I tre giornalisti di Al Jazeera sotto processo da febbraio per l’accusa di aver collaborato con i Fratelli musulmani (ritenuta un’organizzazione terroristica) sono stati condannati da un tribunale del Cairo. Si tratta del corrispondente australiano Peter Greste e dei colleghi dell’ufficio del Cairo Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, condannati a sette anni di carcere. Baher Mohamed ha ricevuto anche una condanna ad altri tre anni perché era stato trovato in possesso di un bossolo.
I fatti – I tre giornalisti erano stati arrestati nel dicembre del 2013 per la loro copertura degli eventi successivi al colpo di stato del luglio del 2013, quando le forze armate egiziane avevano destituito il presidente Mohamed Morsi. Secondo la corte, raccontando la violenta repressione operata dall’esercito contro le proteste dei Fratelli musulmani (l’organizzazione islamista a cui appartiene Morsi) i tre giornalisti avrebbero “cercato di dare all’estero l’impressione che nel paese fosse in corso una guerra civile”. Per questo l’imputazione è stata quella di aver “trasmesso in diretta informazioni dannose per la sicurezza nazionale”, quindi di aver collaborato con un’organizzazione terroristica e di aver messo in pericolo la sicurezza dello stato.
Il processo contro Greste, Fahmy e Mohamed è cominciato lo scorso 20 febbraio e coinvolgeva altre 14 persone (tra cui diversi giornalisti), che in molti casi hanno ricevuto condanne in contumacia.
La ministra degli esteri australiana, Julie Bishop, si è detta molto preoccupata per il segnale che arriva dall’Egitto sulla libertà di stampa e si è impegnata ad agire rapidamente per ottenere la liberazione dei giornalisti.
Al Jazeera, l’emittente panaraba con sede in Qatar, ha definito la condanna “contraria a ogni logica e parvenza di giustizia”, sostenendo che “non c’è alcuna giustificazione” per trattenere in carcere i suoi giornalisti. “Il governo australiano, ha detto Bishop, contatterà il neo eletto presidente egiziano Abdel-Fattah el-Sissi e gli chiederà di intervenire in questo caso”.
Proprio ieri il segretario di Stato americano John Kerry, nella sua prima visita al Cairo dopo l’elezione dell’ex-generale, aveva sottolineato di aver parlato del procedimento con il neo-presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.