Il movimento pacifista non va in quarantena: fermare la pandemia delle spese militari
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Il movimento pacifista non va in quarantena: fermare la pandemia delle spese militari

In tutto il mondo le “Giornate Globali di azione sulle spese militari” coordinate dalla Global Campaign on Military Spending (Gcoms).

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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

27 Aprile 2020 - 15.13


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Il movimento pacifista non va in quarantena e non limita la sua libertà di pensiero e di azione. E in tempi di Coronavirus rilancia un’azione globale sulle e contro le spese militare.
Culminano oggi con iniziative e conferenze stampa in tutto il mondo (Seoul, Sydney, Berlino, Roma, Barcellona, Washington, Buenos Aires, Rosario, Montevideo alcune tra le città confermate) le Giornate Globali di azione sulle spese militari” coordinate dalla Global Campaign on Military Spending (Gcoms).

Una Campagna promossa dall’International Peace Bureau (Ipb) e rilanciata nel nostro Paese da Rete Italiana per il Disarmo con Rete della Pace e Sbilanciamoci per ribadire quanto sia urgente spostare i fondi dai bilanci militari verso altri obiettivi, quali la lotta contro il Covid-19 e il rimedio ad altre crisi sociali e ambientali.

Campagna globale

Una mobilitazione quest’anno caratterizzata da azioni di natura “virtuale” (campagna selfie, diffusione di dati e analisi, rilancio di proposte politiche) che chiede a nome delle popolazioni di tutto il mondo che si ponga fine alla pandemia delle spese militari. 

Le armi e gli eserciti non ci garantiranno maggiore sicurezza. Anzi, renderanno sempre più catastrofiche le conseguenze dei conflitti attualmente in corso e quelli futuri. Dobbiamo invece dedicare le nostre energie a costruire dialogo, iniziative di diplomazia, politiche di sicurezza comune. E ciò è particolarmente evidente nella lotta contro il Covid-19, una minaccia non militare che potrà essere risolta solo con la cooperazione globale.

“Nel 2019 gli investimenti per armi ed eserciti sono cresciuti ancora a livello globale. Ipb insieme ai propri partner nella Goms rilancia l’appello a ridurre queste spese almeno del 10% annuale – sottolinea Lisa Clark, co-presidente internazionale di Ipb e vicepresidente di Beati i Costruttori di Pace – I fondi così risparmiati devono essere spostati verso la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile Agenda 2030 delle Nazioni Unite. E’ una esigenza ormai imprescindibile”.

Chi spende di più

In questi tempi di pandemia, con il Covid-19 che rischia di travolgere i sistemi sanitari di tutto il mondo, l’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma Sipri  ha reso pubblici i dati aggiornati sulle spese militari riferiti al 2019 registrando un aumento del 3,6% rispetto al 2018 con una cifra record di 1.917 miliardi di dollari, e cioè 259 dollari per ogni abitante del pianeta.

Gli Stati Uniti di Donald Trump sono al primo posto mondiale nella “top 5” dei Paesi con la più alta spesa militare: 732 miliardi di dollari (+5,3%), seguiti dalla Cina (261 miliardi, +5,1%), dall’India (71,1, +6,8%), Russia (65,1, + 4,5%) Arabia Saudita (61,9, -16%).

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Le spese militari statunitensi sono aumentate per la seconda volta dal 2010: gli Usa nel 2019 rimangono di gran lunga i principali protagonisti della spesa militare mondiale, rappresentando da soli il 38% del totale globale. Anche le spese militari della Cina sono aumentate nel 2019, per il venticinquesimo anno consecutivo mentre l’India, per la prima volta, ha raggiunto il terzo posto della classifica delle spese militari.

L’aumento della Germania (49,3 miliardi di dollari, +10%)  è stato l’incremento percentualmente maggiore tra i primi 15 Paesi della lista, ed anche le spese militari della Russia sono aumentate al contrario di quelle dell’Arabia Saudita che nel 2019 hanno visto una diminuzione sensibile. La spesa complessiva di tutti i 29 Stati membri della Nato è stata di 1.035 miliardi di US$, pari al 54% della spesa militare globale.

L’Italia, rimane nella “top 5” europea per spesa militare (dietro Russia, Francia, Germania e Regno Unito) mantenendo la dodicesima posizione globale con una spesa per il 2019 che il Sipri  stima in 26,8 miliardi di dollari (+ 0,8% dal 2018). Complessivamente la spesa militare europea è aumentata del 5% dal 2018: sia l’Europa centrale che quella occidentale hanno aumentato le loro spese militari influenzate da continue percezioni di minaccia da parte della Russia. L’Unione Europea a 27 Paesi ha registrato una spesa militare complessiva di 220 miliardi di dollari (pari all’11,5% del totale). Nell’Europa orientale la spesa è aumentata del 4,9% principalmente a causa dell’aumento della spesa militare di Mosca.

“Tale aumento – rimarcano gli organizzatori della campagna mondiale – mostra che il mondo è travolto da una corsa agli armamenti a beneficio di pochi, che rischia di condurci alla catastrofe globale. E’ indice inoltre dell’enorme potere delle industrie del settore difesa, in particolare in Europa, in America del nord, in Asia e Oceania. Il solo bilancio militare della Nato arriva a 1.035 miliardi di dollari, cioè il 54% della spesa militare globale.  Nel Medio Oriente, l’unica regione in cui le spese militari siano diminuite, le conseguenze tragiche dei conflitti militarizzati sono evidentissime.”

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E “tutto questo avviene mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con tutti i suoi limiti l’unico tentativo globale e concertato di rispondere alle crisi di natura medico-sanitaria, ha un bilancio biennale di circa 4,5 miliardi di dollari per la maggior parte contributi volontari di Stati e privati”, sottolinea Giulio Marcon portavoce di Sbilanciamoci. “Stiamo parlando di una cifra che annualmente è solo lo 0,11% di quanto i Governi spendono globalmente per il settore militare”.

“Un altro paragone possibile è con l’investimento nell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps) dei Paesi industrializzati che è pari a 152,8 miliardi di dollari, equivalenti allo 0,30% del loro Pil  e meno dell’8% della spesa militare – aggiunge Sergio Bassoli della segreteria di Rete della Pace – Un dato significativo che denuncia dove stia il vero interesse ed investimento da parte dei Governi (nell’industria militare e nelle guerre) in totale contraddizione con gli impegni sottoscritti per l’Agenda 2030”.  

Il caso italiano

La situazione è del tutto simile anche in Italia,. Stando a un documentato rapporto dell’Osservatorio Mil€x. la spesa militare previsionale 2020 registra un fortissimo aumento di oltre 1,5 miliardi di euro pari ad oltre il 6% in più su base annua, sia per la crescita diretta del bilancio proprio del Ministero della Difesa sia per il mantenimento di alti livelli di spesa di natura militare anche su altri Dicasteri. Continua ad essere in crescita la quota di investimento per nuovi sistemi d’arma proveniente dal Ministero per lo Sviluppo Economico (ormai arrivata a quasi tre miliardi) ma è soprattutto la decisa risalita degli investimenti per armi allocati sul bilancio della Difesa (circa 2,8 miliardi con un +40% rispetto al 2019) a portare i fondi a disposizione per acquisti di nuove armi ad un livello forse record di quasi 6 miliardi.

“E questi sono solo i numeri delle previsioni di partenza – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché nei bilanci consuntivi si verifica una spesa effettiva decisamente superiore. Va sottolineato poi che nella previsione per il 2020 quasi 5,9 miliardi di euro sono destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma”.

E’ opportuno notare – rilevano gli estensori del rapporto Mil€x- che la stessa documentazione ufficiale della Legge di Bilancio rileva su questo esercizio la presenza di residui presunti per il Ministero della Difesa pari a 1.007 milioni di euro. Che comportano poi autorizzazioni di cassa per 23.296 milioni e una cifra complessiva spendibile (residui più competenza) per il 2020 di 23.977 milioni. Cioè circa un miliardo tondo in più  di quanto evidenziato nelle previsioni sopra riportate (ma che non è possibile attribuire “in toto” alla spesa militare perché potrebbe riguardare residui relativi ad esempio alle funzioni di polizia e controllo del territorio dei Carabinieri).

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Questi dati e considerazioni spingono Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Rete della Pace ad una presa di posizione congiunta, con l’obiettivo di recuperare fondi utili per la fase di uscita dalla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 e per iniziare un vero processo di spostamento di risorse dalle spese militari a settori più utili per la società. 

Riconversione: una sfida dell’oggi

“La proposta che intendiamo avanzare al Governo e al Parlamento è chiara e netta – affermano le organizzazioni pacifiste – : una moratoria di un anno per il 2021 su tutti gli acquisti di natura militare per nuovi sistemi d’arma. Se non è forse ipotizzabile fermare i programmi che sono già stati finanziati e decisi con la Legge di Bilancio votata a fine 2019 è invece sicuramente possibile intervenire sulle prossime decisioni di budget dello Stato. Quello che chiediamo è dunque concretamente realizzabile: azzerare completamente per un anno i fondi per nuove armi allocati sia presso il Ministero della Difesa che presso il Ministero dello Sviluppo economico e non dare avvio alla cosiddetta ‘Legge Terrestre’ richiesta dall’Esercito. Complessivamente si tratterebbe di più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere immediatamente riconvertiti e investiti per gli interventi di riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per acquisto di strumentazione medica al fine di aumentare i posti letto, soprattutto quelli di terapia intensiva. Una scelta semplice e in un certo senso anche naturale, con fondi già previsti e per i quali ci sarebbe solo un cambio di destinazione da investimento negativo e non utile a investimenti fondamentali per il futuro dell’Italia.  Chiederemo a tutte le forze politiche, al Governo, al Parlamento di avere per una volta il coraggio di mettere le necessità reali dei cittadini italiani davanti agli interessi militari e dell’industria delle armi”.

La richiesta è stata avanzata. Le proposte, articolate. I destinatari, individuati. L’obiettivo, chiarito. Ora si attendono risposte. I silenzi non sono bene accetti né ambigui balbettii.  Soprattutto se provengono da sinistra.

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