In Libia Sarraj affonda "Irini". Uno schiaffo in faccia all'Italia

Il Governo di accordo nazionale (Gna) ha criticato duramente la missione, e dopo una lettera del presidente Fayez al-Sarraj alle Nazioni Unite anche il ministro dell'Interno ha detto no.

Di Maio e Serraj

Di Maio e Serraj

Umberto De Giovannangeli 2 maggio 2020

Che fosse un buco nell’acqua, una sceneggiata marittima, Globalist lo ha documentato con più articoli, già dal giorno del suo varo. La “farsa Irini”, la missione messa in mare dall’Unione europea con il dichiarato fine di far rispettare l’embargo Onu sulle armi in Libia. Un fallimento annunciato, scrivevamo a commento del nascere della missione, ai primi di aprile,  tanto più che i due fronti che combattono la guerra per procura in Libia non mostrano di gradire Irini.


Sarraj affonda Irini


Ora è arrivato il crisma ufficiale. E ad “affondare” Irini (pace in greco) è il governo di Tripoli, l’unico riconosciuto internazionalmente. Per Bruxelles è uno smacco, per Roma è uno schiaffo in faccia, visto che il capo, si fa per dire, della diplomazia italiana, Luigi Di Maio, si era venduto mediaticamente la nascita di Irini come un grande successo italiano.  Ma cosi evidentemente non la pensano a Tripoli. Il Governo di accordo nazionale (Gna) ha criticato duramente la missione, e dopo una lettera del presidente Fayez al-Sarraj alle Nazioni Unite, anche il potente ministro dell'Interno Fathi Bishaga si è schierato contro l'operazione dell'Unione europea. Irini dovrebbe far rispettare l'embargo sulle armi in tutta la Libia, ma di fatto le sue navi potranno operare soltanto contro i rifornimenti militari che la Turchia invia a Tripoli via mare. Mentre il traffico di armi e mercenari diretti dagli Emirati in Egitto oppure direttamente nella Libia orientale non può essere intercettato da Irini.


Bishaga ha scritto in un tweet che "nella sua forma attuale Irini ha dei difetti, perché manca dei meccanismi per fermare le spedizioni di armi e mercenari che confluiscono nelle milizie di Haftar via terra e aria, principalmente dagli Emirati Arabi Uniti". Il presidente Sarraj aveva scritto formalmente al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, criticando anche lui la missione, che d'altronde la Ue ha messo in piedi in risposta alle richieste delle stesse Nazioni Unite. Sarraj sostiene che Irini "non si occupa di controllare lo spazio aereo ed i confini terrestri", permettendo di fatto l'invio di armi e munizioni a Khalifa Haftar. "Confermiamo che la missione non è stata trattata con il Governo di Accordo Nazionale come previsto dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza", scriveva la settimana scorsa il premier di Tripoli. Sarraj inoltre critica la missione della Ue perché "trascura il monitoraggio delle frontiere aeree e terrestri orientali della Libia dove, come riportano diversi articoli, viene confermato il flusso di armi ed equipaggiamenti a sostegno di Haftar".


Bengasi, a sua volta, manifesta il timore che il monitoraggio sia concentrato soprattutto nella zona orientale (per non impattare con le rotte dei migranti) e rappresenti un ostacolo ai normali traffici commerciali anche quelli legati al petrolio. Resta il fatto che la missione è molto carente sul fronte dell’embargo terrestre (per i passaggi da Egitto a Bengasi) e aereo per i frequenti voli dagli Emirati.


Senza futuro


La missione “partirà così come stabilito nello spirito di quanto stabilito alla Conferenza di Berlino dello scorso gennaio”, aveva rimarcato, al momento del “varo”, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Josep Borrell, ma resta ancora da capire chi contribuirà come in termini di navi e di aerei da mettere a disposizione della missione sorella di Sophia, che ha chiuso i battenti lo scorso 31 marzo.


Il comando operativo rimane all’Italia, rappresentata dal contrammiraglio Fabio Agostini, mentre il comandante della forza dovrebbe essere un greco, come trapelato in queste settimane. Per quanto riguarda la composizione della forza militare, la Germania ha dato disponibilità per schierare 300 militari e un solo aereo da ricognizione, un Lockheed P-3 Orion. La partecipazione limitata di Berlino era attesa e contribuisce a mantenere aspettative piuttosto basse, per usare un ottimistico eufemismo, sull’efficacia della missione.


Basti pensare che fino a quando Sophia era ancora dotata di una flotta, i tedeschi avevano sempre dato il proprio contributo fornendo almeno una fregata. Stavolta la Germania si limiterà a osservare il Mediterraneo dall’alto. Tant’è che lo stesso Borrell  ha dovuto lanciare un appello per chiedere uno sforzo maggiore da parte di tutti gli Stati membri: “I Paesi che vogliono la pace in Libia devono sostenere Irini”, ha scritto sul sito di informazione online Bruxelles. E’ noto che molte armi giungono ai contendenti attraverso i confini terrestri o con ponti aerei - soprattutto i rifornimenti destinati all’Esercito nazionale libico (Lna) di Haftar ma anche i mercenari siriani inviati dai turchi a Tripoli -  e pare improbabile che la flotta Ue cerchi lo scontro sul mare con la flotta turca che scorta con le sue fregate le navi mercantili che riforniscono Tripoli di mezzi pesanti e munizioni.


D’altro canto, i Paesi che più supportano militarmente le fazioni in lotta - Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Egitto -  sembrano intenzionati a voler sfidare ancora l’embargo Onu.


“Nel complesso,– rimarca su starmag.it Lorenzo Marinone - la missione europea dimostra una duplice natura: da un alto, essa rappresenta un’iniziativa troppo timida per ridare voce alla diplomazia, mentre dall’altro risulta eccessivamente irruenta per non provocare uno sbilanciamento decisivo nelle dinamiche del conflitto. Soprattutto, la missione Irini e i suoi possibili effetti non costituiscono in alcun modo una garanzia di recuperare centralità nel dossier libico per le Cancellerie europee. Né per quelle tradizionalmente più favorevoli ad Haftar come Parigi, né per quelle, come Roma, la cui posizione si è evoluta in un appoggio al Gna di Tripoli ‘temperato’ dall’accettazione di un ruolo politico per Haftar nonostante la sua aggressione sulla capitale. Al contrario, una soluzione militare della crisi consegnerebbe una posizione dominante a quelle potenze, come gli Eau, che hanno fornito ai vincitori i mezzi necessari per imporsi, e un ruolo ben più marginale, quasi di ‘passacarte’, a quelle potenze, come i Paesi europei, chiamate soltanto a vidimare a posteriori il nuovo status quo”.


E tra questi “passacarte” c’è l’Italia.


La “diplomazia” delle armi


A dettare il futuro del martoriato Paese nordafricano non saranno gli inascoltati appelli al cessate-il-fuoco avanzati a più riprese dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, né l’incubo, che inizia a trasformarsi in realtà, del Coronavirus, con l’incremento degli infettati e una struttura sanitaria non in grado di far fronte all’emergenza. Ma il virus non ferma la guerra. A dettar legge erano, sono, e resteranno le armi.


Dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di far cadere Tripoli, culminato con la perdita di aree strategiche intorno alla capitale e il tentativo, anch’esso andato in fumo, di autoproclamarsi comandante in capo di tutta la Libia, il generale Khalifa Haftar ha deciso, sabato scorso, di interrompere l’offensiva militare iniziata ormai un anno fa. A dare la notizia è stato il portavoce del Lna Ahmed al-Mismari: “Il comandante generale – ha fatto sapere nella nottata di mercoledì – annuncia una pausa di tutte le operazioni militari”, ma “si risponderà immediatamente e in modo duro ad ogni violazione da parte delle milizie terroristiche”.


Ma dal Governo di al-Sarraj fanno sapere che non c’è alcuna intenzione di rispettare la tregua per il Ramadan proposta dal generale di Bengasi. “Continuiamo la nostra difesa legittima – si afferma in una dichiarazione pubblicata su Facebook – Le violazioni continue ci spingono a non aver più fiducia nelle tregue dichiarate dall’aggressore abituato al tradimento”.


Dietro la frenata dell’uomo forte della Cirenaica, che nel corso del tentato golpe aveva decretato anche la fine degli accordi di Skhirat del 2015, c’è anche la denuncia da parte di Paesi e organismi internazionali, anche alleati come Russia ed Egitto, per un’azione unilaterale che va contro gli ultimi accordi nati dalla Conferenza di Berlino. Inoltre, nelle ultime settimane l’Esercito nazionale libico e le milizie ad esso associate si sono trovate in grande difficoltà sul terreno, dopo che le forze del Gna con il sostegno della Turchia, hanno riconquistato diverse città della Tripolitania, mentre Tarhouna, l’ultima roccaforte di Haftar a ovest, è sotto assedio da giorni.


Il Sultano “vola” e vince


Haftar ha perso la superiorità aerea, garantita finora dai droni di fabbricazione cinese che gli Emirati Arabi gli avevano messo a disposizione. La Turchia, dopo un accordo di cooperazione militare stretto tra Recep Tayyp Erdogan e Sarraj, ha inviato in Libia jammer e sistemi anti-aerei, droni molto efficienti, advisor dei reparti speciali e guerriglieri turcomanni addestrati in Siria .E così il “Sultano di Ankara”  si è conquistato un posto a capotavola quando si tratterà di decidere la spartizione della “torta” petrolifera libica. Una torta miliardaria.


Nella giornata di ieri, l’'aviazione del governo di Tripoli ha condotto 5 raid aerei sulla base aerea di Al Wattiya, nell'ovest del Paese, utilizzata dalle forze del generale, Khalifa Haftar. Lo ha reso noto il portavoce dell'esercito di Tripoli, Mohamed Gnounou, sulla pagina Facebook dell'Operazione “Vulcano di rabbia'” precisando che sono stati colpiti "individui e veicoli armati delle milizie terroristiche di Haftar". Sempre Gnounou informa di altri "sei raid aerei nei pressi della valle Marsit, sulla strada tra Al Korayat e Nasma, che hanno colpito una colonna di veicoli armati e uomini delle milizie terroristiche di Haftar".


La conclusione la lasciamo a un profondo conoscitore della realtà libica e delle dinamiche internazionali: Pierre Haski, direttore di France Inter: “Questa guerra per procura - scrive Haski su Internazionale - illustra perfettamente un mondo senza regole, senza un gendarme e senza sicurezza collettiva, che apre la strada alle potenze regionali assetate di influenza. Dopo la Siria, anche la Libia è sprofondata nella guerra perché le grandi potenze hanno privato di qualsiasi prerogativa le Nazioni Unite  restringendone il campo d’azione. La situazione in Libia, esattamente come il Covid-19, evidenzia un mondo frammentato e diviso. Ad approfittarne sono i signori della guerra”. E a fermarli non sarà Irini.