Il sultano Erdogan odia Internet: nuova crociata contro Twitter
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Il sultano Erdogan odia Internet: nuova crociata contro Twitter

Il nuovo presidente turco ribadisce la sua opposizione ai social network che secondo lui servono soprattutto al reclutamento da parte dei terroristi islamici.

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6 Ottobre 2014 - 11.33


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Fra una visione islamico-tradizionalista della vita e della società ed i “social networks”, veicoli di sfenatezza e corruzione non può esserci accordo e Recep Tayyp Erdogan, che in Turchia già aveva oscurato YouTube e Twitter” nel corso della recente campagna elettorale conferma la sua avversione anche adesso che è diventato presidente e padrone pressocché assoluto del paese.

Ricevendo una delegazione del CPJ, il comitato per la protezione dei giornalisti e delle comunicazioni attraverso la rete, il nuovo Sultano di Turchia se n’è uscito in una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi: “Io ad ogni giorno che passa divento sempre più contrario a Internet”. Poco dopo però il suo consigliere per la comunicazione, Lutfullah Goktas ha cercato di smussare i toni della frase prevedendo gli effetti che avrebbe potuto produrre: “Il presidente voleva solo attirare l’attenzione sul fatto che i social network potrebbero essere utilizzati anche come strumento di propaganda da parte di EI (lo Stato islamico) e di altre organizzazioni estremiste e questa tendenza preoccupante che si sta facendo sempre più visibile. Questo non ha nulla a che fare con l’essere anti-internet”.

Questo ennesimo incidente si verifica a poche ore dalla sentenza con cui la Corte Costituzionale ha annullato giovedì diverse disposizioni di una nuova legge che attribuisce poteri più esteri all’autorità regolatrice delle telecomunicazioni (TIB) per bloccare i siti web anche senza l’ordine un tribunale, al fine di “proteggere la sicurezza nazionale e prevenire un reato o un attentato all’ ordine pubblico “. Erdogan ha difeso la legge affermando che le “organizzazioni criminali e terroristiche” tra cui il gruppo dello Stato islamico (EI), che si trova appena al fuori i confini della Turchia con la Siria e l’Iraq, reclutano combattenti in rete. Anche il ministro della Comunicazione, Lutfi Elvan, denuncia la miopia del più alto tribunale del paese.

“La Turchia vuole soltanto disporree di un meccanismo in più per intervenire immediatamente in caso di violazioni”, dice.
Ovviamente invece le organizzazioni che difendono la libertà di stampa plaudono a questa decisione: “Reporters sans frontières” (RSF) ha accolto con favore la decisione che, secondo il rappresentante regionale Johann Bihr, “ricorda che le esigenze della sicurezza nazionale devono essere bilanciate con il rispetto della libertà di espressione.”

Nel suo incontro con Erdogan, il CPJ ha lamentato anche le pressioni sui giornalisti in Turchia, ma Erdogan ha respinto tutte le critiche. “I media non dovrebbero mai avere la libertà di insulto”, dice il capo dello Stato, che sostiene di essere regolarmente e pubblicamente diffamato dai media che sono più critici verso i suoi metodi di gestione del potere. Per fermare le accuse di corruzione mosse contro di lui alla vigilia delle elezioni comunali di marzo, Erdogan aveva ordinato il blocco di Twitter e YouTube, provocando proteste in Turchia e all’estero, ma anche allora fu costretto a fare marcia indietro per ordine del tribunale.

Adesso il suo governo ha fatto anche votare dal Parlamento una legge particolarmente controversa per rafforzare il controllo di Internet. In un rapporto di dicembre, il CPJ ha scoperto che la Turchia é diventata la più grande prigione al mondo per i giornalisti, individuandone 40 che si trovano dietro le sbarre, soprattutto per la loro presunta vicinanza ai movimenti ribelli curdi.

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