La Russia prepara un nuovo intervento in Siria? Questa notizia, questa anticipazione o forse questa paura ha cominciato a diffondersi nel grande sistema dei media dopo la dichiarazione che Vladimir Putin ha fatto venerdi al Forum economico di Vladivostok : “Abbiamo già fornito un serio sostegno alla Siria con le nostre attrezzature, con l’adddestranento dei suoi soldati e con le nostre armi – ha detto il presidente russo – abbiamo grandi contratti con la Siria, abbiamo sottoscritto accordi diversi anni fa e onoreremo completamente il nostro impegno”.
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Ma, l’isteria si era diffusa anche prima, quando i soliti anonimi funzionari avevano fatto circolare la notizia che la Russia aveva creato una torre di controllo del traffico aereo facendo arrivare unità abitative prefabbricate per un massimo di 1.000 persone in un aeroporto che serve la città-porto siriana di Latakia’. Dopo un po ‘, la storia aveva preso ad arricchirsi di dettagli e dubbi conseguenti. “La Russia sta costruendo una base militare nel cuore del Paese di Bashar al-Assad, e secondo i funzionari dell’intelligence americana questa è una chiara indicazione dell’approfondimento del sostegno russo verso la dittatura”, ha scritto il britannico “Telegraph”, e dopo un po’ tutti i media occidentali hanno preso a seguire la “fonte anonima” e la sua storia trasformandola in notizia “calda” e portando nuovamente in un campo minato i funzionari di entrambe le parti.
Mosca però ha risposto minimizzando le possibilità di un coinvolgimento militare russo. Un quotidiano israeliano, “Yedioth Ahronoth”, ha scritto che la Russia potrebbe essere sul punto di collocare “migliaia” di soldati in Siria per la creazione di una base aerea e lanciare attacchi aerei contro Isis, ed il “Daily Telegraph” ha subito citato l’indiscrezione. Ma anche gli analisti russi pensano che il rapporto di “Yedioth” è stato impreciso e Mosca non vuole ripetere gli errori commessi dagli Stati Uniti.
Il progetto di Putin è diverso, e per altro lo ha proposto già da tempo ripetendo alcuni semplici fatti: ‘”Vogliamo davvero creare una sorta di una coalizione internazionale per combattere il terrorismo e l’estremismo – dice il capo del Cremlino – ed a tal fine, teniamo consultazioni con i nostri partner americani . Ho personalmente parlato della questione con il presidente americano Obama,”
John Kerry, il segretario di Stato, ha telefonato al suo omologo russo a esprimere preoccupazioni degli Stati Uniti: “Ho chiarito che, se le rivelazione erano esatte, queste azioni potrebbero fsr degenerare ulteriormente il conflitto portando ad una maggiore perdita di vite innocenti, aumentando il flusso dei rifugiati e inasprendo il confronto con la coalizione anti-Isil che opera in Siria ‘, ha detto il Dipartimento. Ma già all’inizio di giugno il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, aveva invitato gli Stati Uniti a collaborare con il presidente siriano Bashar al-Assad per combattere lo Stato islamico e promuovere una coalizione internazionale che unisca tutti coloro per i quali i jihadisti sono “un nemico comune”.
Washington attualmente è a capo di una coalizione che conduce raids aerei sullo Stato islamico in Siria e Iraq e collabora con la Turchia per fornire copertura aerea dei ribelli all’interno della Siria.Mosca però critica gli Stati Uniti per il fatto di non lavorare in sincronia con la Siria, che è suo alleato.Nei commenti alla televisione di stato russa, Lavrov ha raccontato di recenti due incontri con il segretario di Stato americano John Kerry,che hanno intensificato i contatti diplomatici ad alto livello e combattere i jihadisti sunniti.”I nostri partner americani e alcuni Paesi della regione si rifiutano ostinatamente di riconoscere Assad come un partner, il che è piuttosto strano – ha detto Lavrov – Assad è stato partner pienamente legittimo quando si è trattato di distruggere le armi chimiche , ma in qualche modo nella lotta contro il terrorismo non lo è”, ha detto il ministro riferendosi all’ accordo di disarmo chimico mediato da Mosca e Washington in precedenza.
Gli Stati Uniti, il suo alleato regionale che è l’Arabia Saudita, nonché i gruppi di opposizione siriani ed altri ribelli dicono che Assad se ne deve andare, e non vogliono collaborare con lui in quanto questo potrebbe essere visto come un modo di legittimare la sua posizione.
Dal momento che ormai gli eventi cambiano quasi in tempo facendo dimenticare anche cosa è successo poche ore fa, ricordiamoci che un anno fa il vice presidente americano ha criticato gli alleati degli Stati Uniti perché rifornivano la guerriglia dell’ ISIS. Poi però si è scusato, poiché si è accorto di aver pubblicamente attaccato Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU), che ufficialmente sono considerati alleati degli Stati Uniti nella lotta contro ISIS. Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno entrambi partecipato a attacchi aerei contro la ISIS in Siria.
Molti elementi però suggerivano che le loro azioni hanno contribuito a causare lo stesso problema che adesso si sta cercando di risolvere. In una sessione di domande e risposte al “Kennedy School of Government” dell’Università di Harvard, il vice presidente Jeo Biden aveva detto queste precise parole: “Cosa hanno fatto certi Paesi? Hanno versato centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi a tutti coloro che sono in lotta contro Assad , tranne accorgersi poi che le persone che venivano rifornite erano elementi estremisti jihadisti provenienti da a “al-Nusra” e “al-Qaeda” e del mondo”. Questo accadeva solo un anno fa.
La CBS allora aveva diffuso anche un’altra parte dell’ intervento : “I nostri alleati nella regione sono il nostro problema più grande in Siria – aveva aggiunto Biden , spiegando che Turchia, Arabia Saudita e ed Emirati Arabi Uniti “sono stati così determinati ne buttare giù Assad che in un certo senso hanno iniziato una guerra tra vicini sunniti e sciiti versando centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi” . Noi non siamo riusciti a convincere i nostri colleghi ad interrompere le forniture – ha aggiunto, dissociando quindi gli Stati Uniti dalla responsabilità di aver scatenato la guerra civile – ed il risultato di una tale politica è ora più visibile”’.
Tutto a un tratto le potenze regionali che hanno patrocinato i ribelli anti-Assad si sono risvegliate all’alba di una grave minaccia per la sicurezza internazionale, ed il fronte ISIS ggi si chiama Stato islamico. Dopo essere stati essenzialmente buttati fuori dall’Iraq hanno trovato spazio aperto e territori nella Siria orientale ed hanno stabilito stretti legami con il fronte “Al-Nusra”, che gli Stati Uniti avevano in precedenza dichiarato un gruppo terroristico.
Washington ha bisogno di una coalizione di stati sunniti per combattere lo Stato islamico, perché “l’America non può ancora una volta andare in una nazione musulmana e diventare l’aggressore, ma l’intervento deve essere guidato da sunniti per attaccare un’altra organizzazione sunnita”, afferma ancora Biden, riconoscendo che per la prima volta gli Usa applicano una strategia geopolitica. “Anche se lo avremmo voluto questa non può essere solo la nostra lotta, non può essere trasformata in una guerra di terra statunitense contro un’altra nazione araba.”
Tutto questo, ripetiamolo, avveniva solo un anno fa. E adesso dunque, quando è evidente che il regime di Assad combatte contro terroristi e il gruppo islamico in Siria, cosa fare, quali carte la coalizione può gettare sul tavolo?
I raids aerei si sono dimostrati inefficienti, contro la forza crescente dell’ ISIS serve un intervento di terra rischioso e duraturo ed al momento l’unica forza che in Siria sia schierata contro ISIS è l’esercito di Assad.
Questo è i quadro realistico , ed anche Putin dice che “gli attacchi arei si sono dimostrati insufficienti”. Eppure il gioco delle alleanze mediorientali lascia gli Stati Uniti e la Russia implacabilmente opposti nelle loro visioni sulla Siria.
(Marina Ragush)