Irlanda, dietro il trionfo di Sinn Fein c'è un paese più aperto e di sinistra

Sinn Fein (noi stessi) di Mary Lou McDonald, quello che fu il braccio politico della guerriglia dell’Ira, ha sorprendentemente ottenuto il 24,5% dei voti (e 37 seggi) nelle recenti elezioni legislative, arrivando in testa.

Sinn Fein

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Mario Giro 10 marzo 2020

Il due partiti storici del centrodestra irlandese stanno tentando di fare un governo assieme. Non sarà facile, visti gli antagonismi, ma non resta altra soluzione. Infatti il Sinn Fein (noi stessi) di Mary Lou McDonald, quello che fu il braccio politico della guerriglia dell’Ira, ha sorprendentemente ottenuto il 24,5% dei voti (e 37 seggi) nelle recenti elezioni legislative, arrivando in testa. Solo il sistema elettorale permette al Fianna Feil (partito repubblicano) di avere un deputato in più (38) mentre coi voti si è fermato al 22,2%. Terzo posto per il Fine Gael (famiglia degli irlandesi), il partito del premier uscente, con il 20,9% dei suffragi e 35 deputati. Cosa ha portato al successo la sinistra e quali saranno le conseguenze di tale rimonta?


L’Irlanda odierna è un paese molto diverso da quello del ventennio scorso. Da repubblica tradizionalista, economicamente austera e sonnacchiosa, è divenuta la moderna “tigre celtica” e laica di oggi: una vera mecca per le multinazionali di ogni tipo. La globalizzazione l’ha completamente trasformata mediante una grande metamorfosi sociale e antropologica, rendendola tra l’altro una specie paradiso finanziario per gli investimenti esteri. La formula economica trovata dai suoi dirigenti è stata quella di abbandonare le vecchie abitudini liberal-conservatrici legate ai valori del cattolicesimo tradizionale e del nazionalismo moderato, per buttarsi a capofitto nelle opportunità offerte dal nuovo ciclo. Le tasse per le imprese sono state abbassate e la bolla finanziaria è cresciuta senza sosta, complice la vicinanza dell’antico nemico inglese. Il neo-liberismo alla Thatcher e poi alla Blair è stato totalmente introiettato in terreno vergine trasformandolo. La cattolicissima Irlanda ha votato leggi come quelle sull’aborto e il matrimonio gay. Dal cambiamento la crescita è stata esponenziale e la modernizzazione galoppante. La crisi finanziaria del 2007-2008, sebbene abbia fatto scoppiare la bolla, non ha arrestato il trend: il paese si è consensualmente imposto una dura cura di austerità, con taglio dei salari pubblici del 15% (ancora valido), tasse più alte, riduzione di spesa. Il risultato dell’amara medicina non è stato diverso da quello di Spagna o Grecia: sofferenza per la popolazione, crisi del welfare, riduzione della domanda interna ma mantenimento della propria posizione nella competizione internazionale. Anzi: più bassi erano i salari e più attiravano le imprese estere. Così l’aggancio all’economia globale non è mai venuto meno, per la gran soddisfazione delle multinazionali (a cui le tasse non sono state aumentate).


Gli irlandesi hanno seguito la politica dei propri governi senza protestare: tutti sono ancora convinti che il flusso costante di investimenti esteri abbia permesso e permetta sviluppo e lavoro. Dal 2010 la crescita è stata forte: + 4,4% del PIL all’anno, con punte quasi al + 6%. La disoccupazione è scesa al 5% dopo aver toccato il 15%. Non c’è deficit pubblico e il debito è al 60% del PIL, secondo i parametri europei del patto di stabilità. Tutto bene dunque?


Non proprio e questo spiega il primo posto del Sinn Fein. Il grave problema che ha turbato una pur quieta popolazione è stato principalmente uno: l’immobiliare. Ed è proprio sulla casa che la sinistra nazionalista ha fatto campagna. Infatti la gente si è resa conto che il costo della vita è divenuto troppo caro e ciò soprattutto riguarda il prezzo degli immobili. Per un paese modernizzato come l’Irlanda coabitazione e numero dei senza casa sono divenuti fatti insostenibili. A causa dei prezzi molti giovani irlandesi sono costretti a vivere ancora coi genitori. Solo dal 2014 al 2019 il costo degli affitti a Dublino è raddoppiato. Di conseguenza, malgrado l’attuale periodo d’oro di crescita, in Irlanda si sono ricreati palesi fenomeni di povertà che si erano visti solo dopo la crisi. Mentre nessuno critica il sistema delle agevolazioni offerte al capitale straniero (nemmeno la sinistra) da cui emana sia la ricchezza generale che la ripresa attuale, molti se la prendono con il governo per il tema della casa e poi quello della sanità, anch’essa assai indietro.


Così gli irlandesi hanno votato contro la mancanza di alloggi popolari, contro gli affitti proibitivi e le carenza del sistema sanitario. Tutti temi che il Sinn Fein ha sapientemente cavalcato, senza calcare troppo la mano sulle sue tradizionali tesi nazionaliste. Colpisce che i partiti della destra si siano invece concentrati sul tema della Brexit, ignorato dagli elettori. Tutta la questione del back-stop (cioè della gestione del confine con l’Irlanda del Nord) non appassiona gli irlandesi che sembrano ormai pensare che l’unificazione avverrà da sé. Il passato violento imputato a Gerry Adams non può esserlo alla nuova leader, come se una pagina sia stata girata. Molto infatti è dipeso anche dall’immagine di Mary Lou McDonald, neo presidente del partito, che ha fatto di tutto per rinverdire il messaggio del più antico partito irlandese. In campagna il Sinn Fein si è limitato a chiedere la costruzione di 100.000 case popolari oltre che il congelamento degli affitti e più attenzione per la sanità: tanto è bastato per farlo vincere.


Ora l’alleanza moderata avrà difficoltà a rispondere su tali esigenze senza smentirsi. Inoltre la coalizione è meno preparata a resistere alle conseguenze della Brexit, ancora incerte: ogni difficoltà le sarà attribuita. Per ora, sull’onda dei suoi buoni risultati, il Sinn Fein all’opposizione si toglierà certamente la soddisfazione di far cadere il tabù sulla riunificazione. Grazie alla Brexit appunto.