Gino Bartali, il ciclista intramontabile che fu giusto tra i giusti

Venti anni fa moriva il grandissimo atleta temuto e ammirato dagli avversari che durante l'occupazione nazista aiutò la Resistenza e salvò centinaia di ebrei

Gino Bartali

Gino Bartali

Giancarlo Governi 5 maggio 2020

Venti anni fa moriva Gino Bartali, un uomo dichiarato da Israele “giusto fra i giusti” e qualcuno, nel mondo cattolico, vorrebbe aprire una causa di beatificazione. Onori questi che spettano non soltanto a un grande sportivo ma anche a un grande uomo passato alla storia d’Italia anche per le sue imprese civili.

Un atleta che gli sportivi di tutta Europa hanno chiamato l’uomo di acciaio, per la forza fisica e per l’eccezionale resistenza alla fatica. I francesi che lo hanno temuto e ammirato, lo chiamavano “Le lion de Toscan”.


Negli ultimi anni della sua carriera, quando continuava a correre e anche a vincere nonostante fosse vicino ai 40 anni, Bartali diventò l’Intramontabile. Ma fu di volta in volta Ginettaccio e l’uomo del “tutto sbagliato, tutto da rifare” per la sua lingua lunga, per la battuta salace, per la sua verve toscana, che lo mise contro tutti, a cominciare dal regime fascista che non lo ha mai amato, ma anzi lo ostacolò per la sua ostentata appartenenza al mondo cattolico, che a quell’epoca voleva essere l’unico modo per manifestare il proprio dissenso nei confronti del regime.
Se si sa di quello che Gino fu capace di fare durante l’occupazione nazista. Delle sue corse in bicicletta fino ad Assisi, con la scusa dell’allenamento, per procurare documenti agli ebrei e agli antifascisti, che venivano falsificati dai frati e che poi lui portava al Cardinale Dalla Costa, che ebbe un ruolo molto importante nella Resistenza fiorentina. Venni poi a sapere che per questa sua attività fu arrestato dal famigerato maggiore Carità, noto torturatore al servizio dei nazisti, il quale voleva sentire da Gino il nome del Cardinale. Ma Gino resistette anche alla tortura e alle minacce di morte. Fu sua moglie Adriana, una ragazzina poco più che ventenne, a far vacillare il boia fascista. “Tu sei già passato alla storia per le tue efferatezze, ora vuoi passare alla storia anche per aver ucciso il più grande ciclista italiano!” Il boia vacillò di fronte alle parole di quella ragazzina: “vattene via” disse a Gino “tu sei il ciclista che questa Italia di merda si merita”.
Gino non parlava mai di queste sue imprese: oggi sappiamo che insieme al Cardinale Dalla Costa che dirigeva la Resistenza fiorentina, riuscì a mettere in salvo ottocento ebrei, molti nascondendoli a casa sua. In una intervista glie ne chiesi il perché. “Perché queste cose quando si è chiamati si fanno e basta. Io non l’ho fatto per avere dei meriti, l’ho fatto soltanto per fare il mio dovere di uomo, di italiano e di cristiano”.
La fede religiosa fu il faro della vita di Gino Bartali, un uomo che dava del tu a De Gasperi e al quale Papa Giovanni chiese di insegnargli ad andare in bicicletta. Un uomo che fece della fede la forza della sua vita ed anche delle sue grandi imprese sportive.
Quel giorno che andai a trovarlo, dopo una chiacchierata di diverse ore in cui non riuscimmo più a registrare perché avevamo finito le cassette, Gino mi congedò con una delle sue ‘perle’. Nella sua casa c’era una gigantografia della famosa foto in cui i due grandi rivali-amici si scambiano la borraccia.
“Come andò”, gli chiesi. “Lei che ne pensa?” “Io vedo che Fausto ha il portaborraccia vuoto e quindi deduco che è lui a dare la borraccia e lei a prenderla. Gino mi guardò con aria ironica e con la sua vociaccia roca ammise: “Quella volta me l’avrà data lui ma chissà quante volte glie l’avrò data io”.
Qualche anno dopo Gino morì. Il giorno dopo il funerale incontrai il presidente del Coni Gianni Petrucci, di ritorno da Firenze. Mi raccontò che all’ospedale di Careggi dove era morto Gino, lui fu indirizzato verso una camera mortuaria. Nella bara c’era un fraticello scalzo. Petrucci pensò di avere sbagliato stanza, ma non era così. Gino Bartali, il grande Bartali, l’uomo di acciaio, si era fatto mettere nella bara come l’ultimo dei carmelitani scalzi.