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Parlamento: discutere sui costi delle armi all'Ucraina non è un sacrilegio

Una cifra complessiva di oltre 450 milioni di euro: è questa la valutazione che l’Osservatorio Mil€x sui costi per l’Italia dell’invio di sistemi d’arma all’Ucraina impegnata nel conflitto armato successivo all’invasione russa

Parlamento: discutere sui costi delle armi all'Ucraina non è un sacrilegio

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Novembre 2022 - 17.57


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Discuterne si può, discutere si deve. E quello che domani farà il Parlamento su un tema di stringente attualità: la cessione di armi all’Ucraina. 

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Un report dettagliato

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E’ quello elaborato da uno dei più seri analisti di spese militari in circolazione in Italia: Francesco Vignarca. 

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Scrive in proposito Vignarca: “Una cifra complessiva di oltre 450 milioni di euro: è questa la valutazione che l’Osservatorio Mil€x è in grado di fare oggi a riguardo dei costi per l’Italia dell’invio di sistemi d’arma all’Ucraina impegnata nel conflitto armato successivo all’invasione russa dello scorso Febbraio. La stima è diffusa alla vigilia di un nuovo dibattito parlamentare (con la presentazione di diverse mozioni)  che toccherà anche il tema della cessione di armi all’Ucraina, in vista di un possibile sesto decreto interministeriale con dettaglio di materiali da inviare a breve alla volta di Kiev.

Va ricordato che l’autorizzazione alla “cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina” è stata definita il decreto legge n.14 del 2022   (nel quale è stato trasposto il contenuto del decreto legge n. 16 del 2022), convertito con la legge n. 28 del 2022. Nonostante tale autorizzazione, che ha validità temporale fino al 31 dicembre 2022, si riferisca materiali d’armamento già in possesso della Difesa italiana che non verranno pagati dall’ucraina si è voluto esplicitare – in maniera superflua – che si tratta di un provvedimento in deroga alla legge 185/90 sull’esportazione di armi. Per rendere effettiva la decisione si è dovuto procedere all’adozione di un atto di indirizzo del Parlamento. L’elenco dei mezzi, dei materiali e degli equipaggiamenti militari e le modalità di cessione degli stessi (anche ai fini contabili) sono stati definiti con diversi decreti del Ministro della Difesa, adottati di concerto con il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale e con il Ministro dell’economia e delle finanze. Al momento risultano definiti cinque decreti interministeriali, con dettagli sugli armamenti scelti secretati, quattro dei quali emessi durante la XVIII legislatura con l’ultimo invece adottato a nuove elezioni già avvenute e illustrato dal ministro della Difesa Guerini al Copasir  lo scorso 4 ottobre. L’obbligo di aggiornamento delle Camere previsto dal decreto legge con cadenza almeno trimestrale è stato assolto con alcuni dibattiti periodici, e relativa approvazione di documenti, che però non hanno mai toccato i dettagli sui materiali inviati e sui costi relativi.

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Già lo scorso aprile il nostro Osservatorio aveva provato a definire una prima stima generica di costo per le casse pubbliche di questa decisione di sostegno militare all’Ucraina, a partire dall’unica cifra diffusa formalmente da Guerini durante un’audizione parlamentare (e presa come riferimento base anche dalle analisi internazionali): 150 milioni  di controvalore. Il costo reale per il nostro Paese deriva però dalla modalità “internazionale” di copertura che è stata decisa a livello di Consiglio Europeo (i fondi militari sono esclusi dalle competenze specifiche dell’Unione, secondo i Trattati costitutivi): il ricorso allo strumento European Peace Facility. Come già evidenziato si tratta di uno strumento finanziario ‘fuori bilancio’ a supporto delle iniziative militari internazionali europee istituito il 22 marzo 2021 con una prospettiva settennale (che no si ipotizzava certo di dover utilizzare così copiosamente per l’Ucraina) e una dotazione previsionale di 5.692 milioni di euro. Dunque l’EPF è finanziato dai contributi annuali degli Stati membri dell’UE stabiliti in base al Reddito nazionale lordo: la quota di contribuzione annuale dell’Italia è quindi di circa il 12,5%. Le erogazioni successivamente decise nel corso dell’anno hanno superato di molto il budget annuale previsto e si attestano al momento ad un totale di 3,1 miliardi di euro confermati  ad ottobre 2022. La modifica sostanziale, in aumento, delle cifre previsionali non ha però modificato la modalità di erogazione fondi a copertura degli invii delle armi, che rimane definita in base al controvalore degli armamenti secondo i meccanismi di funzionamento già stabiliti. Ciò significa che ciascun Paese può richiedere rimborsi EPF in base a quanto dichiara di aver inviato all’Ucraina: poiché però i controvalori dei materiali d’armamento spediti sono molto più alti del fondo comune già deciso la copertura non potrà essere integrale. Al momento, soprattutto a seguito delle forti pressioni della Polonia che è ai vertici della lista dei sostenitori militari dell’Ucraina, ci si sta orientando su una copertura pari a circa il 50%. Cosa significa questo per l’Italia, in termini reali e considerando che invece l’erogazione verso il fondo EPF è definita con quote già previste a priori? Partendo dall’unica cifra diffusa in qualche modo dal Ministero della Difesa il nostro Paese si dovrebbe vedere restituiti 75 dei 150 milioni spesi ma a fronte di una “quota EPF” di circa 387 milioni di euro. Cioè un totale complessivo per le casse pubbliche che supera abbondantemente i 450 milioni di spesa. Anche l’eventuale aumento del “controvalore dichiarato” dall’Italia (assumendo che la cifra fornita da Guerini mesi fa sia solo una stima minima di base, superata dagli invii successivi) non anderebbe a migliorare l’impatto finanziario, anzi lo peggiorerebbe per vari motivi. Da un lato perché la segnalazione spregiudicata di alti “valori di magazzino” per ottenere più rimborsi da parte di alcuni Paesi UE sta già creando tensione tra gli alleati, senza dimenticare che l’EPF – come visto – già ora non è in grado di coprire interamente le richieste: se l’Italia chiedesse un maggiore rimborso la quota non coperta supererebbe dunque per mera algebra i 75 milioni stimati al momento. Dall’altro perché l’intensificarsi di richieste da parte degli Stati Membri potrebbe spingere a decisioni di irrobustimento del totale del Fondo, a cui l’Italia come detto contribuisce per un non residuale 12,5%, di fatto aumentando e non certo diminuendo la forbice tra erogato e ricevuto.

La stima appena effettuata di almeno 450 milioni di euro di costo per l’invio di armi a sostegno dell’Ucraina deve inoltre essere considerata solo come base anche per un altro importante motivo inserito nella decisione governativa dello scorso marzo confermata dal Parlamento. Il decreto legge già citato prevede infatti che “le somme in entrata derivanti dai decreti ministeriali” che individuano i materiali d’armamento ceduti devono essere riassegnate integralmente sui pertinenti capitoli dello stato di previsione del Ministero della Difesa.Ciò significa che al dicastero di via XX Settembre dovranno essere garantiti fondi per reintegrare i propri arsenali con sistemi d’arma paragonabili a quelli inviati in Ucraina. Un reintegro che potrebbe impattare per diverse centinaia di milioni, considerando che riguarderà per forza di cose pezzi “nuovi” con un costo di listino sicuramente superiore al valore dichiarato dei residui di magazzino. Al momento non è comunque possibile sapere cosa si debba intendere con “somme in entrata” – e quindi come poterle stimare – poiché nessuna indicazione specifica è stata fornita su di esse nonostante un Ordine del Giorno in tal senso sia stato presentato ed accolto dal Governo (senza votazione) durante il dibattito parlamentare dello scorso maggio 2022. In base a quale sarà l’indirizzo preso, che potrebbe essere definito e chiarito nell’ambito delle decisioni sulla Legge di Bilancio in discussione a breve, la stima complessiva del costo per l’Italia del sostegno militare all’Ucraina potrebbe dover essere significativamente ritoccata, in aumento”.

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Fin qui Vignarca

Ai parlamentari che erano in piazza…

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Il 5 novembre scorso, a Roma, nella manifestazione nazionale per la pace (0ltre 100mila i partecipanti). A loro, in primo luogo, ricordiamo la piattaforma di convocazione. 

L’ombra della guerra atomica si stende sul mondo 

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La minaccia nucleare incombe sul mondo. È responsabilità e dovere degli stati e dei popoli fermare questa follia. L’umanità ed il pianeta non possono accettare che le contese si risolvano con i conflitti armati. La guerra ha conseguenze globali: è la principale causa delle crisi alimentari mondiali, ancor più disastrose in Africa e Oriente, incide sul caro-vita, sulle fasce sociali più povere e deboli, determina scelte nefaste per il clima e la vita del pianeta. La guerra ingoia tutto e blocca la speranza di un avvenire più equo e sostenibile per le generazioni future.

Questa guerra va fermata subito

Condanniamo l’aggressore, rispettiamo la resistenza ucraina, ci impegniamo ad aiutare, sostenere, soccorrere il popolo ucraino, siamo a fianco delle vittime. Siamo con chi rifiuta la logica della guerra e sceglie la nonviolenza.

L’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato nel cuore dell’Europa la guerra che si avvia a diventare un conflitto globale tra blocchi militari con drammatiche conseguenze per la vita e il futuro dei popoli ucraino, russo e dell’Europa intera. Siamo vicini e solidali con la popolazione colpita, con i profughi, con i rifugiati costretti a fuggire, ad abbandonare le proprie case, il proprio lavoro, vittime di bombardamenti, violenze, discriminazioni, stupri, torture.

Questa guerra va fermata subito. Basta sofferenze. L’Italia, l’Unione Europea e gli stati membri, le Nazioni Unite devono assumersi la responsabilità del negoziato per fermare l’escalation e raggiungere l’immediato cessate il fuoco. È urgente lavorare ad una soluzione politica del conflitto, mettendo in campo tutte le risorse e i mezzi della diplomazia al fine di far prevalere il rispetto del diritto internazionale, portando al tavolo del negoziato i rappresentanti dei governi di Kiev e di Mosca, assieme a tutti gli attori necessari per trovare una pace giusta. Insieme con Papa Francesco diciamo: “Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili”.

L’umanità ed il pianeta devono liberarsi dalla guerra.

Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite di convocare urgentemente una Conferenza Internazionale per la pace, per ristabilire il rispetto del diritto internazionale, per garantire la sicurezza reciproca e impegnare tutti gli Stati ad eliminare le armi nucleari, ridurre la spesa militare in favore di investimenti per combattere le povertà e di finanziamenti per l’economia disarmata, per la transizione ecologica, per il lavoro dignitoso.

Occorre garantire la sicurezza condivisa.

Le guerre e le armi puntano alla vittoria sul nemico ma non portano alla pace: tendono a diventare permanenti ed a causare solo nuove sofferenze per le popolazioni. Bisogna invece far vincere la pace, ripristinare il diritto violato, garantire la sicurezza condivisa. Non esiste guerra giusta, solo la pace è giusta. La guerra la fanno gli eserciti, la pace la fanno i popoli.

L’Italia, la Costituzione, la società civile ripudiano la guerra. Insieme esigiamo che le nostre istituzioni assumano questa agenda di pace e si adoperino in ogni sede europea ed internazionale per la sua piena affermazione”. 

Quel giorno in piazza erano presenti i leader di tutte le forze di opposizione al governo di destra guidato da Giorgia Meloni. C’era Enrico Letta. C’era Giuseppe Conte. C’erano Nicola Fratoianni e  Angelo Bonelli.  E con loro tanti parlamentari di PD, 5 Stelle, Verdi, Sinistra Italiana. A loro gli organizzatori della manifestazione, le centinaia di organizzazioni della società civile che di quel grande raduno sono stati i promotori, hanno chiesto coerenza, coerenza e ancora coerenza. Coerenza tra presenza in piazza e comportamenti parlamentari. Una coerenza che in questi anni è stata merce rara alla Camera e al Senato. La discussione di domani sarà un primo banco di prova. Un esame di coerenza. Da superare a pieni voti. Se si vuol essere credibili e realmente rappresentative, nelle sedi istituzionali, delle idee e delle proposte che vengono dal mondo solidale. Idee e proposte che i pacifisti hanno portato fino a Kiev, nella martoriata ucraina. Ricordando a tutti che la resistenza popolare non violenta tutto è tranne che resa. E che vi sono modi diversi, non meno impegnativi, rispetto all’invio di armi, di mostrare solidarietà a un popolo aggredito. 

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