Francesco guarda a Pechino: la guida alle sue encicliche pubblicata in cinese
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Francesco guarda a Pechino: la guida alle sue encicliche pubblicata in cinese

Nello stesso tempo la Civiltà Cattolica ha pubblicato un'intervista con il vescovo di Hong Kong Monsignor Stephen Chow

Francesco guarda a Pechino: la guida alle sue encicliche pubblicata in cinese
Papa Francesco
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

12 Maggio 2023 - 15.13


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Domani, 13 maggio, presso la sede de La Civiltà Cattolica, sarà presentato il volume in lingua cinese “Il magistero di papa Francesco. Una guida alla lettura delle sue Encicliche ed esortazioni apostoliche”. L’opera sarà presentata dall’autore, il direttore della rivista dei gesuiti, padre Antonio Spadaro e dal cardinale Antonio Luis Gokim Tagle. 

L’evento ha un valore evidente nelle difficoltà del confronto politico globale in atto e della situazione interna alla Cina, dove tra mille difficoltà prosegue il cammino dell’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina, che ha per oggetto la delicatissima questione dei criteri di nomina dei vescovi in Cina. Dopo una dolorosa stagione di divisione dei cattolici in Cina, tra quelli fedeli al governo (Chiesa patriottica) e quelli fedeli al papa (Chiesa clandestina), le due comunità hanno avviato un cammino di unificazione, portando all’esistenza di vescovi tutti riconosciuti da Roma. Non mancano però le diocesi ancora vacanti e alcuni trasferimenti di vescovi hanno recentemente causato delle incomprensioni importanti tra Pechino e Roma. Particolare rilievo ha quindi la collaborazione tra la Chiesa cattolica di Pechino e quella di Hong Kong, l’ex colonia britannica che ha goduto di uno statuto autonomo ( in base alla formula “un Paese e due sistemi”), coabitazione politico istituzionale andata gravemente in crisi, come purtroppo è noto. Da allora, dalla feroce repressione che ebbe luogo a Hong Kong, i destini dell’accordo tra Santa Sede e autorità di Pechino vengono scrutinati con attenzione; alcuni non nascondono che auspicano una rottura dell’accordo provvisorio. Le spinte centrifughe tra Cina e Occidente possono ovviamente favorire questa deriva, che avrebbe ricadute evidenti per il mondo ma soprattutto per i cattolici cinesi. 

Proprio con l’arcivescovo di Hong Kong La Civiltà Cattolica pubblica oggi, a poche ore dalla presentazione del volume, un’importante intervista, realizzata da padre Antonio Spadaro. Monsignor Stephen Chow, che guida la Chiesa ad Hong Kong da meno di due anni, dal 17 al 21 aprile scorso è stato a Pechino su invito del vescovo Joseph Li Shan, che è anche capo dell’Associazione patriottica cattolica cinese. Si è parlato di questo viaggio come della prima visita a Pechino del vescovo ad Hong Kong, e in Cina si è parlato di “evento storico”, Monsignor Chow tiene a ricordare che nel 1994 il cardinale John Baptist Wu si recò nella capitale cinese. Poi aggiunge che fu Giovanni Paolo II – cioè il papa che ha avviato il difficile cammino che ha condotto all’accordo provvisorio con Pechino firmato da Francesco in coerenza con la famosa lettera ai cinesi di papa Benedetto- a definire quella di Hong Kong “Chiesa ponte”.

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A questo punto dell’intervista emerge il nodo “bilaterale” dell’oggi. Chiede padre Spadaro: “ Il trasferimento di monsignor Shen Bin da Haimen a Shanghai e, prima ancora, l’insediamento di monsignor John Peng Weizhao, vescovo di Yujiang, come vescovo ausiliare di Jiangxi, ha sollevato timori che l’accordo da parte cinese sia venuto meno. Che ne pensa?” Ecco la risposta: “ A mio parere l’accordo non è morto come alcuni sembrano aver suggerito. Ma le discrepanze di vedute tra le due parti sull’assegnazione dei vescovi ad altre diocesi potrebbero costituire un fattore da sottoporre a una migliore comprensione. Pertanto, se per il futuro si svolgessero colloqui più regolari e approfonditi, forse ne verrebbero dei chiarimenti”. 

Seguono un’altra domanda e un’altra risposta molto importanti. Il pubblico italiano sa che da anni la Chiesa parla di inculturazione del cristianesimo nelle altre culture: i cristiani non intendono conquistare le altre culture, ma portare il cristianesimo dentro di esse, quindi rispettandone valenza e specificità. Così padre Spadaro chiede come vada intesa la “sinicizzazione” della Chiesa. Risponde monsignor  Stephen Chow: “ La mia impressione è che la Chiesa nel continente   stia ancora cercando di capire quale significato dovrebbe assumere per sé la sinicizzazione. A tutt’oggi non è pervenuta a una conclusione definitiva. Pertanto sarebbe significativo se noi dialogassimo con loro nel contesto di incontri seminariali, in modo da condividere insieme anche il significato e le implicazioni dell’«inculturazione», che certamente risponde ad alcune delle loro preoccupazioni sulla sinicizzazione. E a nostra volta stiamo imparando da loro che cosa la sinicizzazione può significare dal loro punto di vista. Secondo uno dei funzionari governativi che abbiamo incontrato durante il viaggio, la sinicizzazione assomiglia al nostro concetto di inculturazione. Quindi, penso che per ora sia meglio non saltare a conclusioni sulla sinicizzazione. Sarebbe più utile continuare a dialogare sull’argomento”.

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Un esempio abbastanza noto è quello dell’armonia, sempre citato come un valore molto caro ai cinesi: è un tema delicato, perché “armonia”, certamente una bella cosa, può comportare tante scelte tante che pensandoci bene potrebbero risultare meno condivisibili. La risposta di monsignor Chow su questo punto è molto significativa: “Armonia tra diversi interessi, partiti, parti coinvolte, che li renda una comunità di pacifica convivenza e mutuo sostegno. Ciò in qualche modo differisce dalla nostra concezione dell’unità nella pluralità, che permette un certo grado di unicità e indipendenza delle differenti entità, ma unite da interessi o preoccupazioni comuni. Ma l’armonia e l’unità si oppongono di certo entrambe alla cultura del dominio e dello strapotere, che oggi sembra favorita dal mondo politico”. 

Siamo di tutta evidenza a una discussione che riguarda anche il patriottismo e il modo di intendersi su quella visione “patriottica” a cui la Cina tiene, per formazione antica ma anche per esperienza di un passato coloniale in cui la fedeltà cristiana appariva più alle potenze occidentali che alla Cina. Dice il vescovo Chow:  “ Qual è la più grande risorsa di un Paese? Senza dubbio, è la sua gente. Quindi, amare il proprio Paese significa amare coloro che vivono nel suo ambito, specialmente i suoi cittadini e residenti. Quanto alla Chiesa, la sua più grande risorsa a questo mondo non dovrebbero essere gli edifici ecclesiastici, ma il Popolo di Dio. L’amore richiede soggetti concreti, non può fermarsi alle nozioni. Pertanto, amare il nostro Paese significa che la dignità della sua gente dovrebbe venire prima di tutto. Credo che qualsiasi governo responsabile debba avere in mente questa missione, per quanto gli approcci prescelti possano variare a causa di diversi fattori esterni. Detto questo, le persone possono godere di una vita «buona» quando il loro governo adempie la propria missione. Se non lo fa, accade il contrario. È quindi auspicabile che tra il governo e la Chiesa ci sia un’apertura al dialogo. Per il bene del Paese, dovremmo aiutare il governo a migliorare”.

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L’intervista prosegue con altre affermazioni molto significative, anche su come i cattolici cinesi valutano la linea seguita da papa Francesco e sull’importanza che avrebbe un incontro con Xi: “Non ci sono statistiche sulla proporzione di estimatori e avversatori. Ma da quello che ho visto e letto, così come dall’atteggiamento dei cattolici che ho incontrato durante il viaggio, direi che una grande maggioranza dei cattolici in Cina è fedele a papa Francesco e spera che l’Accordo provvisorio porti cambiamenti auspicabili per la loro Chiesa, non ultimo un incontro tra papa Francesco e il presidente Xi. Anche il governo cinese ha molto rispetto per papa Francesco. I suoi componenti apprezzano particolarmente la sua apertura mentale e l’inclusività. Si ritiene che il suo amore per l’umanità nel suo insieme coincida con i valori fatti propri dal presidente Xi quando ha augurato all’umanità di essere una «comunità dal futuro condiviso». Dal momento che papa Francesco ha espresso il suo amore per il popolo cinese e la sua speranza di visitare la Cina, non stupirebbe che anche il governo cinese volesse vederla realizzata. Preghiamo affinché questo accada, non solo per papa Francesco o per la Cina, ma per il mondo”. Essere “Chiesa ponte” non è facile, ma molto importante sì, certamente.

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