Chissà se in catalano o in castigliano ci sia un proverbio simile al nostro ”la notte porta consiglio”. Non sembrano essercene le condizioni ed oggi la Spagna (e, in essa, la Catalogna) devono tirare i conti di una giornata drammatica, che ha messo l’indipendentismo catalano ed i metodi che ha scelto per affermarsi sotto l’occhio del mondo intero. Nelle parole dei due personaggi chiave della vicenda, il primo ministro Mariano Rajoy e Carles Puigdemont, presidente dela Generalitat catalana, non si è colta la possibilità dell’esistenza di minimo margine per riaprire un dialogo, nè d’altra parte si poteva pensare che ciò accadesse. Ma forse si sperava che le immagini delle cariche della polizia nazionale e della Guardia civil, con persone inermi ferite davanti ai seggi, potessero fare capire che il crinale che si affaccia sul baratro è vicino, troppo vicino per pensare di poterlo ignorare. Carles Puigdemont, apparso davanti alle telecamere con lo stato maggiore della Generalitat, non ha indietrggiato di un millimetro cogliendo l’occasione delle violenze subite dai votanti per accusare il governo di una violenza non necessaria, sintomo di un sentimento (semmai ne esista uno) anti-catalano. Ed ha detto che non intende interrompere il cammino della Catalogna verso la secessione della Spagna, matrigna e mai madre.
Rajoy, invece, qualcosa ha detto di volere fare e già da oggi potrebbe incontrare le delegazioni dei partiti presenti in Parlamento per un esame della situazione e, ha detto, ”rifettere sul futuro”. Che per lui è apparentemente segnato perchè l’incarico di primo miistro gli impone la difesa dell’integrità dello Stato, senza alternative, senza cedimenti. Certo, ora che il sangue sarà lavato del selciato e i danni a scuole e seggi cominceranno ad essere riparati, l’aria vorrebbe essere di ritorno alla normalità. Ma tutti sanno che non potrà essere così, perchè la situazione non lo consente.
Rajoy, che nelle sue dichiarazioni aveva accanto la sua vicepresidente, Soraya Sánez de Santamaría, il ministro portavoce, Íñigo Méndez de Vigo, e quello degli Esteri, Alfonso Dastis, ha ripetuto, come se fosse una formula imparata a memoria, che gli unici responsabili di quanto accaduto sono solo coloro che ”hanno promosso la ferita della legalità”, ”hanno ingannato” e ”diviso i catalani”.
Le unità di polizia fatte arrivare in Catalogna e che con ”professionalità” hanno risolto la questione-voto probabilmente rientreranno nei loro acquartieramenti sulle tre navi da crociera giunte a Barcellona e noleggiate per l’occasione. Ma questo non significa che i Mossos d’esquadra potranno tornare sulle strade e che il loro comportamento (con la decisione di non intervenire ai seggi) sia cancellato. Sono ferite aperte nell’apparato pubblico catalano che si ritrova con un parlamento politamente delegittimato, con una polizia all’indice per non obbedire agli ordini della magistratura, con decine di pubblici amministratori sotto indagine (anche contabile) per l’apporto dato al referendum e chi più ne ha più ne metta. Nell’attesa che qualche magistrato di Madrid cominci a valutare l’ipotesi che portare avanti, per come è stato fatto, il sogno indipendentista non configuri un alto tradimento.