Il grafico Moncelli: «Vivo in Cina, sul Coronavirus lì sono tutti rigorosi»

Il professionista toscano ora è in Italia ma conta di tornare a Hangzhou, dove vive e insegna all’università

Hangzhou City prima del Coronavirus. Foto di Cesare Moncelli

Hangzhou City prima del Coronavirus. Foto di Cesare Moncelli

Desk 19 marzo 2020
di Stefano Miliani

Grafico versatile, intraprendente e dalla forte inventiva, Cesare Moncelli vive a Hangzhou City, capitale della provincia dello Zhejiang, a sud ovest da Shangai vicino all’oceano in Cina, dove esercita come libero professionista e dove insegna graphic design e post design alla Zhejiang Shuren University. Per essere precisi: il 65enne professionista come ogni anno per le vacanze nel Paese asiatico durante il Capodanno cinese è tornato a Firenze dove viveva e lavorava prima di partire molti anni fa. Stavolta il grafico è dovuto restare nella città toscana oltre il previsto per il blocco da Coronavirus. Adesso è ospite da un’amica, tuttavia spera di tornare dove lavora, dove ha la sua vita. Intanto mantiene contatti quotidiani con amici e colleghi a Hangzhou

Moncelli, al 19 marzo l’Italia con 3.405 i morti da Covid19 ha superato le 3.245 vittime della Cina che però conta quasi un miliardo e 400 milioni di abitanti mentre noi siamo 60 milioni: meno di un ventesimo. Senza entrare in valutazioni scientifiche, lei quale differenza vede, nell’atteggiamento dei cittadini?
I cinesi hanno un fortissimo senso civico e nei confronti della salute stanno estremamente attenti: vanno in ospedale anche per un raffreddore. Inoltre hanno una struttura sociale molto forte e il Partito comunista è presente ovunque, anche a scuola. I cinesi sono abituati ad obbedire e lo fanno in maniera rigorosa.
Come si sono comportati i cinesi di fronte all’emergenza da Coronavirus?
In modo rigoroso, appunto. Sono rimasti quattro settimane senza uscire di casa e non uscivano. In città avevano istituito posti di blocco. Se volevi andare a salutare la mamma e uscivi a un posto di blocco ti fermavano e dei volontari ti misuravano la febbre. Quando rientravi a casa un altro posto di blocco ti controllava e misurava la febbre. Non sfuggivi.
La sua università cosa fa nei suoi confronti?
Sono davvero gentili. L’ateneo ha creato un codice elettronico dove il verde, l’arancione e il rosso indicano le varie fasi di un’eventuale malattia. Ogni giorno devo compilare la scheda sulla mia situazione sanitaria e mandarla alla segretaria dell’ufficio per stranieri dell’università. Per fortuna non ho nulla. Sono molto preoccupati, anche perché hanno molti insegnanti stranieri: giapponesi, coreani, inglesi … È un ateneo con 22mila studenti. Il mio dipartimento di design ha una quarantina di professori, tra i quali sono l’unico straniero, e discipline che vanno dall’urban design all’animazione, dal cartoon al design puro. Nei miei riguardi hanno un riguardo particolare perché amano molto l’Italia, più di altri paesi: noi italiani siamo simboli di design, arte, cultura. Mi chiamano “il nostro amico italiano”. Sono estremamente sensibili verso il nostro Paese.
Come fa con l’insegnamento?
Ora le lezioni sono chiuse e le riprendo a maggio quando ho in programma un corso sul manifesto. Intanto grazie a una applicazione cinese seguo via internet una ventina di studenti nei loro lavori per la tesi: do consigli sulla grafica, sui colori … Correggo i compiti.
Lei desidera restare in Italia o tornare in Cina?
Spero di ripartire: ne ho voglia, là ho la mia vita, lì stanno tornando alla vita di prima, a Wuhan non ci sono più casi di contagio.