I rapporti già freddi tra Francia e Turchia, giovedì, potrebbero gelarsi definitivamente. Con conseguenze negative anche sulle relazioni tra Ankara e l’Unione Europea: che, alla vigilia della presidenza cipriota dell’Ue, sono tutt’altro che serene. Giovedì il parlamento francese sarà chiamato a votare un provvedimento che riconosce, in Francia, il crimine di negazione del genocidio armeno (come accade per la Shoa), un reato sanzionabile con un anno di prigione e una multa che può arrivare sino a 45 mila euro.
La Turchia – che si è sempre rifiutata di riconoscere la deportazione e il massacro di più di un milione di persone compiuto dai giovani turchi nel 1915 – è sul piede di guerra. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha detto che la Francia deve guardare nel suo «passato sporco e sanguinoso» prima di esprimere giudizi su quello degli altri paesi. Spiegando, in una lettera inviata sabato a Parigi, che ci sono documenti che dimostrano che la Francia è responsabile dell’uccisione «di 45 mila persone in Algeria» e del massacro di «800 mila civili in Ruanda».
Il premier Erdogan ha minacciato di ritirare l’ambasciatore e ha fatto presente al presidente Nicholas Sarkozy che se questa legge passerà, «ci saranno gravi conseguenze». Da parte sua Sarkozy si era sempre opposto, sino a oggi, all’idea di approvare una norma siffatta. Ma il suo giudizio è cambiato a ottobre, nel corso di una visita in Armenia, e con l’approssimarsi delle elezioni francesi. E più che uno sforzo di fare giustizia della storia, quello di Sarkozy potrebbe essere un mero calcolo elettorale: la lobby armena, infatti, è tradizionalmente legata al partito socialista francese, e, alla vigilia del voto, questa potrebbe essere la mossa giusta per accattivarsi la loro simpatia, strappandola al campo avversario.
Di sicuro c’è che la Turchia ritiene che questa legge colpisca «direttamente la repubblica turca, la nazione turca e i turchi residenti in Francia» e per questo la considera «un atto ostile». Sarkozy e Erdogan, poi, hanno avuto modo di scontrarsi anche nel corso della crisi libica. Per non parlare dell’opposizione del presidente francese all’ingresso della Turchia in Europa, che è seconda solo a quella della cancelliera tedesca Angela Merkel.
L’approvazione di questa legge peggiorerebbe così i rapporti tra i due stati (e si riverbererebbe anche sui rapporti tra Ankara e l’Ue) senza tuttavia smuovere di mezzo millimetro la negazione del passato che la Turchia continua a operare. Anzi, la rafforzerebbe.
I nazionalisti turchi, infatti, hanno sempre alimentato l’idea che dietro le rivendicazioni armene ci fosse lo zampino delle potenze straniere, in particolare occidentali. Paradossalmente, l’iniziativa francese (sacrosanta nel contenuto, oramai riconosciuto anche da molti storici turchi) rischia di alimentare questo mito persecutorio, rendendo ancora più difficile la possibilità di arrivare a un’elaborazione pubblica e aperta delle colpe del passato. Un lavoro che non riguarda soltanto gli accadimenti della storia, ma anche le premesse mentali e ideologiche che hanno reso possibile il genocidio, le stesse che ancora oggi sono a fondamento dell’idea di nazione turca.