I membri del tristemente noto “battaglione Ajdar”, composto da estremisti nazionalisti che si sono già macchiati di crimini contro i civili russofoni dell’Est, adesso sono minacciati di scioglimento: a provocare la decisione è proprio l’imbarazzo del governo ucraino per i tanti assassinii commessi e il timore delle conseguenze di un’indagine internazionale.
Fino ad oggi il governo di Kiev era parso quasi ostaggio dei volontari neonazisti: il “battaglione Ajdar” era stato costituito dal gruppo di ultradestra “pravni Sektor” ed era stato impiegato accanto all’Armata per diversi “lavori sporchi” nel Donbass. I membri del battaglione usano anche autodefinirsi “eroi di piazza Majdan”, arrogandosi il merito di aver rovesciato il presidente Viktor Yanukovic e il suo governo. adesso però secondo le agenzie di stampail governo venerdì scorso ha bloccato ai neonazisti l’ingresso al ministero della Difesa dove i volontari avrebbero voluto un incontro con il ministro Stepan Półtorak che, almeno per ora, rifiuta.
La ragione per l’azione di protesta dei volontari è proprio il previsto scioglimento del “battaglione Ajdar”, una decisione presa quasi due mesi fa a causa dei numerosi atti criminali addebitati agli “ajdarovci”, non solo in prima linea nella parte orientale del Paese ma anche in un campo di detenzione controllato l’esercito e perfino a Kiev . L’esecuzione del provvedimento continua però a slittare proprio per la resistenza degli “eroi di Majdan”.
“Bloccare il ministero della Difesa di un Paese che è in guerra e sta continuando la lotta al fronte equivale a un tradimento”, sbotta il ministro dell’Interno, Arseny Yavyakov. Secondo lui, è giunto il momento di ristabilire l’ordine: “Siamo in guerra e l’apertura di un secondo fronte aiuta solo l’aggressore che saprebbe come usarlo”, aggiunge, mentre tutta la stampa ucraina riporta in prima pagina la sua dichiarazione
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A descrivere caratteri e azioni dei volontari nazionalisti radicali, tra i quali sono anche numerosi neonazisti e criminali comuni , è il giornalista Dmitry Jaro? , che guida la banda ed è anche rimasto ferito nella battaglia per l’aeroporto di Donetsk. Jaros parla in una manifestazione di suoi sostenitori, tenutasi a Kiev all’inizio dello scorso anno a Kiev:”La mia proposta era quella di far saltare in aria l’aeroporto, ma i generali erano contro.Poi sono stato ferito, altrimenti avrei preso personalmente uno di quei generali e gli avrei sparato”.
Jaros dice ancora che “quanti oggi accettano la leadership dell’esercito sono fuori dalla realtà e non hanno tratto insegnamenti dalla tragedia in Illovais’k”, ovvero la città dell’ Ucraina orientale in cui le forze del governo di Kiev subirono una pesante sconfitta da parte dei separatisti filo-russi. Il neonazista inoltre ammette apertamente che “Pravi Sektor” ha cominciato a formare un personale militare proprio, con tanto di generale che collaborerà con il comando dell’esercito, “anche se assumerà in proprio alcune decisioni e misure”, e aggiungr che si deve procedere ad una profonda riforma dell’attuale Stato Maggiore “dove può rimanere soltanto il 10 per cento dei generali che ci sono adesso.” L’alternativa rappresentata dalle bande e battaglioni nazionalisti, conclude, adeso è supportata non soltato dalla destra politic ma anche da unità dell’esercito.
[bAppena il 6 gennaio scorso, “Pravi Sektor” ha chiaramente rifiutato di obbedire al governo in Kiev[/b] e nonostante l’ordine di un consigliere del presidente Petro Poroshenko, ovvero George Biriukov , le sue unità hanno rifiutato di recarsi al comando dell’esercito per conflire in unità normali. “Vogliono lottare per se stessi senza essere subordinati a nessuno”,aveva commentato allora Biriukov.
Secondo i giornali la scelta di allora potrebbe ripetersi adesso: Jaros ha lanciato una sorta di ultimatum al presidente intimandogli di lasciare da parte il ministero degli Interni, che a suo dire “rappresenta l’ abominio antiucraino”, ed ha chiesto l’immediata scarcerazione di tutti i radicali arrestati. L’ultimatum scadeva 48 ore, dopo di che Jaros minacciava di organizzare una marcia armata su Kiev. Alla fine però non è successo niente e Poroshenko e Jaros sono giunti a un accordo. Resta da vedere quanto questa pce provvisoria potrà durare.
Mentre Kiev si scopre alle prese con le sue stesse contraddizioni interne, anche l’Unione europea deve affrontare nuove problemi poichè una delle maggiori industrie petrolifere del Continente annuncia una scelta che contraddice in pieno la politica delle sanzioni. La “British Petroleum”, gigante dell’energia, dice infatti che continuerà la cooperazione con la Russia, in atto già da 25 anni, e sta valutando ulteriori investimenti nonostante le sanzioni e bassi prezzi del petrolio. La dichiarazione arriva dall’amministratore della società, Bob Dudley.
“In Russia abbiamo una strategia a lungo termine ed è sempre stato così, quest’anno segna icinque lustri del nostro lavoro lì, i nostri investimenti hanno avuto successo anche se a volte abbiamo dovuto affrontare delle difficoltà, ma nel complesso il lavoro è stato buono per noi “. Dudley parla anche dei “buoni rapporti” con “Rosneft” in cui BP detiene una quota del 19,75 per cento, e aggiunge dicendo che entrambe le aziende condividono una strategia comune e respinge l’idea che la “BP” possa abbandonare la cooperazione con la Russia a causa delle sanzioni e del rublo in caduta.
“La nostra strategia è esattamente la stessa di prima, noi vogliamo fare di più che essere azionisti passivi, pr il momento è meglio essere cauti ma possiamo considerare ulteriori investimenti e ci possono essere nuove opportunità”.
In una intervista televisiva Bob Dudley ha aggiunto poi che i bassi prezzi del petrolio hanno un effetto molto più grave per l’economia russa delle sanzioni occidentali: “Le sanzioni hanno colpito la Russia, ma credo che sia il calo dei prezzi del petrolio a provocare il maggiore stress sul Paese in questo momento, anche se poi colpisce molti altri Paesi in tutto il mondo. Migliaia di miliardi di dollari di ricchezza stanno per essere trasferiti dalla produzione ai Paesi consumatori di petrolio,e questa può essere una buona cosa per nazioni in via di sviluppo come India, Cina, Indonesia ed anche per l’Europa. Nello stesso tempo, non credo che le sanzioni non porteranno a risultati, per raggiungere i loro obiettivi avrebbero bisogno di essere chiare e ben definite mentre oggi non credo che siano particolarmente efficaci. Anzi,hanno assunto carattere un po ‘personale e non credo che questa sia la cosa giusta”.
Dudley ha paragonato la situazione del mercato del petrolio a quella del 1986, quando il prezzo di un barile oscillava dal 40ai 9 dollari, però aggiunge che la fascia di prezzo “non è poi così male” per la sua società che si concentra su un prezzo di 50 dollari al barile. Tuttavia, BP ha ridotto gli investimenti di capitale del 20 per cento per il 2015.
“Il prezzo del petrolio rimarrà basso anche nel prossimo futuro”, continua Dudley, aggiungendo che la ripresa dei prezzi avrà un sacco di tempo, nonostante le parole del presidente dell’Opec, Mohammad el-Badri, secondo il quale i prezzi del petrolio anche possono salire alle stelle fino a toccare i 200 dollari . “Anche se la situazione del mercato del petrolio spesso cambia in modo inaspettato, considero improbabile che i prezzi del petrolio nel breve termine possano raggiungere anche i100 dollari”, conclude.
Sul fronte bellico intanto non si fermano i massacri di civili: Donetsk, la roccaforte dei ribelli ucraini, è nuovamente sotto i bombardamenti, e a farne le spese è la popolazione. Un edificio residenziale di 14 piani è stato centrato da un colpo di artiglieria nel quartiere di Solnechni: ci sono morti e almeno dieci feriti. Anche l’ospedale numero 27, nel quartiere di Tekstlishchik, è stato colpito da una granata, la maggior parte delle vittime si trovavano fuori dall’ospedale.
Le bombe dell’esercito di Kiev hanno stato anche un sistema di distribuzione elettrica e l’intero quartiere è senza energia. L’Alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite ieri aveva lanciato un appello alle parti coinvolte nel conflitto denunciando la possibilità di un catastrofe per i civili. L’Alta rappresentante della politiva estra della, Federica Mogherini, chiede una tregua immediata della durata minima di tre giorni per poter evacuare i civili .
Fonti: Tass, Bloomberg Tv