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In Libano scoppia la guerra della droga tra gli sciiti di Amal e i 'khomeinisti' Hezbollah

Le banche libanesi sono in crisi e il presidente del Senato Berri propone di legalizzare la cannabis per motivi terapeutici. L'altra fazione sciita ha detto no. Sullo sfondo il traffico internazionale che rende molto...

Proteste in Libano
Proteste in Libano

Riccardo Cristiano

23 Aprile 2020 - 15.50


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In un Libano senza banche può succedere di tutto. Il paese è ormai in default e il suo governo, dominato dagli antagonisti, non sa come fare per farsi salvare dal FMI. Immaginarsi un dialogo tra il Fondo e ministri espressione di Hezbollah non è agevole, neanche in questi tempi inimmaginabili. E visto che Hezbollah è dominus dell’esecutivo la fantasia deve mettersi al lavoro. E il Libano non è un paese qualsiasi. Il Libano è la Svizzera del Medio Oriente, non certo per i suoi pascoli montani, ma per le sue banche. Ora le banche sono in crisi tanto che i soldi in valuta pregiata non sono esigibili. Per i tantissimi che vivono con i dollari inviati da parenti emigrati vuol dire la fame. Ma non ci sono soltanto i clienti normali, basterà ricordare che circa il 50% dei conti correnti bancari in Libano sono intestati a facoltosi uomini d’affari, finanza, malaffare e altro della Siria.

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Vecchia conoscenza della politica, l’immortale presidente del senato, Nabil Berri, figura di spicco del partito sciita Amal (speranza), esterno alleato del più khomeinista Hezbollah (partito di Dio), si è fatto venire un’idea “brillante”. Il Libano è il terzo produttore mondiale di stupefacenti dopo Afghanistan e Marocco: il ragionamento di Berri è molto semplice. Visto che i libanesi muoiono di fame, i prezzi aumentano di giorno in giorno e la rabbia sociale è pronta a esplodere, perché non legalizzare, per uso terapeutico, la cannabis? Così si darebbe sollievo ai tanti produttori della valle della Beka‘a, tradizionalmente vicini anche al suo partito. Insomma: abbiamo un capitale illegale, legalizziamolo e usiamolo per fronteggiare la tempesta.

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Il destino però è amaro ed ha riservato a Berri la più ovvia delle sorprese. Il no di Hezbollah. Che il motivo ufficiale sia “religioso” va da sé: può il partito di Dio dire di sì alla legalizzazione, sebbene a scopi terapeutici, di una droga?

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In realtà dietro il no dell’amico c’è un altro motivo, molto più “sostanzioso”: Hezbollah è notoriamente, per quanto ovviamente lo neghi, il principale fruitore di quell’“oro libanese” clandestino. I traffici internazionali di armi e droga sono enormi e coinvolgono mondi in cui Hezbollah è ben radicata. Dal Venezuela, dove un suo esponente è tra i leader di spicco del narcotraffico ma soprattutto del sistema-Maduro, al Messico, dove i rapporti con il cartello de Los Zetas sono conclamati dalle intelligence di mezzo mondo, alla Nigeria, dove pezzi della fiorente  comunità libanese farebbero da hub globale per scambi che coinvolgono l’Europa. Il bacino di fruizione di Hezbollah è stato recentemente esteso in territorio siriano: ampia parte della valle dell’Oronte, svuotata dalla guerra dalla sua popolazione e adiacente proprio alla valle della Beka‘a, sarebbe diventata un’altra enorme zona di produzione di cui Hezbollah disporrebbe. Impossibile pensare di rinunciare a questa “arma segreta” soprattutto ora che le sanzioni americane sul sistema finanziario di Hezbollah sono stringenti e che l’Iran ha difficoltà a provvedere i cospicui finanziamenti al prezioso alleato.

Dunque lo scontro parlamentare tra i due vecchi amici è andato in scena, per di più in un Parlamento per l’occasione profondamente “libanesizzato”: la riunione, voluta nonostante la pandemia, non si è svolta in Parlamento, ma in un enorme spiazzo, presidiato per l’occasione da uomini  in armi. Ma non avevano le divise ufficiali della polizia libanesi. “Chi sono questi?” Ha chiesto il deputato Jemayyel. “Garantiscono la vostra sicurezza”, ha risposto Berri. Non è stato difficile per il deputato dedurre che fossero i “body guard”, o miliziani, dello stesso Berri.

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Intanto al Cairo venivano sequestrato un cargo libanese che invece che latte in polvere trasportava, guardava un po’, cannabis. Destinazione Libia. Si trattava, riferiscono fonti di stampa, di oltre venti tonnellate. Chissà se è stata solo una coincidenza.       

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