Un nuovo asse di influenza in Medio-Oriente?
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Un nuovo asse di influenza in Medio-Oriente?

Giordania e Marocco sperano in una annesione al Consiglio di Cooperazione del Golfo. Un tentativo di contrastare la crescente influenza dell’Iran.

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5 Giugno 2011 - 11.48


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di Ilenia Ferrari

Sin dal mese di maggio si vociferava della possibile annessione delle due monarchie – marocchina e giordana – al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council – GCC). I membri di questo gruppo sono sei: Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait. Un’iniziativa del genere potrebbe essere interpretata come il tentativo, da parte del trentennale gruppo, di contrastare la crescente influenza dell’Iran e di difendere gli interessi comuni in seguito alle rivolte popolari che hanno trionfato in Tunisia e in Egitto.

Steven Fish, professore di scienze politiche all’Università californiana Berkeley ha detto: “Ciascuno dei monarchi (CCG, Marocco e Giordania, N.d.T.) ha più timore delle proprie genti che dell’Iran, degli Stati Uniti o di qualsiasi altra potenza esterna”.

La proposta di annettere queste due monarchie sottolinea le radici anti-rivoluzionarie del gruppo sin dalla sua fondazione nel 1981. Essa ebbe luogo, in parte, come risposta alla rivoluzione iraniana del 1979 e all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Tra i suoi principali obiettivi vi erano: permettere ai cittadini il libero spostamento tra i Paesi membri senza visti e lo sviluppo di una moneta unica e di tariffe commerciali. Anche la cooperazione militare faceva parte dei suoi obiettivi ma il suo raggiungimento non è avvenuto fin quando l’Arabia Saudita ha dispiegato le sue truppe in Bahrein il mese scorso. Le forze armate giordane, conosciute anche come l’Esercito Arabo (Arab Army), contano più di 100,000 soldati e sono considerate tra le migliori nella regione. L’esercito marocchino, fondato nel 1956, è composto di quasi 190,000 unità attive ed altrettante di riserva. Il CCG potrebbe dunque contare su degli alleati militari ben addestrati per eliminare la “minaccia iraniana”.

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Obiettivo dei sei Paesi del GCC, annettendo Giordania e Marocco, è quello di solidificare un’alleanza di ampio raggio regionale e di raggruppare le risorse delle controparti monarchiche. Mustafa Alani, direttore del dipartimento per la sicurezza del Gulf Research Center a Dubai ha detto che l’annessione delle due monarchie è volta a dare “profondità politica e strategica al CCG”. Ha poi aggiunto che, date le profonde differenze tra le due monarchie e quelle del Golfo, “tale decisione sembra essere volta solo alla nascita di un nuovo blocco arabo con, in mente, piani regionali espansionistici”.

Sia il Marocco, sia la Giordania soffrono di un alto tasso di disoccupazione e seri deficit di risorse economiche. I cittadini di queste due nazioni potrebbero lavorare nel Golfo, dove le opportunità d’impiego non mancano. Le due nazioni, come il resto dei Paesi del CCG, sono pro-occidentali, guidati da monarchie sunnite, ma a differenza dei Paesi del Golfo, il loro prodotto interno lordo pro-capite è appena intorno ai $5,000 laddove l’Arabia Saudita vanta, nel 2010, di $24,200. Parlando di convenienza e semplicità di integrazione, sarebbe più semplice assorbire l’economia giordana ($27.5 miliardi secondo le statistiche del 2010), anche perché è geograficamente più calzante del Marocco. Tuttavia, l’economia di quest’ultimo apporterebbe un grande contributo alle nazioni del Golfo poiché è cinque volte la Giordania. È improbabile che Giordania e Marocco diverranno membri a pieno titolo nel prossimo futuro, mentre è più probabile che riceveranno lo status di osservatori che potrebbe iniziare con investimenti bilaterali migliori, ma con restrizioni, ancora, su spostamenti e residenza. Certo è, però, che se i Paesi del Golfo vogliono che gli eserciti delle nuove monarchie entranti siano pronte a sacrificarsi per loro, essi dovranno impegnarsi a garantire pieni diritti economici e di spostamento.

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A differenza dell’entusiasmo dimostrato dalla Giordania che, in seguito a due richieste di ammissione negate (una nel 1980 e una nel 1996), viene finalmente accolta nel gruppo, il Marocco ha guardato all’invito di unione in modo più cauto. Nonostante questo Stato abbia sempre intrattenuto rapporti di varia natura con i ricchi Stati del Golfo, le notevoli differenze, e la distanza geografica non hanno mai lasciato presupporre un partenariato con questi, almeno non sotto il regno di Mohammed VI, date le poche relazioni personali che il giovane monarca ha, a differenza del padre, con i leader del Golfo. Il re vorrebbe certamente che le relazioni strategiche con i membri del CCG si consolidassero, ma per sostenere il potere regionale politico del Marocco e l’inquadramento geopolitico del suo conflitto con l’Algeria, il vicino stato ricco di petrolio.

Nonostante i vantaggi di un’alleanza con i Paesi del CCG, i marocchini temono che le monarchie del Golfo vogliano fare pressione sul loro re affinché torni sui suoi passi rispetto al suo discorso del 9 marzo scorso sulle profonde riforme in programma. Tali riforme non trasformerebbero la natura dei poteri monarchici ma potrebbero condurre a un miglioramento dell’equilibrio tra il Re e gli altri rami del governo. Questo è quello che, secondo alcuni, potrebbero temere i sauditi: se avvenisse una transizione democratica pacifica nel Regno del Marocco, l’evento avrebbe lo stesso impatto delle rivolte tunisina ed egiziana e la monarchia marocchina fornirebbe un potente modello cui le monarchie del Golfo sarebbero costrette ad adeguarsi.

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Lo status di membro nel CCG, del Marocco, è ancora una proposta e richiede molti passi per divenire realtà. Lo squilibrio tra le economie marocchina e dei paesi del CCG richiede un profondo sforzo per l’integrazione economia e l’armonizzazione delle regole, delle regolamentazioni in materie legislative, finanziarie, commerciali, amministrative, ecc. Non si deve dimenticare, poi, che il Marocco ha molti più legami con l’Unione Europea e che aspirerebbe, in futuro, a diventare membro di questa comunità.

Certo, un CCG allargato potrebbe giocare un ruolo importante nel risolvere le crisi arabe e stabilizzare i governi in transizione, ma la sfida risiede nel convincere questo club di monarchi a non trasformare una simile alleanza in un blocco volto al mantenimento dello status quo e al sabotaggio del desiderio degli arabi di perseguire la democrazia.

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