La strategia di Ankara? Rimanere sempre ambigua
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La strategia di Ankara? Rimanere sempre ambigua

Ankara attacca l’IS ma continua seguire una linea di estrema cautela su tutti gli altri versanti lasciandosi aperta ogni opzione, lasciando crescere il suo ruolo di potenza regionale<br>

La strategia di Ankara? Rimanere sempre ambigua
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27 Luglio 2015 - 13.24


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La Turchia è un paese che fino a pochi anni fa, ha seguito la politica di non avere problemi con i suoi vicini, oggi però la sua intera periferia è in fiamme. Si combatte in Siria e in Iraq, a sud, al nord la situazione in Ucraina è sempre più tesa fino al Mar Nero. Ad ovest, la Grecia è in crisi profonda (insieme con la UE) ed è un antagonista storica della Turchia. Il Mediterraneo si è calmato ma la situazione di Cipro non è stata completamente risolta, e la tensione con Israele si è placata, ma non è scomparsa. Ovunque sembra ci siano problemi , anche perchè ci sono tre regioni dell’Eurasia che la Turchia tocca come attore di rilievo: l’ Europa, il Medio Oriente e l’ex Unione Sovietica.

In passato ho sostenuto due cose: la prima era che la Turchia era una potenza regionale emergente che avrebbe finito per essere la maggiore potenza nel suo ambito. La seconda è che questa è una regione che dal declino e dalla caduta degli Ottomani agli inizi del 20 ° secolo, è stata mantenuta stabile da potenze esterne. La decisione degli Stati Uniti di assumere un ruolo secondario dopo la destabilizzazione che ha avuto inizio con l’invasione dell’Iraq nel 2003 ha lasciato un vuoto che la Turchia alla fine sarà costretta a riempire ma Ankara non è pronta a farlo, e questo ha creato una situazione in cui vi è un equilibrio del potere in particolare tra Turchia, Iran ed l’Arabia Saudita.

Il rischio di crisi più immediato per Ankara giunge dall’ area che si estende dal Mediterraneo all’Iran e dai suoi confini allo Yemen. Il problema principale per la Turchia è che la Siria e l’Iraq sono diventate campi di battaglia contigui popolati da una serie di forze come sunniti, sciiti e curdi. Queste battaglie si svolgono in un calderone formato da quattro potenze regionali: Iran, Arabia Saudita, Israele e Turchia, e logicamente ogni parte del quadrilatero vuole emergere dal caos.

Ognuni ha differenti interessi strategici: quello primario dell’Iran è la sopravvivenza dell’ “establishement” garantendo che un sistema politico sunnita aggressivo non si proponga nel suo territorio replicando la situazione in cui Teheran si trovò affrontando Saddam Hussein, dunque la strategia dell’Iran è quella di sostenere le forze anti-sunnite nella regione. Tale supporto varia dal rafforzare gli “Hezbollah” in Libano al puntellare la minoranza alawita in Siria, e finora ha condotto a sostenere Bashar al Assad che viene assistito l’esercito iracheno, a sua volta controllato da sciiti e milizie sciite.

Gli Stati Uniti vedono l’Iran allineato ai loro interessi del momento, visto che entrambi si oppongono allo Stato Islamico e Teheran controlla anche un potente gruppo militante, anzi le realtà sul campo hanno fatto di questa la questione più importante tra Iran e Stati Uniti, che inquadra anche il recente accordo sulle armi nucleari.

L’Arabia Saudita invece considera l’Iran come il suo nemico principale.: Riyadh vede anche lo Stato islamico come una minaccia, ma allo stesso tempo teme che l’ Iraq ed una Siria dominata dall’Iran potrebbero presentare una minaccia esiziale per la Casa dei Saud. I sauditi considerano anche gli eventi in Yemen da una prospettiva simile: anche in questo contesto, Riyadh percepisce un interesse comune con Israele nel contenere i militanti iraniani, così come lo Stato islamico. Chi esattamente i sauditi stiano sostenendo in Siria e in Iraq è controverso, ma il regno non ha altra scelta che giocare una partita tattica e opportunistica.

Israele è in una posizione simile ai sauditi: si oppongono gli iraniani, ma la loro preoccupazione principale deve essere quella di rendere certo che i Hashemiti in Giordania non perdano il controllo del Paese aprendo la porta d uno Stato islamico sul fiume Giordano. LaGiordania per il momento appare stabile, e israeliani e sauditi vedono questo come il punto principale della loro collaborazione. Nel frattempo, Israele sta giocando un gioco attendista per vedere cosa accadrà in Siria: Assad non è amico degli israeliani, ma un Assad debole è meglio di un forte Stato islamico. La situazione attuale in Siria si adatta ad Israele, perché una guerra civile limita le minacce immediate, anche se il conflitto è di per sé fuori controllo e il rischio è che qualcuno alla fine vincerà. Israele deve favorire Assad e questo lo allinea a qualche livello con l’Iran, anche se lavora nello stesso tempo con giocatori sunniti come l’Arabia Saudita per contenere spazi ai militanti iraniani. Come si vede, i contrasti abbondano.

E ‘in questo contesto che i turchi hanno rifiutato di assumere un impegno chiaro, sia con gli alleati tradizionali in Occidente che con i nuovi potenziali alleati che stanno ancora emergendo. In parte ciò è dovuto al fatto che nessun impegno – ad eccezione di quello degli iraniani – è chiaro e irrevocabile, ea parte il fatto che i turchi non intendono impegnarsi a meno che non lo vogliano. Essi sono profondamente contrari al regime di Assad in Siria, e la logica vuole che stiano sostenendo lo Stato islamico che si oppone anche il regime siriano, e come detto prima ci sono moltissime voci dalla regione secondo cui i turchi stanno favorendo e aiutando lo Stato islamico. Si tratta di voci alle quali la Turchia ha appena risposto con un serio e visibile e giro di vite contro lo Stato Islamico, con attività transfrontaliere significative e incursioni diffuse.

I turchi sanno che i militanti, non importa quale possa essere l’attuale rapporto conflittuale, potrebbero passare dall’essere una piattaforma prevalentemente araba a rappresentare una minaccia per la Turchia. Ci sono alcuni che dicono che i turchi vedono anche lo Stato Islamico come possibile giustificazione per un intervento armato in Siria.
Questo dimostra quanto complesse siano le relazioni della Turchia con gli Stati Uniti, che formalmente sono ancora il suo principale alleato.

Nel 2003 i turchi rifiutarono di consentire alle forze Usa di invadere l’Iraq passando dal loro territori, e da allora il rapporto con gli Stati Uniti è stato complesso e travagliato. I turchi hanno fatto dell’assistenza degli Stati Uniti per sconfiggere Assad una condizione per la cooperazione su vasta scala in Siria. Washington, preoccupata per un governo dello Stato islamico in Siria e con poca fiducia nella militanza non islamica come alternativa a lungo termine, si è rifiutata di accettare questa condizione. Pertanto, mentre i turchi sono ora permettendo un certo uso della base aerea della NATO di Incirlik per operazioni contro lo Stato islamico, non hanno fatto di questo un impegno generale, nè hanno collaborato con l’ Arabia Saudita sunnita.

Il problema turco è questo: intorno al Paese i movimenti sono ancora a basso rischio. Mentre Ankara sulla carta ha un grande esercito , anche se non provato in battaglia al di fuori di 30 anni di insurrezione nel suo sud-est, ha anche osservato il risultato dell’impiego di forze convenzionali nella regione, e non vuole correre lo stesso rischio. Inoltre ci sono considerazioni nazionali: la Turchia è divisa tra fazioni laiche e islamiste, i laicisti sospettano gli islamisti di essere segretamente in linea con l’Islam radicale e sono la fonte di molte delle voci che circolano. Il governo dominato dai sunniti del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP), è stato gravemente indebolito dalle ultime elezioni. La sua capacità di lanciare l’unico attacco che voglia sferrare – un’offensiva per rovesciare Assad – ai laici sembrerebbe una guerra di religione e non sarebbe compresa dalla base del partito, mettendo in moto spaccature che potrebbero fer crollare l’AKP. Un attacco contro i sunniti, per quanto radicali, complicherebbe poi i rapporti con le fazioni ribelli nel nord della Siria, di cui la Turchia è già sponsor, e rischierebbe il contraccolpo di rilanciare sentimenti anti-turchi in un Paese arabo adiacente che ricorda la dominazione ottomana di solo un secolo fa.

Pertanto la Turchia, mentre sta gradualmente cambiando posizione – come dimostra anche il recente accordo per consentire ai droni americani “Predator”di volare partendo da Incirlik – sugli altri piani è limitata, se non paralizzata. Da un punto di vista strategico, sembra che vi siano più rischi che ricompense e la sua posizione è simile a quella di Israele: guarda, aspetta e spera di evitare la necessità di fare qualcosa. Dal punto di vista politico, non vi è alcuna solida base di appoggio sia per intervenire direttamente che per fornire supporto ad attacchi aerei americani.

Il problema è che il peggiore scenario per la Turchia è la creazione di una repubblica indipendente curda in Siria o in Iraq. Questo rischierebbe di accendere una miccia tra curdi nel sud-est e indipendentemente dagli accordi vigenti potrebbe destabilizzare tutto, questa è l’unica cosa che potrebbe forzare la mano di Ankara. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno avuto storicamente un certo grado di influenza tra i curdi dell’ Iraq e anche di Siria. Mentre questa influenza può essere sottovalutata, e mentre Washington dipende dalle milizie “peshmerga”curde per il supporto a terra mentre combatte lo Stato Islamico dall’aria, la suan
influenza resta un fattore importante. Se la situazione finisse fuori controllo, Ankara si aspetterebbe che gli Stati Uniti la addomesticassero, e se Washington lo volesse fare, il prezzo sarebbe il sostegno turco per le operazioni degli Stati Uniti nella regione.Questa è la leva nei confronti di Ankara.

I turchi sono molto meno invischiati nella crisi russa ma vi sono ancora potenzialmente coinvoltiin un modo piramidale. Ci sono tre dimensioni da considerare:la prima è il ruolo che la Turchia ha nel Mar Nero, la seconda è il Bosforo e la terza stanel consentire agli Stati Uniti di operare dalla base aerea di Incirlik in caso di aumento del coinvolgimento militare russo in Ucraina.

La crisi in Ucraina coinvolge necessariamente il Mar Nero, Sebastopoli di Crimea è una base russa sul Mar Nero, ed in questo potenziale conflitto il Mar Nero diventa teatro vitale delle operazioni. In primo luogo, pe qualsiasi movimento verso ovest dai russi, il Mar Nero cositituisce loro fianco destro. In secondo luogo, il Mar Nero è un corridoio vitale per il commercio dai russi, e un tentativo da parte dei loro nemici di chiudere quel corridoio sarebbe affrontato da forze navali russe. Infine, la strategia degli Stati Uniti / NATO nell’affrontare la crisi ucraina è stata quello di aumentare la cooperazione con la Romania. Anche la Romania si trova sul Mar Nero e gli Stati Uniti ha indicato che intendono collaborare con Bucarest nel rafforzare le proprie capacità in quel teatro. Di conseguenza, gli eventi nel Mar Nero possono rapidamente degenerare in determinate circostanze, ponendo minacce per gli interessi turchi che Ankara non può ignorare.

La questione del Mar Nero è poi aggravata dalla situazione del Bosforo, che è uno stretto che, insieme con i Dardanelli, collega il Mar Nero con il Mediterraneo. Il Bosforo è l’unico passaggio dal Mar Nero al Mediterraneo, per i russi, si tratta di una via commerciale critica, l’unico passaggio per le navi russe che si dirigono nel Mediterraneo. In caso di conflitto, gli Stati Uniti e la NATO sarebbero probabilmente desiderosi inviare forze navali nel Mar Nero per sostenere le operazioni, ma in base alla Convenzione di Montreaux, un accordo firmato nel 1936, il Bosforo è sotto controllo turco.

La convenzione pone anche alcune limitazioni al traffico nel Bosforo: l’accesso è garantito a tutto il traffico commerciale, tuttavia, Ankara è autorizzata a rifiutare il transito verso Paesi in guerra con la Turchia. Tutti i Paesi con coste sul Mar Nero sono libere di operare militarmente nel Mar Nero ma le nazioni che non vi si affacciano tuttavia soffrono restrizioni: soltanto navi da guerra sotto le 15.000 tonnellate possono transitare, e non più di nove nello stesso momento con una stazza totale non superiore alle 30.000 tonnellate. E poi, è consentito loro di rimanere in zona per un massimo di 21 giorni.

Tutto questo limita la capacità degli Stati Uniti di proiettare forze nel Mar Nero: le portaerei per esempio,, componenti chiave del potere navale statunitense, non sono in grado di passare attraverso il Bosforo. La Turchia è, secondo il diritto internazionale, garante della convenzione e da tempo ha espresso il desiderio di essere liberata da questo ruolo per esercitare la sovranità completa sullo Stretto. A confortarla però c’è il fatto che il rifiuto di consentire a navi da guerra di passare può essere riferito al diritto internazionale, invece che essere responsabilità turca.

Tuttavia, nel caso di un conflitto con la Russia, la Turchia è un membro della NATO, e se la NATO dovesse partecipare formalmente a tale conflitto, Ankara dovrebbe decidere se la Convenzione di Montreaux o gli obblighi di alleanza hanno la precedenza. Lo stesso si può dire delle operazioni di volo da Incirlik: i rapporti della Turchia con la NATO e gli Stati Uniti hanno la precedenza, o Ankara sceglierà di utilizzare la convenzione per il controllo dei conflitti nel Mar Nero? Anche prima del coinvolgimento in un conflitto con la Russia, ci sarebbe una crisi diplomatica potenzialmente pericolosa.
A complicare ancora le cose, la Turchia riceve una grande quantità di petrolio e di gas naturale dalla Russia attraverso il Mar Nero. Ci sono circostanze economiche in cui il venditore è dipende principalmente da ch compera e circostanze in cui a dipendere è l’acquirente, dipende dai margini di manovra.

Quando i prezzi del petrolio erano di oltre 100 dollari a barile, la Russia aveva la possibilità finanziaria di fermare le spedizioneìi ma con i prezzi attuali la capacità della Russia di fare questo è diminuita drasticamente. Durante la crisi ucraina, un taglio delle forniture di energia anche all’ Europa sarebbe stata una risposta razionale alle sanzioni, ma i russi non hanno fatto perché non potevano permettersene il costo.

L’ossessione di un tempo verso la potenza energetica russa non c’è più e la Turchia, uno dei maggiori consumatori, ha ridotto la sua vulnerabilità, almeno durante la fase diplomatica.
Gli Stati Uniti stanno costruendo un sistema di alleanze che include i Paesi Baltici, la Polonia e la Romania ed è progettato per contenere qualsiasi potenziale avanzata russa verso ovest. La Turchia si colloca ancora più a sud di questa struttura di alleanza. I turchi sono stati più coinvolti di quanto è già visibile , svolgendoesercitazioni con i romeni e gli americani nel Mar Nero. Ma, come in Medio Oriente, Ankara ha accuratamente evitato ogni impegno per l’alleanza ed è rimasta poco chiara la sua strategia per il Mar Nero. Mentre il Medio Oriente è più enigmatica, la situazione russa è potenzialmente più pericolosa, dunque l’ambiguità turca rimane identica.
Allo stesso modo, la Turchia ha da tempo chiesto l’adesione all’Unione europea anche se le “performances” economiche di Ankara negli ultimi 10 anni indicano che la Turchia ha beneficiato del fatto di non essere un membro. Tuttavia, i laic in particolare, sono stati irremovibile sul programma di diventare membri perché hanno ritenuto che l’adesione avrebbe garantito la laicità della società turca. L’AKP è stato più ambiguo, continua a chiedere adesione ma è abbastanza contento di rimanere al di fuori. Non voleva una UE laica né ha voluto condividere la crisi economica europea.

La Turchia è comunque tirata in due direzioni. In primo luogo, Ankara ha inevitabili legami economici in Europa,nonostante la crisi che ironicamente si è concentrata sul suo ex nemico Grecia. Più importante in questo momento sono la crisi dell’immigrazione e il terrorismo islamico in Europa: molti dei musulmani che vivono in Germania, ad esempio, sono turchi e il trattamento dei turchi all’estero è una questione politica rilevante . Mentre Ankara ha voluto essere parte dell’Europa, né la realtà economica né il trattamento riservati ai turchi ed agli altri musulmani in Europa sostengono questo rapporto.

C’è una breccia crescente con l’Europa nel tentativo di evitare l’assorbimento dei problemi economici, tuttavia nel sud-est Europa le discussioni sugli investimenti turchi sono all’ordine del giorno. Mettere in prospettiva, la Turchia come frammento dell’Unione – e come potenza economica a lungo termine – attira l’Europa sud-orientale nel suo baricentro economico. In un certo senso , Ankara diventa un’altra forza di frammentazione, semplicemente atteggiandosi a benefattore economico alternativa per i Paesi più poveri del sud-est.
Il potenziale di interazione della Turchia in Medio Oriente è una questione immediata. Il coinvolgimento di medio termine con la Russia è una domanda di più lungo momento. Il suo rapporto con l’Europa è la domanda cui è più difficile rispondere. E il suo rapporto con gli Stati Uniti è la questione che si interseca con tutte le altre.

A tutte queste preoccupazioni, la Turchia non ha una risposta chiara, segue una strategia volta a evitare il coinvolgimento e mantenere aperte le massime opzioni. Ankara si basa su una strategia multi-livello in cui è formalmente alleatacon alcuni poteri e tranquillamente aperta a rapporti con le potenze ostili ai suoi alleati. Questa dottrina multicolore è stata progettata per evitare un coinvolgimento precoce, prima di aver raggiunto un livello di maturità strategica d una capacità che le permetta di definirsi, pure con dei rischi.

In un certo senso, la politica turca è parallela alla politica americana: le politiche degli Stati Uniti in tutte e tre le regioni sono state progettate per consentire all’equilibrio regionale di potere di mantenere se stesso, con Washington si coinvolge in modo selettivo e con forze limitate. I turchi sono in parallelo gli Stati Uniti in linea di principio ma con ancor minore esposizione. Il problema dei turchi è che la geografia li lega al ruolo di perno per tre regioni, mentre per gli Stati Uniti questo ruolo è opzionale i turchi non possono prendere decisioni coerenti, ma devono farlo. Quindi la strategia di Ankara è quella di rimanere sempre ambigua, un enigma. E questo funzionerà fino a quando le potenze esterne non lo renderanno impossibile.

Fonte: Stratfor,George Friedman

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