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La decrescita demografica e i politici mercanti di paure

Quando Francesco ha  parlato  di riconoscimento del lavoro informale con i movimenti popolari e di inverno demografico con noi, ha individuato i punti caldi su cui ogni politico dovrebbe confrontarsi, offrendo magari qualche ricetta

La decrescita demografica e i politici mercanti di paure
Papa Francesco

Riccardo Cristiano

18 Agosto 2022 - 11.12


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Questa campagna elettorale ruota attorno a un tema rimosso tanto che sembrerebbe potersi dire che l’unico soggetto che dica agli italiani su cosa sono chiamati a votare esprimendosi in un senso o nell’altro è la Chiesa, o, forse più correttamente, papa Francesco. Mi riferisco alla crisi demografica. Ne avete sentito parlare? Eppure non è difficile leggere che la crisi demografica possa essere al cuore anche dell’ aggravarsi del conflitto per Taiwan. La crisi demografica è arrivata anche in Cina, che se in passato ha saputo imporre ai cinesi di avere solo un figlio ora ha difficoltà a costringerle ad averne di più. Così la popolazione attiva diminuisce. Potrebbe diminuire così tanto nel 2050 da rendere difficile la costruzione di un esercito (di giovani) in grado di invadere Taiwan. E’ un esempio, uno dei tanti, per capire cosa sia e quanti conti la crisi demografica. 

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Parlare di crisi demografica vuol dire parlare di qualcosa che va capito bene. E’ la riduzione dei giovani e l’aumento degli anziani. Chi risolve il problema pensando “siamo troppi” si sbaglia di grosso. Con l’aumento dell’ aspettativa d vita i vecchi non muoiono, ma intanto  i nuovi non nascono. Quella che diminuisce è la popolazione attiva. La riduzione della popolazione attiva ha conseguenze evidenti per il “mercato”: difficile produrre e consumare altrettanto o di più quando la popolazione attiva si riduce. Difficile anche pagare le pensioni, che sono a carico della popolazione,  o il sistema sanitario nazionale, sul quale gli anziani incidono di più dei giovani. 

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Ecco che la crisi demografica si spiega nella sua centralità, che non è solo economica, ma economica lo è certamente. Ha scritto al riguardo il professor Manlio Graziano: “ Coloro che temono di veder compromessa la propria situazione sociale percepiscono la minaccia reale che pesa sul loro capo, ma la attribuiscono alle cause più disparate: la cattiva volontà dei politici, la rapacità delle élite, i burocrati di Bruxelles, la finanza, gli immigrati e quant’altro. Nel nostro tipo di organizzazione sociale, tutti sono perennemente esposti all’alea del mercato che, nei periodi di crisi, di ripresa lenta e di debito pubblico fuori controllo, diventa ancora più incerta. Ma il “mercato” è un colpevole che non soddisfa nessuno, perché è una forza impersonale”. E invece serve un nome, possibilmente ben identificabile. Il primo esempio che viene alla mente è quello degli immigrati, il secondo quello dei perversi euroburocrati. Per un Paese come il nostro nel quale il numero di nascite è ormai inferiore a quello dei decessi, gli immigrati sono manna piovuta dal cielo. Se inseriti nel circuito produttivo, nel mondo del lavoro, risolvono il gap che noi stessi abbiamo creato mettendoci a disposizione quella manodopera che manca in molti settori. E invece la paura sociale li rende un nemico, un problema, che c’è, ma è causato dal ritenerli tali, escluderli, confinarli nell’ illegalità, dove fanno da sempre da traino non certo condotte gentili, impieghi legali. Tutto questo accade mentre la crisi demografica si aggrava, si acuisce, anche  per la difficoltà di far crescere possibili figli e sentire garantito il loro futuro. Tutto questo, in modo assai significativo, è diventato più grave dopo la crisi del 2008, quando nell’immaginario collettivo il Terzo Mondo è diventato il produttore delle emergenze che insidiano il nostro tenore di vita: di lì vengono i virus, i miserabili che invadono le nostre città, il riscaldamento globale, le religioni nemiche, la concorrenza sleale. Tutto questo ha una causa: la rimozione del problema e la sua sostituzione con la paura. I mercanti elettorali della paura, osserva con acume il professor Graziano, hanno bisogno che la paura sociale esista, e quella c’è: la consapevolezza che il mondo è cambiato e che non abbiamo più il controllo assoluto del mercato globale invece manca. Eppure il dato macroscopico che l’esempio cinese appena fatto ci dice è che la crisi demografica è globale, riguarda tutto il mondo e per la terza volta nella storia dell’umanità presto la popolazione complessiva potrebbe diminuire. Dunque presto invece di crisi demografica potremo parlare di decrescita demografica globale. I soli precedenti  sono stati l’epidemia di peste nera nel 1300 e la Guerra dei Trent’anni. Qui il punto da porsi come domanda forse ingenua è questo: se la popolazione complessiva presto diminuirà come potrà crescere l’economia? Una decrescita demografica, già in atto in Italia, oggi non può che prefigurassi come decrescita con elevato tasso di invecchiamento della popolazione, e anche qui la domanda che segue è abbastanza ingenua: se in questi anni si è fronteggiato il problema della crisi demografica nascondendolo e  adeguandosi (in parte) agli standard dei Paesi emergenti, sia in termini di riduzione delle garanzie lavorative (precarietà) che di riduzione dello stato sociale, davanti a una generalizzata decrescita demografica come si farà a mantenere qualche forma di stato sociale? 

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L’incompatibilità del capitalismo che ha bisogno naturale di crescita con una decrescita demografica globale può essere provvisoriamente sanata solo con il vecchio ricorso alle guerre come bacino di crescita economica, volano di ricostruzioni e rinnovo degli arsenali. Ma ciò non toglie che l’invecchiamento della popolazione è un problema ineguale anche nella decrescita demografica globale e riguarda innanzitutto il nostro mondo, che sempre più opportunamente chiamiamo il “Vecchio Mondo”. I calcoli ONU per l’Occidente sono per il 2050 di 120 milioni di persone lavorativamente attive in meno e 95 milioni di anziani inattivi in più. Per Paesi più arretrati, dove l’aspettativa di vita è più contenuta, il rapporto vecchi-giovani sarà meno critico, anche quando arriverà la decrescita.  

La questione demografica dunque contiene tutte le grandi questioni di oggi e sembra incredibile che l’unico leader che la ponga in tutta la sua centralità per l’economia, per la cultura, per la paura dell’altro, per il necessario ricorso alla guerra, sia Papa Francesco. Un esempio: se siamo arrivati al suicidio assistito è certamente per l’esigenza di governare una scienza che potrebbe farci sopravvivere attaccati ad un tubo per secoli. Ma non sarà anche per la centralità della questione posta dal ruolo dei vecchi nella società che non trova più una via d’uscita all’incontro impossibile tra crescita economica e decrescita demografica? Se sorprende che molti credenti negando il diritto al suicidio assistito per certi malati terminali di fatto si pieghino allo scientismo, cioè al primato della scienza comunque, sorprende anche che molti laici non vogliano vedere che il desiderio di liberarsi degli scartati esiste e va riconosciuto. 

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Una delle grandi sfide di tutte le civiltà è la gestione delle fasi di declino. Per l’Occidente è cominciato da tempo un declino oggettivo, perché non dominiamo più il mercato globale. La globalizzazione, cominciata in realtà con l’emergere dell’economia capitalista, ora ha portato in primo piano altri soggetti di enorme peso specifico, imponendoci un declino inevitabile rispetto a quanto conseguito in passato. Questo declino va capito, governato, contenuto, ridotto, con una politica che contenga la decrescita demografica e elaborando una visione che sappia intervenire sul sistema economico globale. Se il sistema economico globale è centrato sulla crescita e tutto il mondo sta andando in decrescita demografica, gridare contro i burocrati o contro i migranti aggraverà  il nostro declino, rendendolo crisi. L’arroccamento come risposta alla paura potrà farci illudere di avere la soluzione ai problemi, ma in realtà queste sono ricette per aggravarli rendendoli culturalmente esplosivi, nel nome dell’odio. Costruire una nuova globalizzazione ma soprattutto individuare la necessità di fronteggiare la decrescita demografica, prima tamponando e poi modificando la tendenza, sembra la vera urgenza. Quando Francesco ha  parlato  di riconoscimento del lavoro informale con i movimenti popolari e di inverno demografico con noi, ha individuato i punti caldi su cui ogni politico dovrebbe confrontarsi, offrendo magari qualche ricetta. Cavarsela invece con qualche credo scomposto, nella Flat Tax o nel controllo dei confini, è disarmante.  

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