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In Sira e Iraq l'Isis rialza la testa mentre è resa dei conti nel clan Assad

Dodici uomini delle milizie irachene sciite filo-iraniane sono rimasti uccisi in un attacco condotto da presunti militanti dell'Isis a sud di Tikrit, nel Nord dell'Iraq nei primi giorni di maggio.

Miliziani dell'Isis
Miliziani dell'Isis

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Maggio 2020 - 15.58


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Un “lascito” orrendo, un incubo che si rinnova, una minaccia che torna.

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I miliziani dello Stato islamico (che nel periodo di massima espansione nel 2015 hanno occupato metà dei territori di Siria e Iraq, hanno usato “per anni” una gola nel nord-est della Siria come “discarica” dove gettare persone rapite o uccise. È quanto denunciano gli attivisti di Human Rights Watch (Hrw), dopo aver compiuto una serie di rilevazioni con l’uso di droni all’interno della buca profonda oltre 50 metri. 

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I jihadisti del sedicente “califfato” hanno utilizzato l’area circa 85 km a nord di Raqqa per eliminare i cadaveri durante il periodo in cui la zona era sotto il loro controllo, e in una fase successiva. Fra le vittime vi sono anche attivisti, operatori umanitari, giornalisti e residenti che non volevano sottostare ai dettami dei miliziani. “La gola di al-Hota – afferma Sara Kayyali, ricercatrice di Hrw – un tempo sito naturale di grande bellezza, è diventato un luogo di orrore e di resa dei conti”. 

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Lascito del passato

Uno studio approfondito della zona e delle vicende accadute, prosegue l’esperta, “è fondamentale per determinare cosa sia successo alle migliaia di persone che l’Isis ha sterminato” e “tenerne conto per perseguire gli assassini”. Oggi il territorio è sotto il controllo dei ribelli siriani, sostenuti dalla Turchia, mentre la città di Raqqa (un tempo roccaforte jihadista) è presidiata delle Forze democratiche siriane a guida curda. 

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Fra Siria e Iraq sono state rinvenute oltre 20 fosse comuni usate dall’Isis per eliminare le prove dei loro massacri. Ad oggi non si conosce il numero dei corpi gettati nella gola di al-Hota; l’indagine sull’area è stata realizzata con interviste ai locali, video girati dall’Isis e analisi di immagini satellitari.

L’esistenza della fossa è emersa quando un combattente del “califfato” ha portato il proprio computer a riparare in un negozio della cittadina di Tal Abyad. Per denunciare le violenze commesse dai jihadisti, uno dei tecnici ha copiato il contenuto del portatile e lo ha reso pubblico. All’interno vi era anche un video che mostrava i miliziani mentre gettavano i cadaveri nella gola.

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In una nota, Hrw precisa che “considerato lo stato di decomposizione, i corpi sono stati scaricati molto tempo dopo che l’Isis ha lasciato l’area. Le identità di quelle vittime e le loro cause di morte rimangono sconosciute”. Un anfratto simile, nel nord dell’Iraq, conosciuto come al-Khafsa, si ritiene possa contenere decine di corpi di vittime dello Stato islamico. 

Un incubo che riaffiora

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Solo Donald Trump può sostenere che l’Isis è stato sconfitto al 100% e che la guerra al terrorismo si è conclusa con l’eliminazione del “Califfo” Abu Bakr al-Baghdadi. Ma la realtà è meno ottimistica di quella narrata dall’inquilino della Casa Bianca. Dodici uomini delle milizie irachene sciite filo-iraniane sono rimasti uccisi in un attacco condotto da presunti militanti dell’Isis a sud di Tikrit, nel Nord dell’Iraq nei primi giorni di maggio. I miliziani bersagliati dai banditi salafiti sono rimasti vittima dell’agguato mentre stavano preparando il pasto prima dell’inizio del digiuno, come stabilito durante il Ramadan.

Sono le prime vittime di una recrudescenza degli attacchi di alcune cellule dello Stato islamico.  

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Come ricostruiscono i dispacci che arrivano dall’area tra Siria e Iraq le cellule jihadiste sopravvissute al crollo dello Stato islamico sono tornate ad essere una minaccia proprio mentre il mondo si trova ad aver a che fare con la pandemia da Coronavirus. L’Isis starebbe infatti approfittando dell’emergenza sanitaria e delle conseguenti difficoltà economiche per rialzare la testa.

Secondo fonti citate dalla televisione curdoirachena Rudaw tv, le cellule terroriste si sono radicate in particolar modo nelle città con presenza curda fuori dal controllo del governo regionale del Kurdistan iracheno. E nelle zone di confine con la Siria dove il controllo è pressoché impossibile il Califfato nero sta tentando di riprendere forma. “La minaccia è reale”, dichiara il vicepremier del Kurdistan, Qubad Talabani, all’Associated Press. “Si stanno mobilitando e ci attaccano nel Nord. Presto cominceranno a colpire anche Baghdad”. Secondo l’intelligence americana, l’Isis dispone ancora di 2.500-3.000 soldati in Iraq, ma anche in Siria ha intensificato gli attacchi a Homs e Deir Ezzor.

Se prima si limitava alle azioni di disturbo, ora, complice la diminuzione del 50 per cento del personale militare iracheno sulle strade a causa del coronavirus, compie attacchi più sofisticati e coordinati. Secondo alcuni ufficiali delle forze armate, l’obiettivo dell’intensificarsi degli attacchi nel mese di Ramadan sarebbe quello di aumentare l’influenza del nuovo leader dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi.

Il “virus” di Allah

I jihadisti dell’Isis, sulla loro rivista al-Naba hanno descritto il Coronavirus come una punizione per le ”nazioni crociate”, sollecitando quindi ad attaccare l’Occidente indebolito dalla pandemia. Ma le ultime edizioni della stessa rivista sono più caute e invitano i musulmani a non sentirsi immuni dalla malattia, nonostante continui la retorica di accusare gli Stati Uniti dell’ateismo e dell’immoralità che avrebbero causato la pandemia. ”Stanno dicendo che la pandemia è sicuramente una volontà divina, ma l’intenzione non è chiara. Per cui i musulmani si devono pentire e prendere le misure necessarie a evitare di contrarre” il virus, afferma Aymenn Jawad Al-Tamimi, ricercatore del Programma sull’estremismo alla George Washington University, citato dal Guardian. ”L’Isis sta raccomandando ai suoi membri e ai suoi sostenitori una serie di linee guida per la loro salute, ma li sta anche invitando a non mostrare misericordia verso i Paesi occidentali e a continuare ad attaccarli sfruttando la loto debolezza”, aggiunge al-Tamimi. Sempre l’Isis ha detto ai suoi uomini di non recarsi nei Paesi occidentali per condurre gli attacchi, chiedendo a chi già vi si trova di agire. E’ dei giorni scorsi  l’arresto, da parte della polizia tedesca, di quattro jihadisti dell’Isis sospettati di voler attaccare obiettivi americani in Germania.

Resa dei conti nel clan Assad

E mentre l’Isis rialza la testa, a Damasco si consuma la resa dei conti nel clan-Assad.  Prosegue, infatti, la stretta dei vertici del regime siriano contro Rami Makhlouf, per anni tra i più influenti uomini d’affari siriani e cugino del presidente Bashar al- Assad. Secondo diverse fonti locali riprese da media siriani e stranieri, è continuata nelle ultime 24 ore l’ondata di arresti da parte dei servizi di sicurezza governativi contro quadri medio-alti di Syriatel, una delle due compagnie di telefonia cellulare siriana di proprietà di Makhlouf.
L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria afferma che nelle ultime 24 ore sono stati arrestati 7 tra direttori di dipartimenti e tecnici di Syriatel tra Aleppo e Tartus. Altre 28 figure della società erano state arrestate nei giorni scorsi tra Damasco, Latakia, Homs, Aleppo e Tartus. L’Osservatorio afferma che la polizia militare russa, dispiegata nelle varie zone governative siriane nel quadro dell’intervento militare di Mosca a sostegno di Damasco dall’ottobre 2015, ha partecipato agli arresti. Questa circostanza, confermata da fonti locali, non è stata però né smentita né confermata da fonti governative siriane o russe.

Per Robert Ford, ex ambasciatore Usa in Siria e che ha conosciuto di persona lo stesso Makhlouf, la tenuta del potere siriano rappresentato dal presidente Assad non è a rischio di fronte a quella che sembra essere una lotta di palazzo tra lo stesso raìs siriano e suo cugino. In un articolo di commento apparso stamani sulle colonne del quotidiano panarabo-saudita Ash Sharq al Awsat, Ford afferma di non aspettarsi che “le divisioni all’interno dell’élite siriana al potere contribuiranno presto a una transizione politica”.
Ford era rimasto ambasciatore in Siria fino a quando nel 2011, nel contesto della repressione governativa delle proteste popolari, gli Stati Uniti hanno deciso di chiudere l’ambasciata e interrompere le relazioni diplomatiche. Prima di esser richiamato negli Stati Uniti, Ford ha incontrato a Damasco Makhlouf, formalmente chiamato dal governo siriano a pagare un debito col fisco per oltre 300 milioni di euro.

Insomma, più che dal cugino, neutralizzato, il raìs di Damasco deve guardarsi dal suo grande protettore di Mosca: Vladimir Putin. Perché quella che sembrava un granitico sostegno, negli ultimi tempi si è alquanto incrinato. Per “Zar Vladimir” la campagna militare in Siria è vinta. Ora c’è da giocare la partita multi miliardaria della ricostruzione. E nella “formazione” del capo del Cremlino, Assad potrebbe essere di troppo.

 

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