Caccia al Buco Nero, quel sottomarino invisibile che fa impazzire gli Usa
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Caccia al Buco Nero, quel sottomarino invisibile che fa impazzire gli Usa

E' un mezzo russo che appare e scompare dai radar americani, poi all'improvviso sbuca nel Mar Nero. La "guerra fredda" tra Usa ed ex Urss c'è ancora. Ma si combatte in fondo al mare

La guerra fredda e subacquea tra Usa e Russia
La guerra fredda e subacquea tra Usa e Russia
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Enzo Verrengia Modifica articolo

23 Ottobre 2017 - 13.59


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«Non bisogna mai dimenticarsi che i sottomarini sono bestie pericolose.» Parole di Tom Clancy, che con il romanzo “Caccia a Ottobre Rosso” costruì la sua fortuna di narratore proprio sulle imprese dei mezzi subacquei da guerra. Le pronunciò nell’agosto del 2000 a proposito del Kursk, il sottomarino nucleare russo naufragato al largo del mare di Barents, con la perdita dei 120 membri dell’equipaggio. Ma valgono anche oggi per la “caccia al Buco Nero”, nome in codice Nato del sottomarino di Mosca che in navigazione subacquea risulta invisibile ai rilevamenti elettronici. Sennonché, più spesso che no, i sottomarini russi diventano cause e teatro di tragedie. Come quella che si consumò 5 anni fa nel mare del Giappone. Un altro sottomarino nucleare russo destinato a finire in leasing sotto la bandiera dell’India, subì una perdita gassosa di freon, miscela di metano ed etano nel dispositivo refrigerante. Per l’avaria, perirono 17 operai e tre ufficiali, mentre 21 altre persone a riportarono un’intossicazione definita “non letale”. Pessima pubblicità per il complesso militare-industriale di una potenza che mira alla rinascita nel mondo che è uscito quasi trent’anni fa dalla Guerra Fredda dominato dall’unilateralismo degli Stati Uniti e, per contro, destabilizzato dal terrorismo e dalla corsa alle armi nucleari di nazioni non propriamente accettate dalla comunità internazionale.
Fra l’altro, il sottomarino in difficoltà aveva una doppia classificazione. Per i russi fa parte della classe “Nerpa”, che significa foca, per la Nato  è un “Akula”, squalo”, e dalla fine degli anni ’80 rappresentava la più credibile controproposta ai raffinati, affidabili e silenziosissimi modelli americani. L’incidente nel Mar del Giappone sembrava aver sopito molte rinate paure di Norfolk, dove ha sede il comando delle operazioni navali degli Stati Uniti. Oggi, la caccia al Buco Nero le ha risvegliate.
Comunque, a carico dei russi persiste tutt’ora una nutrita casistica negativa. Ai tempi dell’Unione Sovietica, la “Voenno Morskoi Flot”, Flotta Navale di Guerra, non eccelleva per ingegno, specialmente nell’ambito dei sottomarini. Il primo dei quali a propulsione nucleare fu varato nel 1958 su progettazione di una squadra scientifica guidata da Vladimir N. Peregudov dell’Istituto Kurchatov. Purtroppo, l’avanzamento tecnologico del mezzo non trovava corrispondenza nella capacità operativa degli equipaggi. Era il classico caso della pistola in mano ad un bambino. Le complicazioni sorsero immediatamente. Sempre con perdite di vite umani. Otto morti, compreso il comandante, si ebbero il 4 luglio 1961 a causa delle radiazioni emesse da uno dei due reattori del primo sommergibile atomico sovietico. È il celebre caso del “K-19”, ricostruito nel film omonimo del 2002, diretto da Kathryn Bigelow, con Harrison Ford che interpretava il ruolo di Alexei Vostrikov, ispirato al capitano di prima classe Nikolai Vladimirovich Zateyev, vero comandante del sommergibile. Quest’ultimo era impiegato per una crociera sperimentale in prossimità della Groenlandia meridionale. Fatto più grave, una perdita nel sistema di refrigerazione del reattore provocò l’azzeramento della pressione acquea, bloccando le pompe di raffreddamento. Inoltre, un guasto alla radio impedì le comunicazioni con mosca. La temperatura del reattore toccò gli 800°, quasi al punto di fusione delle barre, innescando la temutissima reazione a catena. Zateyev temeva che, nel pieno della Guerra Fredda, la conseguente esplosione nucleare potesse venire interpretata dagli Stati Uniti come l’inizio della Terza Guerra Mondiale. L’esito estremo venne scongiurato con misure di fortuna. Un sottomarino americano che incrociava nei paraggi offrì assistenza, ma Zateyev rifiutò per il timore che i segreti degli armamenti sovietici fossero violati dal nemico. Comunque, la quantità di radiazioni assorbite fu letale per il capitano e sette membri dell’equipaggio. Quello che non funzionò fu lo “SCRAM”, meccanismo di emergenza che disattiva il reattore ai primi segni di malfunzionamento.
La catena di disastri sottomarini sovietici proseguì. L’8 marzo 1968 fu la volta di un Golf-2. La denominazione indica la classe più temibile, quella che imbarca i missili balistici intercontinentali. Il sottomarino, affondato nel Pacifico, aveva infatti a bordo tre testate nucleari. Una in più di quelle in dotazione al mezzo affondato il 12 aprile 1970 al largo delle coste atlantiche della Spagna, nazione integrata nel comando della NATO. È ancora nulla rispetto a quanto accadde il 6 ottobre 1986 nel Triangolo delle Bermude. Ad affondare, stavolta è un sottomarino sovietico della classe Yankee, di seconda generazione, che trasporta missili guidati. Con lo scafo si più di 30 testate nucleari.
Il 7 aprile 1989 lo scenario delle catastrofi subacquee si sposta vicino alla costa del Baltico. Scoppia un incendio a bordo del “Komsomolets”. Il sottomarino ha due testate nucleari, i cui devastanti effetti si avvertirebbero sia in Scandinavia che nell’Unione Sovietica. Ambedue i Paesi sono bagnati dalle acque a rischio di contaminazioni. Muoiono 42 marinai, tuttavia i missili rimangono laggiù, da allora. Periodicamente si riparla di neutralizzarle, senza che finora sia stato fatto nessun tentativo.
Andare sul fondo, allora, non è un privilegio di solitudine e invincibilità, come succedeva al capitano Nemo di Jules Verne. Ad ammetterlo fu di nuovo Tom Clancy: «Sono stato spesso a bordo dei sottomarini americani, ma mai sott’acqua. Confesso di sentire un senso di isolamento, di oppressione, che forse si può superare solo se si è giovani, come la maggior parte degli uomini d’equipaggio».
Un’epopea che si presta inevitabilmente alla narrazione cinematografica.
Sono oltre 200 le pellicole dedicate al mostri meccanici delle profondità oceaniche. A partire dal celeberrimo “Il sottomarino” (“Men without Women” ), diretto nel 1930 da John Ford, con Kenneth MacKenna e John Wayne. Il regista non fece che spostare in alto mare la dinamica del western. L’S13 rimane intrappolato a grande profondità nel corso di una missione e alcuni componenti dell’equipaggio non riescono a risalire, condannati alla lacerante attesa della salvezza.
Come accade in “Uomini sul fondo”, (1941) di Francesco De Robertis, nel quale appaiono vere unità della Marina italiana. Un sommergibile viene speronato da una nave da carico dinanzi al porto di La Spezia. Le operazioni di soccorso mettono alla prove uomini e risorse tecniche.
Nel divertente “Operazione sottoveste” (“Operation Petticoat”), firmato nel ’59) da Blake Edwards, il regista della Pantera Rosa, Cary Grant e Tony Curtis trasformano il loro sottomarino in una specie di arca, con donne, bambini e animali, in cerca di scampo dal secondo conflitto mondiale.
Di tono epico “U-Boot 96” (“Das Boot”), uscito nel 1980 per la regia di un Wolfgang Petersen non ancora passato a dirigere kolossal fantascientifici di Hollywood. La pellicola mostra con claustrofobico realismo la vita a bordo dei sottomarini tedeschi di Hitler.
“Caccia a Ottobre rosso” (“The Hunt for Red October”, 1990), di John McTiernan, dal libro di Clancy, riporta sul grande schermo l’avventura di Marko Ramius (Sean Connery), che decide di disertare dall’Unione Sovietica agli Stati Uniti con tutto il suo sottomarino nucleare.

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