Trump perde, Meloni tace e Tajani si smarca. Salvini frena, il campo largo esulta. E Vannacci attacca la premier
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Trump perde, Meloni tace e Tajani si smarca. Salvini frena, il campo largo esulta. E Vannacci attacca la premier

La sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm americane provoca reazioni diverse nella maggioranza e nel campo largo. Tra prudenza diplomatica, silenzi significativi e soddisfazione delle opposizioni, il voto americano diventa uno specchio della politica italiana.

Trump perde, Meloni tace e Tajani si smarca. Salvini frena, il campo largo esulta. E Vannacci attacca la premier
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Marcello Cecconi Modifica articolo

4 Novembre 2026 - 19.24 Culture


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La sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato americane non è soltanto un fatto politico interno agli Stati Uniti. La conquista del controllo di Camera e Senato da parte dei democratici rappresenta una battuta d’arresto per la leadership del presidente e un segnale che attraversa inevitabilmente anche l’Europa. In Italia, dove il rapporto con Trump ha assunto negli ultimi anni un valore politico e simbolico, le reazioni raccontano molto delle difficoltà e delle differenze che attraversano i due schieramenti.

La prima fotografia, nel tardo pomeriggio di oggi, è quella della maggioranza. Giorgia Meloni, interpellata dai giornalisti all’Altare della Patria durante le celebrazioni del 4 novembre, ha preferito rinviare: “Di America parliamo in un altro momento. Adesso è la Festa delle Forze Armate”. Una risposta che, al di là della giustificazione istituzionale, appare significativa. La presidente del Consiglio, che aveva rivendicato la propria vicinanza iniziale a Trump come una scelta nell’interesse nazionale, evita di commentare una sconfitta che potrebbe mettere in discussione una parte della sua narrazione internazionale. Anche Fratelli d’Italia, almeno nelle prime ore, non offre dichiarazioni politicamente significative. Il silenzio diventa così una forma di comunicazione.

A rompere il silenzio della maggioranza è Antonio Tajani, ma con una posizione che nel corso della giornata diventa più esplicita. Dopo aver inizialmente richiamato la continuità dei rapporti tra Italia e Stati Uniti, il vicepremier sceglie una presa di distanza dal trumpismo: “Non siamo mai stati trumpiani” e “neanche Meloni è una Maga, per carità. Siamo conservatori. Io? Sono berlusconiano”. Una precisazione che sembra voler riscrivere, almeno sul piano della comunicazione, la vicinanza mostrata nei mesi scorsi al presidente americano. Tajani ricorda anche che il governo italiano ha lavorato bene con Biden e Blinken e che avere rapporti con i repubblicani non significa condividere il movimento Maga.

Anche Guido Crosetto liquida la questione con una battuta: “Mi basta l’Italia”. Da Fratelli d’Italia arriva invece qualche voce meno silenziosa: la deputata Ylenja Lucaselli parla di una lezione per Trump e della sua gestione, talvolta sopra le righe, di temi cari agli elettori americani. Forza Italia insiste invece sul carattere interno del voto americano e sulla continuità dell’alleanza con Washington. Il quadro è quello di una maggioranza che, pur senza mettere in discussione il rapporto con gli Stati Uniti, cerca di prendere le distanze dall’identificazione con il trumpismo.

Più articolata la posizione di Matteo Salvini, che dopo il primo silenzio e la stringata nota della Lega interviene anche personalmente: “La speranza è che questa sonora sconfitta venga colta come uno stop all’interventismo in giro per il mondo e come un’accelerazione verso la fine dei due conflitti”. Il leader leghista attribuisce la sconfitta repubblicana al carovita e al costo del gasolio, osservando che gli elettori avevano votato Trump aspettandosi stabilità e la fine dei conflitti, mentre le guerre sono aumentate. Una spiegazione che evita accuratamente di mettere in discussione il rapporto politico con il presidente americano. La cautela di Salvini, del resto, ha una storia recente: dopo essersi esposto al congresso della Lega a sostegno di Flavio Bolsonaro in Brasile e di Aleksandar Vučić in Serbia, entrambi sconfitti nelle rispettive consultazioni del 25 ottobre, il segretario leghista aveva già evitato un endorsement esplicito per Trump: “In bocca al lupo agli americani, non a Trump”. Due sconfitte ravvicinate per i suoi candidati di riferimento sembrano avergli suggerito, almeno questa volta, una maggiore prudenza.

Nel campo largo, al contrario, le reazioni sono numerose e decisamente più esplicite. Elly Schlein interpreta il risultato come una vittoria della voglia di cambiamento contro “l’arroganza di queste destre al potere”. La segretaria del Pd insiste sul valore dell’unità e individua nella sconfitta di Trump un’occasione per rilanciare la propria battaglia contro le destre italiane. Non manca il riferimento al protagonismo femminile e alla presenza di nuovi volti nella politica democratica americana.

Giuseppe Conte sceglie invece una chiave prevalentemente sociale e pacifista. Nelle sue parole, gli elettori americani hanno bocciato le guerre, la corsa al riarmo, il carovita e le disuguaglianze. Il risultato diventa un monito anche per il governo Meloni, chiamato a fare i conti con le conseguenze di una politica internazionale troppo vicina alle scelte di Washington. Una lettura che si accompagna alla consueta critica alla politica estera della presidente del Consiglio e alla sua relazione privilegiata con Trump.

Una cautela che arriva anche dall’interno del Pd. Stefano Bonaccini, pur definendo straordinario il risultato democratico, invita a non trasferire troppo facilmente l’esperienza americana in Italia e richiama soprattutto le ragioni concrete della sconfitta repubblicana: inflazione, rincari dei carburanti e difficoltà economiche dei ceti popolari e delle imprese. Una distinzione significativa rispetto alla lettura più politica di Schlein e a quella sociale e pacifista di Conte.

Anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, per Alleanza Verdi e Sinistra, sottolineano il significato internazionale della sconfitta repubblicana, legandola soprattutto alla critica della politica militare americana e alla concentrazione di ricchezza e potere nelle mani dei grandi gruppi economici. Matteo Renzi, invece, pur salutando positivamente il risultato, ne trae soprattutto una lezione per il centrosinistra italiano: se i democratici americani si fossero presentati divisi, sostiene, oggi festeggerebbe Trump. Il richiamo all’unità del campo progressista diventa così il principale messaggio rivolto a Schlein e agli alleati. Più sintetico il commento di Carlo Calenda, che parla di una buona notizia dagli Stati Uniti.

Resta poi il caso di Roberto Vannacci, che con il suo intervento del pomeriggio offre una lettura molto diversa. Il generale riconosce che “ha deciso il popolo americano che è sovrano” e individua nella sconfitta di Trump il risultato delle promesse non mantenute: dalla mancata conclusione della guerra in Ucraina all’apertura del conflitto con l’Iran, fino alle conseguenze economiche e all’aumento dei costi energetici. Ma il suo vero obiettivo è Giorgia Meloni. Secondo Vannacci, la premier rischia di ripetere gli stessi errori di Trump, condizionata dall’Europa, dalle politiche migratorie e dal Green Deal. La conclusione è esplicitamente politica: per evitare in Italia le stesse conseguenze elettorali americane servirebbe un cambiamento radicale, che soltanto Futuro Nazionale sarebbe in grado di garantire. La sconfitta di Trump diventa così, paradossalmente, un’occasione per Vannacci per attaccare non il modello sovranista in sé, ma chi, a suo giudizio, non lo avrebbe applicato coerentemente.

Alla fine, la sconfitta di Trump ha prodotto in Italia un effetto curioso: a destra si è preferito parlare poco, a sinistra si è parlato molto. Meloni ha scelto il silenzio, Tajani la prudenza istituzionale. Nel campo largo, invece, ciascuno ha trovato nel voto americano un’occasione per attaccare il governo e rilanciare la propria posizione. Anche quando perde Trump, insomma, la politica italiana finisce per parlare soprattutto di sé stessa.

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