Libano: e se diventasse presidente Geagea?
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Libano: e se diventasse presidente Geagea?

Origina nella destra identitaria cristiana, ma dopo la guerra vicile è il solo leader a finire in galera. E credo che oggi sia un altro. [Riccardo Cristiano]

Libano: e se diventasse presidente Geagea?
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28 Marzo 2014 - 16.33


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di Riccardo Cristiano

Strano paese il Libano. Per molti arabi, comprensibilmente, appare un sogno democratico, un miraggio di libertà consolidate. Ma è anche un Paese dove i partiti, organizzati su base confessionale, sono proprietà privata delle grandi famiglie che gestiscono il gioco politico dai tempi della guerra civile. Gemayyel(maronita) padrone dei falangisti oggi come allora, Geagea (maronita) padrone delle “Forze Libanesi” oggi come allora, il generalissimo Aoun (maronita) padrone del suo “blocco del rinnovamento”, oggi come allora, Jumblatt (druso) padrone del “Partito Socialista”, oggi come allora, Hariri (sunnita) padrone del partito “Futuro”: gli Hariri sono gli unici dei quali non si può dire oggi come allora, ma anche qui la proprietà del partito è un affare di famiglia.. Poi c’è Hezbollah, anch’esso di proprietà, ma della guida spirituale della rivoluzione iraniana. Siamo dunque in un sistema politico “quasi tribale”.

Di questo sistema, i cui attori sono dunque ancora i protagonisti dell’interminabile guerra civile (1975-1990) un solo leader, Samir Geagea, ha conosciuto la galera. Il suo nome nel mondo è sinonimo di odio, di azioni esecrate e esecrabili, quelle che hanno reso famigerato il fascismo cristiano libanese.

Quando ho avuto l’occasione di intrattenermi con lui e, discorrendo, ho anteposto ad una domanda la banale osservazione che gli undici anni da lui trascorsi in prigione dopo la fine della guerra civile sono stati certamente lunghi, Samir Geagea mi ha interrotto e, pur riferendomi io a quella durissima prigionia che lo ha visto rinchiuso e isolato per l’appunto undici anni in una segreta sotterranea, citando il salmo 90, 4 mi ha detto: «Mille anni ai Tuoi occhi sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.Certamente non è stato un periodo breve, ma non so dire quanto sia stato davvero lungo.» Queste parole, riferite alla sua prigionia, mi hanno confermato nell’idea che Samir Geagea, “il mostro”, sia un personaggio: quindi avevo fatto bene a trattenermi qualche giorno in più a Beirut per incontrarlo.

E’ un piccolo viaggio nelle contraddizioni libanesi quello che conduce a Maarab, il piccolo centro dell’interno libanese a quasi mille metri d’altezza e soli 9 chilometri di strada dalla costa dove risiedono Samir Geagea, e sua moglie. Si procede faticosamente attraverso le incredibili speculazioni edilizie che deturpano la costa a nord della capitale, poi si comincia a salire, circondati dall’illogico e crescente numero di Suv che tanto piacciono ai libanesi e si arriva all’improvviso tra montagne e paesaggi incontaminati. Una collina però è sorprendentemente circondata da filo spinato, piccole fortificazioni, posti di controllo. Da lì in su è tutto territorio del comando generale delle Forze Libanesi, oggi partito politico senza armi, ma durante la guerra civile efferata milizia cristiana. E’ proprio in quegli anni che al-Hakim [il dottore] come i suoi lo chiamano da sempre, è divenuto famoso nel mondo. Non ha avuto nulla a che fare con il massacro di Sabra e Chatila, ma era espressione di quel mondo che attaccava le decalcomanie della Vergine Maria ai calci dei fucili, che bombardava il centro di Beirut perché lì c’era promiscuità islamo-cristiana. Continuo a salire lungo la collina recintata di Maarab e quando supero il terzo posto di controllo scopro di dover parcheggiare l’automobile e salire su una jeep: ancora un accurato controllo e poi, grazie alle marce ridotte, vengo trasportato in cima alla ripidissima salita nei boschi che conduce all’enorme portone, tanto nero quando blindato, accanto al quale c’è il varco d’ingresso alla fortezza dove abita Geagea.

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Dopo l’accurata ispezione i suoi , con grande cortesia, non mi lasciano da solo ad aspettarlo. Così riconosco la devozione che lo circonda, e della quale tanti mi hanno parlato, nelle parole di un suo collaboratore: « Ho vissuto all’estero per tantissimi anni, a Londra. Ho deciso di rientrare in patria solo quando ho visto in televisione che al-Hakim era stato scarcerato davvero. Non l’ho creduto vero fino a quando le telecamere non lo hanno inquadrato che usciva di prigione. Poi, mentre parlava da uomo libero, sono scoppiato a piangere. E ho cominciato a organizzare il mio rientro.» Queste ultime parole si accavallano in me con quelle che mi aveva detto poco prima, mentre lasciavo Beirut, un amico libanese: «Davvero vai a intervistare Geagea? Io lo odio.!»

Così aumenta la mia curiosità: che uomo politico è un uomo politico che ha scontato undici anni di carcere duro, di isolamento? Cosa ha significato questa esperienza? E che uomo è divenuto l’uomo che nel 2005, dopo essere stato scarcerato, ha detto; “il Samir Geagea che avete conosciuto è morto, oggi c’è un altro Samir Geagea”?

Mi siedo davanti a quest’uomo altissimo, direi premuroso e distaccato al contempo, e non posso non chiedergli subito cosa volesse dire con questa frase.

« Le faccio un esempio. Prima, quando ero l’altro Samir Geagea, se qualcuno mi insultava sentivo delle voci dentro di me che mi dicevano, “quello ti ha insultato, tu devi reagire, devi insultarlo due volte!” Oggi quei demoni non li sento più. E posso dire di sentirmi più a mio agio con me stesso, di sentirmi cambiato perché con quelle voci si è spento dentro di me il sentimento dell’odio. L’altro Samir Geagea riteneva un nemico chi non la pensava come lui. Oggi considero i dirigenti di Hezbollah, ad esempio, persone con un programma politico che non ha un solo punto di contatto con il mio. Ma non li considero nemici. »
Ma il nuovo Samir Geagea come è nato, dove è nato? In prigione?

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«Quegli anni sono stati decisivi, segnati all’inizio da un trauma. Il primo anno direi che è passato così, nel trauma. E pur essendo traumatizzato ho dovuto trovare il modo di gestire alcune urgenze organizzative, occuparmi soprattutto della mia difesa, parlare con gli avvocati. Poi ho cominciato a usare il tempo per me stesso. Certamente pensavo ai miei familiari, a mia moglie. Ma questi pensieri non hanno occupato gran parte del mio tempo. La maggior parte delle mie ore le ho passate meditando, pregando, dedicandomi a psicoanalisi, spiritualità e misticismo. Oltre a concentrarmi sulla Bibbia, tanto il Vecchio quanto il Nuovo Testamento, ho letto tutti i libri sacri delle grandi religioni orientali, ho letto due volte il Corano e moltissime opere di grandi mistici. Tutti queste letture mi hanno aiutato ad entrare in un’altra parte di me. Una scoperta che si è allargata ovviamente grazie alla preghiera. La preghiera. Ho passato moltissime ore in preghiera. Direi che pur non avendo rischiato di morire ho vissuto qualcosa di molto simile all’Early Death Experience, ho rivisto cioè tutta la mia vita in pochi secondi: ed ho capito cosa sia la luce.»

In prigione avrà avuto modo di riflettere anche sugli errori, suoi e altrui. Non crede che quando avete imboccato la strada che ha portato alla distruzione del Libano ci sia stato un errore decisivo, il vero errore?

« Di solito, con finalità anche autoassolutorie, si dice che la pace si fa in due. Io oggi dico che anche la guerra si fa in due. Difficilmente c’è uno che sia solo aggressore e uno che sia solo aggredito. Però valutando quegli anni e quelle colpe insisto a ritenere di particolare importanza l’occupazione siriana del mio paese. C’è molto da ri-considerare, ma quell’occupazione è stata quanto meno la realtà grave che non si può dimenticare nel valutare le altre scelte e gli altri errori.»

Lei, da quando è uscito dalla prigione, è tornato qui, in montagna: non ha una residenza, un ufficio a Beirut. Perché?
«E’ stato sempre così. E’ una scelta spontanea.
Razionalizzando potrei dire che ho pensato al silenzio, all’aria pura, alla natura. Vantaggi che certamente ho anche valutato, ma soltanto successivamente. Ogni volta che ho scelto l’ho fatto istintivamente.»

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E’ importante questo legame con la montagna. Tutto sommato in questo paese la modernità è Beirut. “La modernità è il rapporto con gli altri.”
Quando è uscito di prigione doveva per forza rientrare in politica?

«E’ il mio lavoro naturale. Il problema non è cosa facciamo, ma come lo facciamo.»
Ecco, lei ha creduto nella “cristianità”: oggi però si ritrova alleato del sunnita Hariri, mentre il cristiano Aoun è un suo avversario politico.

«Sono cristiano, e dirmi cristiano è per me significativo. Definirmi leader della destra cristiana invece non ha più senso, per me. Sono categorie del passato, oggi prive di significato.»

Si può spiegare? Per esempio: lei era un miliziano, leader di una milizia confessionale. Oggi invece parla sempre di Stato. Un bel cambiamento per uno dei protagonisti di una guerra civile che ha inventato la pulizia etnica quando l’espressione ancora non esisteva.

«Nessuna società può vivere senza Stato. L’alternativa allo Stato è il caos. Qui in Libano però c’è una postilla. La debolezza, l’evanescenza dello Stato è funzionale al progetto politico di Hezbollah, che può rafforzare la sua realtà di “stato nello stato” soltanto indebolendo lo Stato. Ma chi non è d’accordo con questo progetto deve fare la stessa cosa? Deve costruire un altro “stato nello stato”? O non deve fare l’opposto, cioè rafforzare lo stato costituzionale, fondato sulle garanzie e le libertà costituzionali? E’ questa considerazione banale che ha fatto da cemento alla convergenza politica tra me e Hariri.»

Dunque in questo paese ancora diviso su linee confessionali lei oggi punta su un’aggregazione politica interconfessionale?

«Ritengo che la creazione di un partito politico interconfessionale non sia una prospettiva per l’oggi, ma deve esserlo per domani. Ce la faremo? Non lo so, ma spero di sì.»

Ad un recente raduno dei suoi, davanti a migliaia di suoi fedelissimi chiamati a ricordare i vostri caduti durante la guerra civile, lei ha avuto il coraggio di chiedere pubblicamente scusa per gli errori del passato, ma nel comune sentire di tanti è rimasto il campione del vecchio integralismo cristiano applicato alla politica. Qual è il politico libanese che ammira di più?

« Fu’ad Siniora, il nostro primo ministro ai tempi dell’ultimo conflitto con Israele. Lo ammiro non soltanto per una scelta, ma per il coraggio con cui ha guidato il governo, lo Stato, in quei difficilissimi frangenti.»
Siniora è un musulmano sunnita: Geagea lo sa, e il sorriso premuroso e distaccato con cui mi saluta sembra sottolineare la rilevanza di questa risposta.

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