

Vent’anni fa furono i giudici a mettere fine alla battaglia all’ultimo voto tra George W. Bush e Al Gore su chi avesse conquistato la Florida.

Biden e Trump

Biden e Trump

globalist 30 giugno 2020

Una delle verità politiche meno note tra gli americani ma ben presente a Washington è che la corsa alla Casa Bianca non si decide solo negli Stati chiave, ma dentro il palazzo dalle colonne corinzie tra First Street e Constitution Avenue: la Corte Suprema degli Stati Uniti.


Vent’anni fa furono i giudici a mettere fine alla battaglia all’ultimo voto tra George W. Bush e Al Gore su chi avesse conquistato la Florida. A novembre potrebbe ripresentarsi una situazione simile: nel caso di vittoria di misura, la parola tornerebbe di nuovi ai giudici della Corte. Questo avviene perché, rispetto a molte costituzioni occidentali, quella americana non contiene molti riferimenti alle elezioni. Il vuoto normativo ha finito per dare alle corti un ruolo chiave. E’ stata la Corte Suprema, per esempio, a riconoscere la validità di una legge approvata in North Dakota che stabiliva l’obbligo per gli elettori di presentare un documento con indicato l’indirizzo civico di residenza, penalizzando in questo modo i nativi americani che vivono nelle riserve. La maggior parte delle dispute si sono risolte con uno scarto minimo, come il 5 a 4 dello scontro Bush-Gore. Quando i democratici accusarono il giudice conservatore, l’italoamericano Antonin Scalia, di aver manipolato l’elezione del 43esimo presidente, lui rispose con un secco: “Fatevene una ragione”.


Negli ultimi anni la polarizzazione presente nel Paese ha finito per cambiare il panorama. La presenza di una maggioranza conservatrice, rinforzata dalla scelta di due repubblicani da parte del presidente Donald Trump, non ha reso il quadro più chiaro: per tre volte, nell’ultimo mese, la Corte ha dato torto alla Casa Bianca, bloccando la deportazione di quasi 700 mila immigrati, vietando la discriminazione nei posti di lavoro in base all’orientamento sessuale, e infine, ieri, bocciando una legge antiabortista della Louisiana. I prossimi 125 giorni che porteranno alle presidenziali del 3 novembre non saranno da meno. I giudici dovranno stabilire se Trump è tenuto a rendere pubblici i documenti fiscali e finanziari, come chiesto dalle procure di New York e Washington che indagano su di lui.


La composizione della Corte vede cinque giudici conservatori (Samuel Alito, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh, Clarence Thomas e il giudice capo John Roberts) e quattro liberal (Stephen Breyer, Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Ruth Bader Ginsburg). Se per Roberts “non esistono giudici di Obama o Trump, ma solo un gruppo straordinario che cerca di dare il meglio”, Trump in modo più pragmatico spera di poter spostare la barra ancora più a destra. Del resto, i cinque giudici conservatori sono stati nominati da presidenti repubblicani, i quattro liberal da democratici. Il prossimo giudice? Quando Trump ha annunciato di “avere una lista” da cui sceglierà il prossimo, il pensiero è andato subito alla liberal Ginsburg, 87 anni, nominata da Bill Clinton dal ’93, e con gravi problemi di salute, tra cui un cancro da cui si e’ ripresa dopo l’intervento chirurgico. Nel frattempo, lo scontro tra Casa Bianca e Corte è destinato a intensificarsi. Trump userà la sentenza sui “dreamer” per rilanciare la battaglia anti-immigrati, e quelle a favore di aborto, gay e transgender, per ricompattare la base evangelica.
Se poi il tycoon dovesse vincere, a sorpresa, in roccaforti democratiche come Detroit o Milwaukee, e conquistare il mandato, sarebbero i dem a denunciare l’opera di hacker stranieri e chiedere l’intervento della Corte che, però, con una maggioranza repubblicana, difficilmente potrà dare loro ragione. Ma rispetto al 2000, sarebbe molto difficile per i liberal “farsene una ragione” e vedere il grande nemico di nuovo alla Casa Bianca e con la possibilità di incidere sulla composizione della Corte per i prossimi vent’anni.