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Merito o istruzione? A scuola si va per studiare non per dimostrare superiorità

Dovrebbe essere la vita a tracciare il solco del merito. E, proprio a scuola, viene comunque espresso il rendimento di ogni studente attraverso voti e giudizi.

Merito o istruzione? A scuola si va per studiare non per dimostrare superiorità

Seba Pezzani Modifica articolo

25 Ottobre 2022 - 22.09


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C’era bisogno di rinominare un ministero storico, quello dell’Istruzione, affiancandogli il fastidioso ma ancor più inutile titolo del Merito?

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A scuola si va per studiare e arricchire il proprio bagaglio di conoscenze – oltre che per apprendere gli strumenti della socialità – non per dimostrare una presunta superiorità. Dovrebbe essere la vita a tracciare il solco del merito. E, proprio a scuola, viene comunque espresso il rendimento di ogni studente attraverso voti e giudizi.

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Meno male che Maurizio Landini, il segretario nazionale della CGIL, ha manifestato i suoi dubbi perché davvero la scelta di rinominare un ministero che nessuno avvertiva la necessità di ribattezzare odora di antico. E non è un buon odore.

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E qualcuno ha pensato bene di alzare gli scudi e scagliarsi contro una riflessione più che umana e condivisibile come quella di Landini.

Che a criticare per primo le sue parole sulla pericolosità di una scelta che, parlando di merito a scuola, non tiene minimamente conto delle condizioni di partenza dei singoli sia stato Carlo Calenda farebbe sorridere, se non fosse l’ennesima presa di posizione supponente di chi, conti alla mano, ha avuto la strada tracciata dalla nascita e il tappetino rosso steso davanti nelle fasi importanti del percorso di crescita. È proprio la primogenitura di tale critica a rendere quanto più inaccettabile un giudizio negativo di per sé insensato. Pare che Carlo Calenda – e altri come lui – abbiano una memoria fortemente selettiva, ammesso che si ricordino di tanto in tanto della loro provenienza. La sua famiglia sembra un concentrato imbattibile di geni, un trampolino di lancio verso traguardi pressoché dovuti: non tutti, andrebbe ricordato al leader di Azione, hanno la fortuna di nascere in seno a una famiglia di cervelli di inestimabile valore. Non tutti. Anzi, quasi nessuno. Forse nemmeno lui.

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Ma allora perché precipitarsi a stigmatizzare le parole di Landini che, con garbo, ha semplicemente voluto ricordare al nuovo governo che, per avere un’autentica meritocrazia – peraltro in un paese ai livelli più bassi della scala del merito nel mondo occidentale – bisogna essere tutti sulla medesima linea di partenza quando lo starter dà il via?

Se il buongiorno si vede dal mattino, la strada sarà non necessariamente lunga ma sicuramente poco illuminata. Insistere sul merito, inserendolo a pieno titolo nel programma di governo attraverso la nuova dicitura di un ministero, è uno dei primi segnali inquietanti della pericolosità di un esecutivo che sta disperatamente cercando di spegnere le preoccupazioni di un ritorno strisciante a certe imposizioni così care ai nostalgici del fascismo.

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Questa forte presa di posizione del nuovo governo avvicina idealmente l’Italia a una delle peggiori storture del paese che, più di ogni altro, si bea di essere l’incarnazione vera e propria della meritocrazia: gli Stati Uniti d’America. Posto che il liberismo più sfrenato – un pilastro fondante della nazione, costruita sul principio costituzionale del merito assoluto, indubitabile – ha portato a derive pesantissime sul piano sociale e culturale negli USA, un numero crescente, per quanto ancora non determinante, di cittadini americani è sempre più convinto della falsità di tale assunto. È proprio nell’ambito dell’istruzione che tale dogma scricchiola. Se è vero che negli USA i migliori possono accedere alla costosissima istruzione universitaria attraverso le borse di studio messe a loro disposizione da tutti gli atenei più prestigiosi, è ancor più innegabili che tali concessioni siano in numero limitatissimo e che solo i figli delle famiglie più abbienti possano permettersi costi esorbitanti di iscrizione e mantenimento, passando avanti inevitabilmente a quegli studenti meno fortunati che, pur avendo meriti – stavolta, sì – superiori ai figli di papà non sono in grado di permettersi le stesse scuole e non hanno titoli scolastici sufficienti a farli rientrare nel novero di eletti che si meritano la borsa di studio. Ecco che quella meritocrazia di cui gli USA si fanno vanto vale solo per una ridottissima fetta della popolazione.

Allora, onorevole Calenda, invece di strepitare contro chi ha semplicemente fatto notare che ribattezzare il ministero dell’Istruzione non era una priorità – per non dire che non serviva minimamente – forse sarebbe il caso che lei si battesse per l’istituzione di una commissione per la lotta al nepotismo.

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